Noi, la città e la circolarità
- 02 Aprile 2021

Noi, la città e la circolarità

Scritto da Gianfranco Franz

8 minuti di lettura

Circa 12.000 anni fa, da qualche parte, lentamente e incrementalmente, alcune tribù inventarono la città. Il linguaggio, la prima e più complessa invenzione umana, caratterizzava già i Sapiens e la città, la nostra seconda più complessa invenzione, cominciava la sua corsa senza fine, diventando la nicchia ecologica e l’incubatore della nostra attuale civiltà. La Tavola periodica degli elementi di Dimitri Mendelev era ancora lontana dall’essere definita, essendo stata pubblicata nel 1869 grazie al linguaggio e alla città.

Molto presto gli edifici diventarono il nido degli uomini, mentre le città iniziarono ad eccedere progressivamente la scala umana; Roma eccedeva quella del suo tempo, dipendendo da un intero impero per sopravvivere, come anche la ricchissima Londra del XIX secolo, i cui livelli di morbilità e povertà diedero i natali a una nuova disciplina, la pianificazione urbana, oltre a tanti spunti per grandi romanzi. Insicurezza, sporcizia, sfruttamento erano la norma anche a Amsterdam, come racconta Kitty Tippel, film di Paul Verhoeven del 1975, ispirato al romanzo di Cornelia Hubertina “Neel” Doff, con protagonista una giovane ragazza emigrata in città dalla campagna olandese e presto divenuta una prostituta. Vienna, la città gentile del nostro immaginario, con l’imperatore Francesco Giuseppe e l’imperatrice Sissi che danzavano il valzer mentre il mondo cambiava guerra dopo guerra, non faceva eccezione. La capitale asburgica non era solo la bella e composta città che amiamo pensando alla Sachertorte; ribolliva di artisti inqueti, indagatori della psiche, filosofi, scrittori, musicisti, matematici, zoologi, etologi, biologi ed economisti liberisti, ed era anche sporca, pericolosa, moralmente degradata e parassitaria; lo apprendiamo leggendo Josefine Mutzenbacher, romanzo anonimo pubblicato nel 1906 da Felix Salten, poi autore di Bambi: una vita nei boschi (1923); un’altra storia di una giovane arrivata in città dal mondo rurale, evolutasi in dama ricca ed elegante esercitando la prostituzione.

Da tempo gli umani falliscono nel gestire il loro ecosistema artificiale in modo equilibrato con l’ambiente. Lo abbiamo compreso solo di recente, ma non sappiamo ancora come venir fuori da questo dilemma perché, quando non sappiamo come risolvere un problema, o gli sforzi si rivelano troppo costosi e poco redditizi nel tempo breve, la nostra mente inizia a concentrarsi sugli effetti anziché sulle cause. Ci comportiamo così perché auto-correggiamo la realtà, come scrisse Gregory Bateson nel 1972, lavorando attorno alla definizione di Ecologia della Mente[1]. Indagare gli effetti ci permette di dissezionare il tutto, suddividerlo, separando ciò che è integrale, non curanti del fatto che ogni suddivisione, benché produca un approfondimento specialistico, comporta sempre una perdita di senso generale. Confidiamo in soluzioni scientifiche verificabili, che riteniamo decisive solo perché affrontano una minima parte del problema. Investiamo cifre colossali in tecnologie che promettono maggiore efficienza, dimenticando l’insegnamento dello scozzese William Stanley Jevons, risalente al 1866, sulla paradossalità dell’aumento di efficienza, che ineluttabilmente produce maggiori consumi e maggiore entropia[2].

Dobbiamo accettare l’idea che le città, edificate grazie a conoscenza e tecnologie, sono intrinsecamente entropiche e “contronatura” fin dall’antichità. La grande foresta di querce del Veneto descritta da Strabone e da Plinio il Vecchio era scomparsa quando i primi barbari si affacciarono ai confini orientali dell’Italia. Al posto delle querce esisteva già un fitto reticolo di città e di campi arati.

Dovremmo riconoscere che non c’è spazio per ogni cosa: vogliamo prosperare nella città, con le sue industrie, i commerci, i servizi, le infrastrutture; ci serve l’agricoltura, ma pretendiamo far vacanze in foreste e boschi con lupi, uccelli e orsi. Talvolta, attraversando il suo habitat, l’orso ci minaccia. Questa evidenza ci disturba, perché pretendiamo che quell’ecosistema sia prima di tutto nostro e anche sicuro. Intanto andiamo verso gli otto miliardi di Sapiens. Essere o non essere. Questo è il problema. Oggi il dilemma è: come dovremmo essere per far sì che la natura continui a essere. Una domanda realmente disturbante.

