Pasolini: Per una lingua estremamente politica. Prima parte

«La cosiddetta paura dell’errore si rivela essere paura della verità» (Hegel)

Pasolini è l’ultima grande coscienza italiana, l’ultimo specchio in cui abbiamo potuto guardarci e odiarci. Come ogni coscienza, a volte la si ascolta in cerca di buoni consigli, altre la si fugge soffocandola tra le pagine di un manuale o di un’antologia. É difficile dire con che orecchio ci rivolgiamo a questa coscienza oggi. Molti sembrano esserne diventati addirittura sordi, altri invece la inseguono, spinti da un bisogno a cui nemmeno loro sanno dare una giustificazione. Il fatto è però che su di lui si continua a scrivere, a pensare, lo si attacca così come lo si sceglie per il soggetto di un film. Assunta allora la criticità, e secondo alcuni la pericolosità, del soggetto, lo scopo di questo breve articolo vuole essere mostrare quello che secondo noi è il fulcro dell’intera riflessione pasoliniana, ovvero il continuo processo di riadattamento del linguaggio nelle proprie opere in funzione dei radicali cambiamenti della società italiana. Centro del discorso, volendo essere essenziali, è la subordinazione della lingua alla realtà: «La realtà è un linguaggio. Altro che fare la semiologia del cinema: è la semiologia della realtà che bisogna fare !» [Pasolini, 1972]. Per illustrare al meglio tale questione abbiamo deciso di suddividere l’articolo in due paragrafi: nel primo si parlerà della raccolta di versi Poesia in forma di rosa, testo che segna un profondo momento di svolta nell’autore; mentre la seconda parte verterà sul rapporto tra i romanzi Ragazzi di vita, Una vita violenta e la prima produzione filmica.
In Pasolini ogni atto comunicativo, ogni descrizione e ogni inquadratura si rivelano spinti dalla necessità di una poetica militante.

Dalla Realtà, alla poesia, alla Rosa

«Quando si dice che la poesia di Pasolini è politica, nel migliore senso della parola, si vuol dire che in quella poesia sono contenuti rapporti temporali (interpretazioni del passato e del presente e tensione ad un futuro) analoghi a quelli che furono di alcune delle prevalenti tendenze storico- politiche del loro tempo. Ad esempio: una dominante della poesia pasoliniana sembra essere la presenza di un evento incombente e imminente su di un presente sentito come oggetto di pietà per il suo immediato convertirsi in passato» (Franco Fortini, Attraverso Pasolini, Torino: Einaudi, 1993). In queste pochissime righe, scritte dal grande amico e critico Fortini, si possono rintracciare tutte le più importanti linee guida della produzione poetica pasoliniana: il tempo letto attraverso le grandi narrazioni del cristianesimo e del marxismo, un tempo che acquisterà nel corso degli anni una sempre maggiore fisicità fino a coincidere con il tempo del potere (il cui esito sarà magistralmente descritto in Salò o le 120 giornate di Sodoma), poi ancora la razionalità del letterato e dell’intellettuale scandaloso, l’autenticità e la naturale disperazione del Terzo Mondo, gli infiniti Alì dagli occhi azzurri, l’amore per gli ultimi e una congenita insofferenza per i primi, per i cari ma non più compagni intellettuali. Se è con questo che dobbiamo costantemente confrontarci quando apriamo il Pasolini poeta, allora quanto detto acquista una rilevanza ancora maggiore quando ci tuffiamo in “Poesia in forma di rosa”, un’opera che segna l’aprirsi di una vera frattura esistenziale e storica.

L’evento incombente di cui parla Fortini è proprio il dispiegarsi di quello che noi oggi chiamiamo capitalismo avanzato, un sistema economico che diventa sistema di produzione di soggettività, un potere capace di permeare quelle istanze vitali che fino ad allora erano rimaste escluse dai tentativi di colonizzazione portati avanti dai regimi totalitari, dalle guerre o dalle ideologie. Pasolini lo chiama ‘neocapitalismo’, è questo il cardine attorno a cui ruota tutta la raccolta poetica (pubblicata nel 1964) e la causa della frattura; esso determina sia una trasformazione irreversibile dell’intera struttura sociale nazionale sia una radicale ‘mutazione antropologica degli italiani’ stessi. Nasce così una nuova epoca, o, come la chiama l’autore, una ‘nuova preistoria’, alle spalle viene lasciata la realtà della tradizione, del Fascismo, del ‘paleocapitalismo’ mentre davanti si spalanca una realtà agli occhi del poeta mostruosa perchè totalizzante. Pasolini qui intuisce la tragicità della società di massa con il suo conformismo, la sua falsa tolleranza che in nome del relativismo procura nient’altro che omologazione. A sparire sono insomma le differenze, i particolari, i tratti del volto di una collettività che è sempre più sfuocata. Se vogliamo allora portare alla luce le concrete trame di Poesia in forma di rosa dobbiamo scavare nel rapporto che intercorre tra il poeta e la sua realtà, quest’ultima definita da lui stesso come «fine pratico della mia poesia».

