Matteo deve scegliere

Matteo deve scegliere, perché nel mondo in cui Matteo cresce ci si aspetta che lui scelga. Si tratta di una possibilità straordinaria, gli dicono; di una possibilità che a molte generazioni prima di lui non è stata data. Matteo cammina per il suo quartiere. Non importa sapere dove si trovi, lo abbracciano alti essenziali condomini circondati di un poco di verde. Matteo però è affezionato a quelle vie geometriche, che qualcuno chiama non luoghi. Lui in fondo ci è cresciuto. Non saranno le bellezze del centro che si ergono a segnare la storia cittadina, ma in quelle vie Matteo trova una storia piccola e tuttavia irriducibile: la sua storia. Matteo è molto perplesso. Deve scegliere a cosa dare senso.

Se si guarda intorno le possibilità si sprecano. Matteo vede l’ambizione e il successo di coloro che, usciti da qualche università prestigiosa, in giacca e cravatta e ripieni di acronimi anglofoni, si lanciano in importanti carriere nel mondo della finanza e del business. Una vita di velocità e vorace vitalità. Ma quanto spesso i tempi del mercato comprimono quelli della vita fino a sottometterli; e quanto spesso questa razionalità strumentale arriva a permeare anche i rapporti umani di cui ci si circonda, a creare amicizie e contatti che sono più contratti che rapporti sostanziali.

Matteo vede il mondo dell’università, il baluardo della cultura e della ricerca. La ricerca, ormai una questione di iperspecialismi, rivolta a piccoli gruppi di esperti che si lasciano impressionare da minuscole innovazioni e che rimangono rigorosamente all’interno del paradigma, non lo criticano e non lo innovano. Ogni esperto provvede a trincerarsi dietro barriere di formalismi e nozionismi, che da un lato rendano i suoi papers incomprensibili ai non addetti al mestiere, dall’altro isolano il suo sapere dal dialogo pubblico.

Matteo vede la religione. Ne vede diverse, ognuna con il suo stanco Savonarola, le sue prediche, i suoi moralismi, i suoi libri sedicenti sacri. Ognuno ricama nomi diversi intorno al vero, ma come è possibile battezzare più volte il vero, registrarlo con diverse generalità?

E in tutto questo Matteo si chiede dove si trovi la realtà; osserva questi e altri orizzonti di senso, li rimugina fra le dita come biglie, ma non sa, non può scegliere. Il bisogno di Matteo è autentico e genuino: il suo è un bisogno di dare senso alla sua storia. Ma la sua storia è recisa, è originariamente individuale. Matteo non sa scegliere perché vede ognuna di queste narrazioni come in un supermercato: le vede come alternative, come esposte su uno scaffale, come qualcosa di altro da sé. Matteo è cresciuto in un non luogo asettico dal punto di vista sostanziale. In questo non luogo Matteo si è certo costruito la sua narrazione, i suoi ricordi e i suoi affetti. Ma la sua narrazione non ha radici, non è la narrazione della pietra romanica, ma quella del prefabbricato. Matteo vede le sue biglie come alternative, come tutte ugualmente possibili, perché il mondo in cui è cresciuto ha negato la dimensione collettiva del senso, ha offerto a ciascuno la libertà di affermare la propria ricchezza, ma nello stesso momento ha lasciato ciascuno vittima della propria individualità. L’ambiente asettico in cui Matteo è cresciuto è tollerante fino al nichilismo, fino a rendere intercambiabili le narrazioni, in una sorta di opera in levare dalla quale le culture escono spolpate fino allo scheletro – come i condomini fra cui Matteo passeggia non sono che il requisito minimo per ogni struttura, il minimo rispettoso di tutti e insoddisfacente per ognuno. Non trovando un legame forte con una visione del mondo espressa in una particolare – ma consapevole – tradizione, i ragazzi come Matteo sono nelle condizioni di credere che un orizzonte di senso valga l’altro, e che forse il migliore è quello più utile alla sopravvivenza, al galleggiamento nel mondo di oggi.

I ragazzi come Matteo sono facili vittime degli spacciatori di senso, che tentano di guadagnare alla propria parte sempre più consensi, offrendo al pubblico le ricette più semplici. Ecco i compagni di Matteo abbandonarsi ai più triti e televisivi qualunquismi, ecco l’analfabetismo di ritorno che si annida in alcune fasce della nostra popolazione.