Stiamo tentando di rispondere con la “circolarità”, un nuovo paradigma adottato forse con eccessivo ottimismo. Circolare vs Lineare: una sfida titanica, che richiederebbe di ripartire dalla disputa filosofica fra Cartesio e Vico, due concezioni del mondo antitetiche. Siccome siamo soliti sminuzzare le questioni in tanti problemi circoscritti, assumiamo questo nuovo modello con leggerezza, pensando che la sua applicazione alla produzione industriale, all’energia e anche alla gestione delle città risolva lo squilibrio ecologico generato dai nostri stili di vita, a loro volta generati dalle nostre culture. Continuiamo ad investire molto in tecnologia e molto poco in cultura, quasi niente nell’ecologizzazione del pensiero e delle nostre abitudini. Tuttavia, gramscianamente, dobbiamo provare ad essere fiduciosi e razionalmente pessimisti al tempo stesso.

 

La città circolare

Città circolare è definizione che solo di recente si è affermata globalmente, emergendo dal più vasto campo di ricerca e di applicazioni riferito alla circolarità in ambito urbano[3]. Il più importante think tank impegnato su questo tema, la britannica Ellen MacArthur Foundation[4], afferma che tale esplorazione è appena iniziata quando non è neppure possibile affermare l’esistenza di una definizione universalmente accettata e condivisa di Circular Economy, la cui definizione più canonica è che si riferisca ad un sistema industriale riparativo e rigenerativo dalle prime fasi dell’ideazione di un prodotto alla sua produzione e allo smaltimento finale[5].

La transizione verso la circolarità si ispira a due modelli concettuali: il cosiddetto ReSOLVE (rigenerazione, condivisione, ottimizzazione, circolarità, dematerializzazione e scambio) e la cosiddetta R-strategy (rifiuti, ripensare, ridurre, riusare, riparare, rinnovare, rigenerare, riutilizzare, riciclare, ricostruire ed energia)[6].

Il concetto di circolarità proviene dagli studi di ecologia e di economia ambientale, in particolare dai contributi del grande biologo statunitense Barry Commoner e dal suo celebre libro The Closing Circle. Nature, Man and Technology, pubblicato nel 1971, ma come sottolineano tre studiose tanto la definizione di economia circolare quanto quella di città circolare appaiono esageratamente pubblicizzate e scarsamente definite[7], mentre alcuni fra i più importanti studiosi italiani evidenziano la ancora scarsa disponibilità di evidenze empiriche[8].

Anche se è ancora incerta e indefinita l’applicabilità dei principi e dei modelli di circolarità economica e industriale al campo della gestione urbana, i fallimenti (e in Italia i ritardi) nella attuazione delle precedenti politiche per la città sostenibile (green, smart, resilient city) ne fanno un campo di sperimentazione e innovazione interessante[9]. L’obiettivo di ridurre al massimo, addirittura a zero, le emissioni in atmosfera e sia gli scarti di produzione, sia gli scarti del consumo rappresenta un’aspirazione di grande portata, probabilmente eccessiva. Chi scrive, di fronte all’ampiezza della sfida posta dalla transizione all’economia e dunque di fronte al concetto di città circolare, non può non rammentare la pragmatica durezza di Edward Glaser, economista urbano di scuola liberale, quando avverte che non tutte le città avranno successo perché non tutte sapranno adattarsi[10], o l’amara riflessione di David Harvey, di scuola marxiana, quando ricorda che le città che perdono sono tante quante quelle che vincono[11]. Aggiungo io che a perdere, con esse, sono i loro cittadini.

 

La città è (quasi) sempre stata circolare

Esempi di riuso e di adattamento urbano circolare sono le trasformazioni dello Stadio di Domiziano nell’attuale Piazza Navona, del Pantheon (componente delle Terme di Agrippa) in un tempio cattolico, del Palazzo di Diocleziano nell’attuale centro storico di Spalato, dell’attuale Piazza Anfiteatro di Lucca, che ha visto, nel corso del tardo Medioevo, la trasformazione dell’arena romana in un continuum di edifici a funzione residenziale.

Un’osservazione più attenta della storia della città dimostra come essa, essendo un organismo, un sistema materiale e di flussi e un manufatto umano complesso, ha sempre seguito contemporaneamente processi di linearità (crescita demografica, economica, spaziale) e di circolarità (adattamento, riuso, trasformazione dell’esistente). La città, anche nei paesi in declino demografico, continua a seguire questo duplice andamento: crescita spaziale continua (con illimitato consumo di suolo) e incessante ridefinizione interna di ambiti urbani, grandi complessi edilizi, singoli edifici abitativi o produttivi.

