L’Università ai tempi della gaussiana
- 09 Marzo 2014

L’Università ai tempi della gaussiana

Scritto da Rosa Fioravante

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Università e dettato neoliberista

Il dettato neoliberista per il mondo universitario ha infatti in serbo queste magnifiche sorti e progressive: esso deve diventare un vivaio di futuri occupabili, poco importa se oberati dai debiti contratti per pagarsi gli studi. Con buona pace di chi vorrebbe approfondire materie umanistiche o non strettamente tecniche per contribuire, anche in un’ottica cosmopolita, al benessere culturale e sociale della comunità umana, o per mettere al servizio di aziende private e pubbliche la capacità di critica e analisi che quelle discipline sanno coltivare e formare più di altre.

Non è casuale che la conseguenza della genuflessione del sistema scolastico alla logica della competizione per la competizione e dell’occupabilità fine a se stessa abbia finito per ostracizzare proprio coloro che, magari incappando in qualche nozione di antropologia, possano esser in grado di confutare i presupposti di teorie economiche quali quelle riportate sopra, o che possano contrapporre a libri pieni di sterili consigli su come rendere più efficiente il personale razionalizzandone e sveltendone le pratiche sul posto di lavoro, una visione più complessa e articolata di come impiegare le risorse umane anche oltre le procedure richieste dalla mansione svolta in ufficio.

In una realtà che continua a proporci la più grande delle ideologie, cioè la fine delle ideologie, coloro che sono in grado di riconoscere che le nozioni di meritocrazia, mercato del lavoro, competizione, efficienza ecc. sono niente altro che delle propaggini ideologiche a loro volta, ripetute fino alla nausea per coprire un organico disegno di società (in particolare quella nella quale tutti si sia un po’ più privati nel senso di più poveri di mondo, atomizzati rispetto alla comunità e inchiodati ad un presente ipertrofico che si mangia tradizioni passate e progettazioni future), è il primo pericolo da neutralizzare.

Il grande non detto del dibattito pubblico degli ultimi vent’anni è che invece di far scontrare due (o più) idee opposte di mondo per decidere quale in effetti sia la migliore, una di queste è riuscita a porsi come “l’idea neutrale”, costringendo anche le idee avversarie nelle asfittiche maglie della rete intessuta dalla sua egemonia culturale incontrastata.

Per avvallare la propria presunta neutralità, gli alfieri di quella posizione si sono attrezzati con strumenti che dovrebbero garantire “oggettività” nella misurazione dell’eccellenza. Una vera e propria “febbre da valutazione” ha di conseguenza attraversato negli ultimi anni il mondo della ricerca e della didattica universitaria. Quest’ultima ha visto il proliferare di test che dovrebbero certificare la preparazione degli studenti intorno allo sviluppo delle loro attitudini critiche: test a crocette, in aperta contraddizione metodologica con quanto si prefiggono di valutare; costruiti quasi in modo tale che sorga spontaneo il sospetto che lo strumento di misura del problema sia parte del problema.

Quanto alla ricerca anche i più scettici alla fine capitolano: una forma di valutazione per la ricerca è necessaria (l’autoindulgenza e il self-serving bias sono difficilmente aggirabili senza uno stimolo “esterno”). Ciò che invece non solo non è necessaria ma persino dannosa è la tendenza compulsiva alla classificazione finalizzata, con la sempreverde scusa delle risorse scarse, all’utilizzo della stessa come criterio orientativo nella distribuzione dei fondi; utilizzo teso all’esclusione di coloro che non riescono ad aggiudicarsi i primi posti.

La distorsione conseguente a questa tendenza è la concessione di maggiori risorse e attenzioni a quei soggetti che già appaiono eccellenti, coloro che in una prospettiva di mera concorrenza-sopravvivenza “ce la fanno”, e lo speculare ulteriore affossamento di chi già si trova in coda alle classifiche, spesso proprio a causa di condizioni materiali svantaggiose.
Se la valutazione ha un senso, questo deve essere molto più vicino alla dimensione della “progettazione” e del “miglioramento incrementale” che non a quella della “punizione”. Se così non dovesse essere il rischio è quello di sacrificare la normale attività del dipartimento in nome di una insana “febbre da pubblicazione”, la quale a sua volta non è esente dal rischio di un’ipertrofia quantitativa che arrechi una diminuzione del livello generale del prodotto.

Inoltre, è stato sufficiente raccontare mezze verità per rivendicare ad una parte la patina dell’imparzialità: importare in Italia il “modello Harvard” senza esplicitare che Harvard riceve da sola il 44% dei fondi destinati dal MIUR a tutte le università italiane sommate; camuffare il continuo taglio alle borse di studio per l’istruzione pubblica e l’invariato numero (se non l’aumento) di quelle private come sussidio alla libera scelta in un sistema competitivo; stemperare con la retorica della meritocrazia la realtà dell’incremento dell’abbandono scolastico e il volontario ignorare che fare parti uguali fra disuguali vuol dire legittimare l’ingiustizia sociale.

È bastato lasciare che si identificassero “i vincenti” non con i più bravi ma con coloro che hanno più successo, elogiando non gli studenti e i ricercatori più validi ma coloro che trovano un impiego ben retribuito nel minor tempo possibile; la monetizzazione del valore del titolo di studio ha reso del tutto irrilevante il valore intrinseco degli studi stessi.

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Scritto da
Rosa Fioravante

Phd Student, Global Studies – Economy, Society and Law, presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”.

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