Nonostante i suoi sforzi però Matteo non riesce a sfuggire alla sensazione che queste facili visioni del mondo siano in fondo degli artefatti, che non potranno mai esaurire il suo bisogno di senso. Ma al tempo stesso non riesce a osservare che da lontano le narrazioni autentiche e sostanziali, da quella distanza dalla quale Matteo osserva il centro della sua città. Il centro del suo quartiere è un supermercato, e quello è l’orizzonte di senso di più facile disponibilità per lui. Matteo avverte un simile orizzonte tutto individuale come insufficiente, ma difficilmente sarà in grado, o avrà la fortuna, di comprendere la possibilità e il bisogno di una identità critica, storicamente consapevole, condivisa con alcuni contemporanei e con diversi antecedenti e riferimenti culturali. Forse non ne sarà in grado o non ne avrà la possibilità, però forse avrà sempre l’impressione confusa che qualcosa di più profondo ci debba essere, che da qualche parte della sua coscienza si trova un bisogno di senso che non ha potuto colmarsi.

Come afferma in prospettiva antropologica Levi-Strauss: «Perché una cultura sia veramente se stessa e produca qualcosa, essa e i suoi membri devono essere convinti della propria originalità e persino, in certa misura, della propria superiorità rispetto agli altri. Solo in condizioni di ipo-comunicazione una cultura produce qualcosa. Oggi corriamo il rischio di diventare semplici consumatori, in grado di assorbire qualsiasi cosa da qualunque punto della terra, ma oramai privi di ogni originalità».1 Matteo, a cui è stata puntualmente insegnata la tolleranza nei confronti degli altri e delle altre culture, forse riconosce il bisogno di una tale pretesa di «superiorità», ma la avverte in qualche modo confuso come colpevole.

Nel passo citato Levi-Strauss individua un altro fattore fondamentale nella costruzione del mondo di Matteo. Si tratta di quel modo economicizzante e consumistico di concepire desiderio e soddisfazione intorno al quale si sono spese – e si spendono – le critiche più aspre cui seguono puntualmente i risultati più insoddisfacenti. Non è certo criticando quell’unico orizzonte di senso che la generazione di Matteo trova a disposizione – unico perché semplice, immediato, in un certo senso autocostruito – che ci si può aspettare di risvegliare gli animi al bisogno di una narrazione totale. Forse è vero il contrario: attraverso la critica intellettualistica di quella visione del mondo – che possiamo chiamare del non-luogo – l’intellettuale non fa che scavare una distanza ancora più profonda fra sé e Matteo, e confermare Matteo sulla strada del nichilismo, dicendogli che il suo è un mondo artefatto e impoverito.

Il vuoto di senso dell’orizzonte di Matteo è il risultato di un complesso intreccio di globalizzazione standardizzante e relativismo nichilistico. Esiste una generazione cui è stata data una libertà tutta negativa che si trova a dover fondare la propria sensatezza solo sull’individuo. Si tratta di una generazione libera di non essere, povera dal punto di vista sia materiale che spirituale, che ha perso una dimensione collettiva e culturale del sé e che sta ricevendo in formato televisivo e banalizzato (perché muto, inconsapevole) quel «fatto storico» già denunciato dal Dilthey maturo: al persistente bisogno di una verità oggettiva si oppone la consapevolezza della relatività delle narrazioni. «In questo modo» afferma Dilthey «il principio dello sviluppo [storico] è diventato il punto di vista prevalente per la conoscenza dell’intero mondo naturale e umano. Il tipo di uomo si scioglie nel processo della storia. […] Sorge così l’antinomia seguente. Alla variabilità delle forme di esistenza umana corrisponde la molteplicità dei modi di pensiero, dei sistemi religiosi, degli ideali etici e dei sistemi metafisici. Questo è un fatto storico. I sistemi filosofici mutano al pari dei costumi, delle religioni e delle costituzioni: essi appaiono come prodotti storicamente condizionati. Ciò che è condizionato da rapporti storici, è anche relativo nel suo valore. Ma l’oggetto della metafisica è la conoscenza oggettiva della connessione della realtà. Soltanto una tale conoscenza oggettiva sembra consentire all’uomo una salda posizione nella realtà, e all’agire umano un fine oggettivo».2

