Deus ex machina: manifattura digitale e maker space in città

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Le origini di un mito: Do It Yourself, maker e manifattura digitale

Nella baia di San Francisco, durante gli anni Settanta del secolo scorso, andava affermandosi la sottocultura Do It Yourself: la celebrazione di un modo di auto-produzione che riscopriva l’importanza del lavoro artigianale e della manifattura, una commistione tra bricolage e hobbistica che si poneva come risposta al consumo massivo. La sottocultura D.I.Y. inizia a cambiare le sue vesti con l’avvento della tecnologia e del movimento open source, ovvero della produzione dei software liberi e aperti. La rivista Make e le periodiche Maker Faire organizzate negli Stati Uniti lanciano il brand dei maker, definendolo come un movimento[1] di artigiani digitali composto da hacker e piccoli imprenditori, designer e ingegneri, inventori da garage e artisti psichedelici. Da un punto di vista culturale il making in Nord America non è solo influenzato dall’etica D.I.Y., ma trova le sue radici nelle cyberculture degli anni Novanta e Duemila. Tali scene culturali sono profondamente legate ai movimenti psichedelici post-hippy e alla cultura dei festival come il Burning Man, ma anche connesse al mondo delle start-up tecnologiche della Silicon Valley. In questa cornice, il maker e la manifattura digitale si incontrano attorno ai valori della micro-imprenditorialità diffusa a piccola scala[2], e del self-made, in cui senso ludico e soggettivazione si fondono in un ibrido tra una figura professionale e amatoriale[3].

Slogan come «If you can’t fix it, you don’t own it!», o «If you can’t open it, you don’t own it!» appaiono come elogi alle nuove tecnologie digitali di prototipazione e produzione in piccola scala dove i macchinari diventano gli strumenti per un’apertura e una democratizzazione dell’uso della tecnologia che porta ad un profondo rinnovamento della cultura del design autoprodotto[4]. Nelle attività di making viene valorizzato il riciclo e l’impiego di materiali ecologici; alla produzione di massa standardizzata si sostituisce una produzione diffusa, diversificata e personalizzata; i network dei maker sostengono artigiani e piccoli produttori, mentre i loro laboratori (maker space e FabLab) (nelle città) cercano di (ri)tessere le relazioni sociali con le diverse comunità in cui si trovano questi spazi di manifattura digitale.

A parte la diffusione globale e iperbolica delle retoriche che supportano il movimento, ci sono evidenze empiriche che stimolano ricercatori e policy-maker a voler comprendere meglio il fenomeno della manifattura digitale che si sta sviluppando in particolare in alcune aree metropolitane. Il fatto che la scena maker sia un fenomeno squisitamente urbano non rappresenta nulla di nuovo. Esiste, infatti, una corposa letteratura sociologica e geografica che analizza la relazione fra industrie creative e sviluppo urbano[5]. La densità di relazioni, la prossimità fisica, la diversità di competenze e il milieu culturale sono gli elementi che favoriscono la costruzione di reti fiduciarie, il trasferimento di conoscenze tacite e codificate. In altre parole, la concentrazione di tali risorse strategiche rappresenta una possibilità per creare relazioni vantaggiose da un punto di vista professionale per il movimento maker. Quali sono quindi gli aspetti maggiormente interessanti che meritano di essere presi qui in analisi? L’argomento principale da discutere è che gli spazi di making nella città riflettono una più ampia trasformazione di produzione sociale dello spazio, in cui il risultato ultimo della produzione non è esclusivamente il profitto, ma anche beni intangibili come le relazioni che si creano, lo scambio di conoscenza, educazione, formazione e inclusione. Tale valore di scambio non è più riducibile alla semplice dimensione economica, ma viene risignificato come valore sociale all’interno della produzione dello spazio urbano.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Le origini di un mito: Do It Yourself e manifattura digitale

Pagina 2: Maker e Città: agenti di trasformazione nel tessuto urbano milanese

Pagina 3: Maker ovunque, rivoluzione da nessuna parte!


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Letizia Chiappini è dottoranda in studi urbani, affiliata con un programma in doppia laurea all’Università di Amsterdam e all’Università di Milano-Bicocca (UrbEur – Ph.D. programme). Il suo attuale progetto di ricerca si concentra sulla relazione tra sharing economy e politiche urbane, in ottica comparativa a Milano e Amsterdam. Si occupa di governance, discorsi e pratiche di rigenerazione urbana, in particolare, i suoi ultimi lavori si concentrano su makerspace, FabLab e fabbricazione digitale. Petter Törnberg è assistant professor di Sociologia politica all'Università di Amsterdam. Ha ricoperto diverse posizioni di ricerca a livello internazionale e ha lavorato anche come sviluppatore software e consulente per l'analisi dei dati. I suoi attuali interessi di ricerca si situano al confine tra scienze sociali e studio dei sistemi complessi, con un focus specifico sul tema della polarizzazione e dei conflitti.

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