Oltre l’ortodossia. “Nei cantieri marxiani” di Sandro Mezzadra. Recensione

Interrogare Marx «a partire dall’esigenza di pensare politicamente il presente»: questo l’obbiettivo che Mezzadra si pone in apertura dell’agile volume Nei cantieri marxiani. Il soggetto e la sua produzione. Ovviamente di interrogazione, appunto, si tratta: che in quanto tale non si prefigge una completezza sistematica (in 137 pagine poi!) né presuppone di analizzare le opere di Karl Marx come se fossero i Sacri Testi di San Karl da Tubinga. Non il Marx di certo marxismo novecentesco quindi, che riteneva la dottrina di Marx «onnipotente perché giusta». Da questo Marx, sostiene Mezzadra, dobbiamo «definitivamente prendere congedo.» Ed il suo libro lo fa in modo esemplare: a partire dal tema della produzione di soggettività, Mezzadra rilegge in ordine cronologico un insieme di passi marxiani attorno al tema della produzione di soggettività, criticando anche Marx appunto in vista di una rilettura politica del presente, delle sue contraddizioni. Tutto, avrebbe detto Lucien Goldmann, a partire dal pari, dalla scommessa fatta per sovvertire e per criticare «lo stato di cose presente».

Mezzadra interpreta il pensiero marxiano in generale come pensiero della liberazione concreta. Ed anche qui, si può dire, rifugge da un certo marxismo novecentesco: Marx non è né un puro filosofo morale (dove la rivoluzione è un semplice desideratum) à la Bernstein, né una sorta di fisico, freddo espositore di una situazione di fatto oggettivamente determinatasi, entrambe, queste, interpretazioni unilaterali per Mezzadra, che non concepiscono il reale rapporto soggetto-oggetto per come Marx lo definisce nelle Tesi su Feuerbach («l’oggetto, il reale […] è attività umana sensibile, attività pratica »). Da questa esigenza di pensare Marx come pensatore della liberazione, della possibilità concreta delle liberazione, nasce la volontà di pensare a fondo nei testi marxiani la questione del soggetto e della sua produzione.

La tesi che emerge tra le pagine del testo è quella secondo cui solo se pensiamo il capitalismo come produttore di soggettività, cioè come produttore di gruppi sociali che agiscono da protagonisti sul teatro della storia, solo se pensiamo questa produzione come generatrice di soggetti diversi, antagonisti l’uno rispetto all’altro, solo se analizziamo in che termini questa produzione si dà, possiamo comprendere come sia possibile la liberazione, cioè la riconfigurazione dei rapporti sociali, politici ed economici in modo diverso.

Mezzadra ricostruisce l’itinerario intellettuale di Marx a partire dalla sua giovinezza: dal momento in cui il giovane Marx si rendeva conto della necessità di dissolvere la filosofia e la politica in un orizzonte più ampio che comprendesse la soggettività reale dell’uomo, per analizzarne il suo stato di alienazione dal suo lavoro, da se stesso e dagli altri. Perché, si chiede Marx all’altezza degli anni ’40, oggi l’uomo vede il prodotto del suo lavoro non come sua opera, ma come oggetto estraneo? Perché gli uomini hanno perso memoria della loro essenza, che sta nell’insieme dei rapporti sociali, ed in questo modo vivono nell’estraneazione? Secondo Mezzadra è da qui che si originano quelle questioni da cui Marx svilupperà la critica dell’economia politica, ritrovando nella proprietà privata dei mezzi di produzione l’origine di questa estraneazione. A partire da qui Marx comprenderà che la critica alla situazione presente non può essere solo politica o solo filosofica, ma deve comprendere il tutto (ovvero il concreto, «l’insieme delle determinazioni») del mondo degli uomini, a partire dalla loro condizione economica. Si sviluppa qui un’analisi complessiva della società: in questo senso Mezzadra parla di dissolvenza della politica e della filosofia. Con questo termine l’autore intende la tendenza, in Marx, non a debilitare ma a fluidificare il concetto di politica nell’analisi dell’insieme della realtà sociale che viene pensata nella sua interezza, come un unico insieme processuale internamente contraddittorio. La politica pura è per Marx un’astrazione, che va integrata e concretizzata dall’analisi economica, sociologica, storica etc.