Quanto affermato fin qui può apparire come una finzione o un vago sentore, ma in realtà si tratta di fatti suffragati da numeri. L’Italia è il paese che, a partire dal 2009, ha visto il più alto disinvestimento nel campo della cultura (meno 33,3%). Non solo, in Italia la spesa delle famiglie in consumi culturali è decisamente inferiore alla media europea e il livello di partecipazione della popolazione alle attività culturali si attesta su valori preoccupanti: 8% contro un 43% in Svezia, 36% in Danimarca e 34% in Olanda.3 Forte di questi numeri l’Italia si piazza orgogliosamente in ultima posizione fra i paesi dell’Unione. Stando agli studi sulla prose literacy (capacità non solo di leggere, ma di decifrare e comprendere le informazioni di un testo in prosa) e la numeracy (conoscenze e capacità minime necessarie per affrontare efficacemente problemi e situazioni di natura matematica) aggiornati al 2008, gli italiani si collocano regolarmente all’ultimo posto in un confronto con le popolazioni di Norvegia, Canada, Svizzera, USA, Olanda, Australia, Nuova Zelanda, Bermuda e Ungheria. Non solo, stando sempre a questi studi, il 47% degli italiani fra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale, vale a dire legge senza comprendere.4 Se questi sono i dati aggiornati al 2008, e se dal 2009 gli investimenti nella cultura e nell’istruzione sono crollati, ci sono buone ragioni per credere che in questi anni la situazione non sia affatto migliorata.

L’esempio fittizio del personaggio di Matteo si rivela dunque essere non tanto una sorta di finzione letteraria, quanto piuttosto una possibile rappresentazione di un fenomeno di reale impoverimento antropologico che in Italia si sta verificando, un fenomeno di difficile individuazione e misurazione e dalle conseguenze altrettanto sfuggenti.

Da un lato c’è un enorme bisogno di investimenti nella cultura, nella scuola e nell’istruzione tesi a recuperare il preoccupante ritardo del nostro paese in termini di requisiti minimi di formazione intellettuale; dall’altro la cultura deve tentare di allargare il proprio bacino di utenza, proponendosi non come un fatto accademico o di élite, ma come la possibilità di una risposta a un bisogno che è prima di tutto umano, e che il presente semplificatorio in cui vive Matteo anestetizza proponendo soluzioni palliative e insoddisfacenti. La cultura deve tornare a proporsi, per lo meno, se non come una risposta, come la possibilità di porre il problema in termini articolati e consapevoli. La formazione umanistica deve imparare a presentarsi come il luogo di scoperta dell’orizzonte di senso storicamente determinato. I programmi ministeriali, invece di continuare ad apparire come nozionismi spicci e libreschi, possono e dovrebbero essere presentati come il luogo in cui costruire una coscienza culturale, cioè orizzonte di senso, cioè partecipazione consapevole. Bisogna mostrare a Matteo e gli altri come lui che l’orizzonte che loro credono autocostruito in realtà è frutto di una precisa evoluzione storico-culturale, bisogna portare Matteo a dialogare con il passato, a vivere al e nel centro della sua città, a comprenderne travagli e vicende, a diventarne consapevole erede, a riscoprire il valore corale del vivere in un luogo e in un territorio. Questa potrebbe essere una via culturale per rispondere a un’esigenza sia antropologica che civica, perché nel nostro paese esiste un urgente bisogno di cittadini partecipi, e non di individui monadicamente e nichilisticamente autointeressati.

1 C. Levi-Strauss, Mito e significato, Milano, Il Saggiatore, 2010, p. 34.

2 W. Dilthey, La coscienza storica e le visioni del mondo, in Scritti filosofici, a cura di P. Rossi, Torino, Utet, 2004, p. 501

3 Cfr. Repubblica, 28-05-2014, pp. 40-41, fonte: Rapporto sulle spese in cultura nel periodo 2000-2011, Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio.

4 OECD, Statistics Canada, Literacy for life: Further Results from the Adult Literacy and Life Skills Survey, OECD Publishing, 2011, p. 61. Url: http://www.statcan.gc.ca/pub/89-604-x/89-604-x2011001-eng.pdf

 

 

Classe '91. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia.

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