La realtà è l’oggetto della sua ossessione, egli vorrebbe esserne in un certo senso l’artigiano, in molti versi viene descritta l’immagine dell’intellettuale come colui che orbita attorno alla società sprigionando verso di essa contemporaneamente una carica di attrazione e una di repulsione che la modella, ne smussa gli angoli o ne affila i bordi. La realtà è insomma il punto su cui va concentrata tutta la nostra attenzione: da una parte essa costituisce il luogo di quella contraddizione che costringerà l’autore a un profondo salto di stile, dall’altra è continuamente assunta come nucleo critico a partire dal quale è possibile mostrare la crisi del modello razionalista che non era più in grado di spiegare un’ampia sintomatologia sociale sovvertitrice degli assetti tradizionali. Il tema della realtà viene poi sviluppato seguendo due direzioni che coincidono con i due aspetti della frattura di cui ho parlato poco fa: la dimensione storico-politica e quella esistenziale-soggettiva. Della prima qualcosa è già stato detto (si leggano La Guinea, La nuova storia, Profezia, Il sogno della ragione e tutta la sezione VI intitolata Israele) mentre della seconda si è fatto solo un qualche accenno. Volendo allora gettare uno sguardo sulla dimensione più intima dell’autore, imprescindibile è il riferimento alla poesia Un solo rudere, davvero fondamentale perchè qui si trova una delle più intense autodescrizioni, qui Pasolini si dichiara essere, nonostante tutto, ‘una forza del passato’, egli dice di ‘venire dai ruderi, dalle chiese, \ dalle pale d’altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini’ e dice che mentre scrive si trova a guardare i tramonti su Roma ‘come i primi atti della Dopostoria’, fino a terminare con l’affermazione: ‘E io […] mi aggiro\ più moderno di ogni moderno \ a cercare fratelli che non sono più’ . Da questi pochi versi si intuisce molto bene la distanza che separa un personaggio plasmato da una matrice così ‘arcaica’ da quella nuova storia che negli anni ‘60 stava muovendo i suoi primi passi. Tali parole ci fanno inoltre capire la ragione dell’intensità e della tragicità con cui l’autore ha vissuto questo salto di epoca a cui dedica la prima poesia della seconda sezione che porta il titolo della raccolta stessa. Proprio il titolo potrebbe infatti venire tranquillamente sostituito con ‘Poesia in forma di dolore’ in quanto la rosa qui è ‘una rosa carnale di dolore, \ con cinque rose incarnate, \ cancri di rosa nella rosa \ prima: in principio era il Dolore. \ Ed eccolo, Uno e Cinquino’. In pochissime pagine viene così dispiegata l’intera trama della questione conflittuale che affligge l’autore: come poter continuare a vivere in un mondo nel quale ci si sente estranei, in un mondo nel quale si è estranei, nel quale si può esistere solo come testimone di ciò che è stato e che non sarà più ?

Ebbene, la risposta a un simile interrogativo può essere rintracciata in quella che a mio avviso è la poesia più bella dell’intera opera, ovverosia Una disperata vitalità. Essa è divisa in nove atti e strutturata come fosse un’intervista (la giornalista viene definita nei termini di un “cobra col golfino di lana” e questo indica l’attacco diretto da parte di Pasolini verso quella che lui stesso definiva ‘l’industria culturale’, ma qui non c’è spazio per affrontare tale discorso), quelli per noi più importanti sono il primo e l’ottavo. Nell’ottavo l’autore prefigura l’immagine del nuovo tipo di intellettuale, un’immagine che oserei definire religiosa: ‘Venni al mondo al tempo \ dell’Analogica \ […] Ora è il tempo \ della psicagogica’, l’intellettuale diventa cioè lo psicagogo, letteralmente il conduttore di anime, una sorta di Caronte militante che traghetta gli spiriti da una riva all’altra, da un’epoca all’altra. Pasolini sente su di sé la pressione di una vera e propria missione civile e dopo un primo momento di disperazione rinasce, forte di un’estrema vitalità. Nel primo atto compare invece il famoso verso che un po’ riassume tutto quanto detto fino ad ora: ‘La morte non è \ nel non poter comunicare \ ma nel non poter più essere compresi’, qui emerge l’idea secondo cui la morte rappresenta la totale privazione degli strumenti linguistici; volendo usare un’immagine è come se un giorno ci fossimo svegliati avendo dimenticato la nostra lingua e ogni altro sistema di comunicazione (gesti, disegni ecc.), nessuno intorno a noi può capirci e questa per un intellettuale è la morte peggiore, l’incomprensibilità assoluta, la totale negazione della possibilità di esprimere il reale. A questo punto sembra manifestarsi una contraddizione insolvibile: da una parte c’è il desiderio di diventare l’intellettuale anche della Nuova storia, dall’altra proprio questa Nuova storia lo ho reso incomprensibile agli occhi e alle orecchie dei molti. Che fare ?

Ecco allora il salto di cui ho preannunciato in apertura. Tra le ultime poesie vi è Così mi salvo la quale segna la presa di consapevolezza da parte di Pasolini dell’insostenibilità della lingua- poesia, essa non riesce più ad afferrare la realtà neocapitalista: ‘La condizione della poesia \ ha distrutto la poesia’. L’incontro della dimensione storico-politica e di quella esistenziale-soggettiva mostrano all’autore la necessità di ripensare il proprio linguaggio, ed è in questo modo che Pasolini sceglie di mettere in secondo piano la poesia per dedicarsi completamente al cinema. Come si vedrà nel secondo paragrafo con il cinema l’autore ritrova una presa forte sulla realtà e ciò gli permette di diventare lo psicagogo, il profeta, l’intellettuale che aveva annunciato in nome di una ‘disperata vitalità’, ovverosia in nome di un amore puro per le forme di vita autentiche non capitalisticamente mediate. Volendo riassumere il tutto in una battuta si può affermare che la realtà, nella sua accezione più politica, rappresenta la bussola delle forme espressive pasoliniane: al cambio di rotta deve corrispondere un cambio di mezzo, una nuova lingua per un nuovo mondo.

(continua. Per leggere il seguito clicca qui)

 

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Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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