Si può così leggere in questo senso complessivo, la fusione dell’analisi economica e dell’analisi politica proprio nel tema del soggetto. Il capitalismo è un sistema che per il suo stesso esistere, ci ricorda Mezzadra con Marx, necessita di soggetti precisi, ben definiti: da un lato un soggetto che possiede la forza lavoro ed ha necessità di venderla (come merce) per sopravvivere; dall’altro il possessore di mezzi di produzione, che acquista questa forza lavoro e la sfrutta, ricavandone il plusvalore. Ora, per Mezzadra il punto fondamentale è questo: il soggetto creato dal capitalismo è essenzialmente scisso (proletari- capitalisti nel senso sopra definito) ed ha modi di vivere la sua condizione all’interno del capitalismo sostanzialmente diversi, che attivano il proletariato e lo spingono ad essere motore di trasformazione nel capitalismo ma soprattutto oltre il capitalismo (si pensi a tutto il movimento operaio del ‘900 e al suo avere oggettivamente trasformato la società in tutte le sue articolazioni). É interessante l’analisi che Mezzadra fa del termine classe, rigettandone in parte la visione novecentesca (con tutti i concetti collegati di coscienza di classe, partito- avanguardia) definendo la classe più come una «bussola» su cui orientarsi nella lotta per la liberazione, che come un insieme omogeneo da portare alla coscienza di se stesso: infatti, sostiene Mezzadra, le classi sono sempre attraversate da scissioni interne, dispositivi gerarchizzanti, come ad esempio la razza ed il sesso, che le stratificano, ne rendono difficile, se non impossibile l’unificazione. Visione questa, evidentemente non scevra di problemi teorici importanti (peraltro anche lo stesso Mezzadra riconosce quanto meno la legittimità storica del tema della coscienza di classe, pur volendolo accantonare): non è forse possibile pensare la razza e il sessismo, per come si sono sviluppati negli ultimi due secoli, come dispositivi gerarchizzanti certo, ma ideologicamente predisposti proprio a questo scopo? Certamente comunque, Mezzadra evidenzia un problema importante della sinistra politica contemporanea riflettendo in questi termini sulla classe.
Resta però saldo il punto: il capitalismo non solo produce questi soggetti intrinsecamente antagonisti, ma è da essi prodotto. Non c’è capitalismo senza proletari e capitalisti: certamente in termini di classe, lo abbiamo visto, queste distinzioni sono più logiche che altro, ma resta fermo il punto fondamentale secondo cui il capitalismo genera da sé i suoi uccisori. Da ciò derivano due punti fondamentali: in primo luogo, il capitalismo non è mai un sistema chiuso ma sta nell’apertura, sta nelle contraddizioni che lo attraversano, sta nell’essere costituito da soggetti contrapposti e specialmente è necessitato a produrre e ad essere prodotto da un soggetto essenzialmente rivoluzionario, che ne è il potenziale uccisore.
E proprio qui, come vedevamo, in questo termine “potenziale”, si inserisce l’azione politica: nel mobilitare questo soggetto antagonista e nel muoverlo verso la liberazione. Soggetto che per Mezzadra non può essere pensato oggi solo all’interno della parte operaia del proletariato, del mero portatore di forza lavoro: soggetto che viene invece costruito a partire dal tema dell’estraneazione allargato a tutto il campo della società, e non solo alla parte operaia. Punto importantissimo questo, evidentemente, per poter rivedere a fondo quale possa essere oggi il soggetto per l’azione politica di liberazione.
L’autore dunque sottolinea come il ripensamento di Marx fuori dal marxismo sia importante anche per tentare di liberarsi di certe posizioni novecentesche, che consideravano ad esempio la lotta economica (quella per i salari) come lotta non politica (cioè quella per la liberazione) e quindi come ad essa subordinata. Mezzadra, forte del concetto di dissolvenza che abbiamo visto poco sopra, ricorda come ogni lotta economica sia anche politica, nel senso che aiuta a costruire l’identità del soggetto e la sua consapevolezza. Qui si ha l’impressione che Mezzadra faccia uscire dalla porta il pesante concetto di coscienza di classe per farlo rientrare dalla finestra. Se l’azione della classe subalterna costruisce la sua consapevolezza nella lotta, anche quotidiana, questo non significa forse che una classe in sè esiste, in ogni caso? Sembra che Mezzadra, giustamente, si concentri più che altro sulle modalità di auto-liberazione del proletariato, che nella misura in cui sono autonome non possono essere guidate da apparati burocratici che insegnino i bisogni e le necessità «anche contro il proletariato»: la coscienza di classe non va portata al proletariato dall’esterno ma deve essere il frutto della sua azione concreta, materiale, nella storia. Posizione questa che ha evidentemente, mi pare, le sue difficoltà, ma merita di essere ricordata anche pensandola all’interno del discorso contemporaneo sul partito e sulle sue forme organizzative.