La cultura e l’arte del riciclo, l’abilità nell’adattamento hanno rappresentato una costante delle civiltà urbanizzate e rurali, fino a quando l’immensa forza della tecnica sprigionatasi nel corso del XX secolo ha prodotto la cosiddetta “Grande accelerazione”, spingendoci nella cosiddetta era dell’Antropocene. Tecnica e tecnologie disponibili hanno permesso di costruire sempre più in grande, più in fretta, più in alto. In Occidente la cultura del riciclo e del riuso degli oggetti è venuta meno sia per il progressivo inurbamento e la graduale scomparsa della civiltà contadina, sia per il dominio della plastica nelle vite di ciascuno, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del Novecento.

Le pratiche Re/Ri (restauro, recupero, ristrutturazione, riqualificazione, rivitalizzazione, rigenerazione) sono codificate da più di un secolo nelle discipline che progettano e trasformano la città, e lo sono a grande scala almeno dall’epoca degli interventi parigini gestiti dal barone Haussmann, dal 1853 al 1870. Esse diventeranno ancora di più la norma, perché le città del mondo dovranno procedere verso una radicale riorganizzazione funzionale ed energetica della vita urbana, capace di modificare i comportamenti e gli orientamenti al consumo di individui e famiglie. Agire circolarmente sui sistemi produttivi e sulle città sarà possibile solo se sapremo modificare comportamenti e abitudini di vita. Il problema non è mai tecnologico, bensì culturale.

Non basterà concentrarsi come facciamo da decenni sull’innovazione continua del nostro arsenale tecnologico per risparmiare energia e per riciclare perché risparmiare energia ci porta esclusivamente e inesorabilmente a consumare ancora più energia (Jevons), una verità che non accettiamo perché, come scrive Bateson, essa ci disturba internamente. Dovremo agire sulla nostra attitudine allo spreco, che è un comportamento culturale di assai maggiore complessità di qualsiasi innovazione tecnologica, di qualsiasi algoritmo.

Apparentemente la città contemporanea, edificata a partire dall’inizio del secolo scorso e poi, impetuosamente, dalla metà degli anni Cinquanta in avanti, sembra aver perso la capacità di riciclare, riusare e ri-adattare gli oggetti di più recente fabbricazione: i grandi complessi residenziali pubblici, le grandi aree industriali o i grandi nodi infrastrutturali ormai obsoleti. Di fronte alla necessità di ammodernamento funzionale la città contemporanea percorre in prima battuta la strada della sostituzione e della delocalizzazione attraverso l’abbandono dell’esistente, optando per la nuova edificazione e il continuo consumo di suolo ai margini della città compatta o nei territori più esterni delle aree metropolitane. Solo successivamente si ritorna sui relitti del passato con grandi progetti urbani di riqualificazione e rigenerazione.

 

Non possiamo fallire ancora

A fronte di un quarto di secolo di buone pratiche di sviluppo sostenibile (Agenda 21, trasporti, trattamento rifiuti, ecc.) realizzate in tante città del mondo, a fronte dell’implementazione di politiche, programmi, piani e progetti (le 4P) per la smart city (energia, cablatura, digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, ecc.) o per la green city (boschi urbani, reti ecologiche urbane, casse di laminazione, ecc.), a fronte dell’enorme quantità di scritti scientifici, programmatici o divulgativi su questi temi, i risultati in termini di sostenibilità sono assai scarsi se è vero che ci siamo dovuti dare due date limite – il 2030 e il 2050 – per non fuoriuscire dai cosiddetti Planetary Boundaries (i limiti planetari), vale a dire le nove soglie da non superare o dalle quali recedere per fermare la distruzione della biodiversità e ridurre la corsa della crisi climatica innescata da modelli di sviluppo che hanno perduto il senso del limite.

La città circolare si palesa oggi come una sfida da non perdere anche perché nel 2050 fra il 70 e il 75% degli esseri umani vivrà in una città. Questo significa che la Battaglia di Stalingrado della sostenibilità si vince nelle città del mondo, nelle quali i Sapiens concentrano, attraverso i loro consumi, l’intera Impronta ecologica impressa sul Pianeta. Città che sono responsabili del 76% delle emissioni di carbonio, del 75% del consumo di risorse naturali e del 50% della produzione totale di rifiuti, come risultato dell’85% della produzione lorda globale, malgrado esse occupino solamente il 2% della superficie del globo[12].

Il vantaggio di questo nuovo sottoinsieme della città sostenibile sembra, infatti, essere il progressivo coinvolgimento dell’economia e dei sistemi produttivi locali, nazionali e globali[13]. Possiamo affermare con sicurezza che la transizione delle economie mondiali verso la circolarità e la riduzione degli impatti ambientali sarà compiuta solo quando la maggioranza assoluta di città e cittadini, soprattutto nei paesi più ricchi, inizieranno ad assumere comportamenti circolari e pertanto virtuosi.


[1] Bateson G., (1972). Step to an Ecology of Mind. Collected Essays in Anthropolohy, Psychiatry, Evolution, and Epistemology. New Jersey London, Jason Aronson Inc.

[2] Jevons W. S. (1866). The Coal Question. An Inquiry Concerning the Progress of the Nation, and the Probable Exhaustion of Our Coal Mines. London, MacMillan and Co.

[3] Marin J., De Meulder B. (2018). Interpreting Circularity. Circular City Representations Concealing Transitions Drivers. Sustainability. 2018, 10, 1310, p. 24.

[4] Ellen MacArthur Foundation (2017). Cities in the Circular Economy – An initial exploration. Isle of Wight, UK.

[5] ESPON (2019). CIRCTER. Circular Economy and Territorial Consequences. Applied Research, Final Report. Version 09/05/2019, Luxembourg.

[6] Potting, J., Hekkert, M., Worrell, E. & Hanemaaijer, A. (2017). Circular Economy: Measuring innovation in the product chain – Policy report. PBL Netherlands Environmental Assess-ment Agency, (2544), 42.

[7] Prendeville S., Cherim E., Bocken N. (2018). Circular Cities: Mapping Six Cities in Transition. «Environmental Innovation and Societal Transitions», 26, 171–194.

[8] Caianelli G., D’Amato A., Mazzanti M. (2020). Resource efficient eco-innovations for a circular economy: Evidence from EU firms. «Research Policy». 49, pp.1-11.

[9] De Jong M. et al. (2015). Sustainable-smart-resilient-low carbon-eco-knowledge cities; making sense of a multitude of concepts promoting sustainable urbanization. «Journal of Cleaner Production». 109, pp. 25-38.

[10] Glaser E., (2011). Triumph of the City. How Our Greatest Invention Makes Us Richer, Smarter, Greener, Healthier, and Happier, The Penguin Press, New York, 2011.

[11] Harvey D. (1989). The Urban Experience, Johns Hopkins University Press.

[12] Dhawan P. (2018), Circular Economy Guidebook for Cities. Centre for Sustainable Consumption and Production, Wuppertal.

[13] Mosannenzadeh F. and Vettorato D. (2014). Defining Smart City. A Conceptual Framework Based on Keyword Analysis. TeMA. Journal of Land Use, «Mobility and Environment». Special Issue: 683-694.

Scritto da
Gianfranco Franz

Architetto e pianificatore, è professore ordinario di Politiche per la Sostenibilità e lo Sviluppo Locale presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara, tenendo corsi anche per il Dipartimento di Architettura e per il Dipartimento di Studi Umanistici. Ha un’ampia esperienza in politiche e pratiche di sostenibilità, sviluppo locale, pianificazione spaziale strategica e creatività urbana condotte in Italia, Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Vietnam. Dal 2003 al 2015 ha coordinato il primo master post laurea italiano di II livello EcoPolis in collaborazione con varie università latinoamericane e asiatiche. Nel 2012 ha fondato per l’Ateneo Estense la Rete Universitaria Internazionale Routes towards Sustainability, nata con la collaborazione di 9 atenei e oggi cresciuta a 23 università partner dai cinque continenti. Routes promuove iniziative accademiche (simposi, summer school, workshop, corsi di dottorato) multi e cross disciplinari. Da questo network, nel 2019, è nato il corso di dottorato internazionale, interdipartimentale e interdisciplinare in Environmental Sustainability and Wellbeing dell’Università di Ferrara, con titolo congiunto con la Western Sydney University e in collaborazione con altre 9 università fra italiane, latinoamericane, dell’Oceania ed europee. Ha scritto libri e saggi fin dagli anni ’90, sui temi dell’housing sociale, della riqualificazione urbana e dei programmi complessi, della rigenerazione e della creatività urbana, nonché sulla sostenibilità. Di recente sta sviluppando ricerche su città circolare, sostenibilità, scienze sociali ed umanistiche.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]