È un esperimento interessante quello di Mezzadra. Che recupera un tema fondamentale in Marx e nella filosofia contemporanea (si pensi solo a Foucault), la produzione di soggettività, e lo legge in chiave politica, riproponendo la riflessione di Marx sul tema. Ricordando l’immanenza del processo storico e la contraddittorietà delle formazioni storiche, contraddittorietà che si sviluppa a partire dai soggetti che il sistema stesso (il capitalismo) produce. I quali aprono spazi di resistenza e di alternativa, per la loro posizione plastica all’interno della totalità. Non ci sono messia che salvano gli uomini da se stessi, ma il capitalismo genera da solo le sue contraddizioni (e non può non generarle), per cui esso è sempre aperto all’azione politica trasformatrice, se essa sa costruirsi su queste fratture.

Evidentemente un testo non risolutivo, ma che solleva decine di problematiche: che apre spazi di riflessione che non può chiudere. Non sono di poca importanza le critiche che Mezzadra fa a Marx (prima tra quelle che non sono state qui citate, quella relativa alla mancata comprensione da parte di Marx della dimensione coattiva e violenta anche in superficie del rapporto capitalista- proletario, che Marx definiva invece di formale eguaglianza), né, si sono visti, i passaggi di proposta di riscrittura del concetto di classe. Un tentativo interessante, dicevo, perché rifiuta di trattare Marx come un profeta e lo accetta come un pensatore, fondamentale certo, anzi decisivo per l’analisi e per la critica del tempo presente; ma un pensatore, non un semi-dio di cui vanno religiosamente interpretati ed accolti i sacri testi.

Viene da chiedersi se, in un’ottica simile di ripensamento delle categorie del passato per l’elaborazione di prospettive teoriche e quindi pratiche innovative, dunque volendo ripensare il presente come presente e volendolo marxianamente criticare, e non fare l’apologia filologica di determinati libri, ecco, dicevo, viene da chiedersi se non potrebbe essere interessante operare in modo contrario, speculare e direi complementare a Mezzadra. Non sarebbe pensabile, voglio dire, tentare di recuperare una parte almeno del marxismo oltre Marx? Riprendere il marxismo, o almeno la parte occidentale, umanistica di esso ed utilizzarlo come sorgente di questioni e di soluzioni che in Marx non ci sono, né possono esserci, ovviamente senza considerare a sua volta il marxismo come scevro da errori? Riconoscere, insomma, come peraltro Mezzadra fa bene, che Marx è certamente uno dei più grandi pensatori della storia moderna ma che, nella misura in cui era espressione del suo tempo, non poteva vedere se non in nuce certi problemi. E mettere così in secondo piano l’importanza non di Marx ovviamente, quanto dell’analisi esegetica di ogni riga dei suoi testi per giustificare qualsivoglia affermazione sulla condizione politica attuale. Non che non sia importante analizzare i suoi testi: solo, bisogna sviluppare la consapevolezza che Marx non ha parlato di tutto, e che su certi temi va superato e completato. Penso ad esempio al tema ambientale, ma anche al tema dei diritti civili, o anche, da un punto di vista più teorico, alle analisi di Lukács in Storia e coscienza di classe, o alle riflessioni di Goldmann, Lefebrve etc.

Questo non per dimenticare o abbandonare Marx. Ma per rendergli giustizia. Per ricordarsi che il capitalismo (e quindi quello determinato nelle sue strutture fondamentali da Marx) regna ancora sovrano, ma non regna nello stesso modo in cui regnava in passato, che ha generato diverse contraddizioni che non sono riducibili a quelle viste da Marx (molte delle quali, pure, sono ancora presenti). Per non pensare con il «cervellino dell’economista borghese» per cui « se c’è stata una storia, ora essa non c’è più». Purtroppo, molte volte è esattamente in questi termini che ha ragionato la sinistra intellettuale italiana ed europea: c’è stata una storia, Marx l’ha esaurita nel suo pensiero, ora essa non c’è più, ora essa si riproduce all’infinito e l’analisi di Marx è il tutto: c’è stato un tempo purtroppo in cui per elaborare una prospettiva nuova interna al marxismo, era necessario ritrovare nei testi di Marx almeno una riga che giustificasse la propria posizione. É in questo senso che, forse, occorrerebbe non solo superare, come auspica Mezzadra, il marxismo con Marx, ma anche Marx con (parte del) marxismo.


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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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