Popolo e populismo: una riflessione

Il rapporto tra il populismo ed il popolo: è su questo che occorre riflettere quando ci si interroga intorno al populismo in termini di bene o male, di giusto o ingiusto, di realtà o di inganno. E’ sin troppo diffusa e condivisa infatti l’accezione negativa del termine “populismo”, individuato, negli ambienti della sinistra riflessiva e nella retorica delle istituzioni democratiche rappresentative, come una forma di attrazione del consenso fondata sulla brutale semplificazione della realtà: il politico che fa del populismo cerca di arrivare alla “gente” con messaggi facili da comprendere, che toccano interessi diffusi, accompagnandoli spesso da un moto di indignazione e scandalo per una qualche ingiustizia che altri competitori politici avrebbero perpetrato ai loro danni. Che gli interessi toccati dai messaggi populisti siano effettivamente quelli “del popolo”, è indifferente: l’importante è che il popolo ci creda.

Generalmente, a supporto delle analisi anti-populiste, vi sta un’interpretazione della realtà in termini di complessità. Chi si staglia contro il populismo individua in esso nient’altro che una banalizzazione della complessità e, dunque, lo addita come una “presa in giro” bella e buona. In effetti, dal punto di vista del Governo, è così. Di solito, è più facile fare del populismo quando non si governa: si raccolgono i malumori del popolo, li si interpreta anche a discapito di un’analisi puntuale delle loro ragioni e li si gonfiano, al fine di rappresentare l’insostenibilità della condizione data (nonché l’inadeguatezza dei governanti in carica) e la necessità di cambiare. Se un governante è arrivato al potere col populismo, necessita di una potenza mediatica, economica e politica imponente per mantenere inalterato il proprio consenso durante gli anni del governo, in cui il confronto con la complessità si fa inevitabile e non ogni attesa viene soddisfatta.

Il populismo sarebbe quindi indifferente alla complessità. Ma questa è un’obiezione istituzionale, “governativa”. Non ci dice niente sulla consistenza politica di questa nozione. Se vi è d’altronde una consistenza politica, una legittimità, essa non può che trovarsi nel concetto di popolo. Se è possibile considerare il popolo come l’elemento fondamentale ed originario che chiede di essere rappresentato in forma politica (il popolo, e non invece lo stato sociale, il ceto o la classe), allora la nozione di populismo dovrà essere riconsiderata. E qui il discorso si complica.

Popolo è infatti un termine importante della tradizione politica e filosofica occidentale e non solo. Esso è dotato di due significati fondamentali. Un primo, che emerge in età romantica in contrasto con l’idea di soggetto universale dell’illuminismo francese e di individuo agente della tradizione anglosassone, è quello di unità fusionale e destinale di un collettivo. Fichte, nei Discorsi alla nazione tedesca, ne parla in questi termini: “un popolo è quell’insieme di uomini che vivono fra di loro in società, si producono da loro senza interruzione spiritualmente e materialmente, quell’insieme dico, nel quale il divino si svolge seguendo una determinata legge speciale. La comunanza è appunto ciò che unisce questa massa nel mondo eterno e quindi pure nel temporaneo, e ne fa un tutto naturale e impregnato di se stesso” (Fichte, 1807-1808). Non sfuggono i tratti idealisti della definizione fichtiana; tuttavia, questo discorso segna uno spartiacque importante tra un lungo passato in cui la coscienza di popolo era puramente fondata sulla condivisione di miti e linguaggi comuni ed un futuro, moderno, in cui il popolo si individua come unità legata da un comune destino, e dunque uno stesso futuro. Il richiamo al comune destino è l’essenza romantica dei moti popolari dell’Ottocento; è questo il retroterra culturale del rafforzamento delle nazioni, figure del protagonismo dei popoli nella loro autorappresentazione ed autodeterminazione politica, territoriale ed economica.

Questa accezione di popolo è dotata di riscontrata efficacia storica: i sentimenti di appartenenza che essa è in grado di mobilitare nel singolo sono stati studiati per via psicoanalitica (per esempio in Freud, Il disagio della civiltà, 1930), sono stati adoperati dai governi durante la mobilitazione della Prima Guerra Mondiale, sono stati temuti dagli internazionalisti, sono stati infine impiegati con rinnovata capacità dai totalitarismi europei degli anni ’20, ’30 e ’40. Ora, la razionalità e la legittimità di una determinata categoria storica si misura sempre anche in funzione della sua efficacia, della sua capacità di produrre effetti, dunque della sua potenza. Non c’è dubbio che la categoria di popolo sia contraddistinta da una sua efficacia, da una sua potenza, per la capacità di mobilitare risorse simboliche significative, che hanno determinato conseguenze e segnato processi che arrivano sino a noi e ci attraversano. Tuttavia, proprio l’esperienza delle dittature novecentesche dimostra l’ingenuità della definizione idealistica di popolo che Fichte ha consacrato e che ha animato tutta la vicenda ottocentesca. Non è necessario scomodare il divino o il destino. Il punto è che una determinata condizione socio-storica, soprattutto se contiene oggettivi elementi di mortificazione e sofferenza sociale e culturale che accomunano la grande parte di una popolazione (si pensi alle condizioni critiche in cui versava la Germania pre-Hitleriana), può essere efficacemente interpretata da una forma di governo che intenda corrisponderle attraverso messaggi di riscatto e di orgoglio di popolo. Poco importa che gli operai avessero le proprie rivendicazioni, che i capitalisti ne avessero delle altre, che i professionisti e i ceti borghesi ne avessero altre ancora; in queste situazioni, gli elementi trasversali di sofferenza economica, sociale e simbolica sono stati la materia su cui il soggetto – popolo è stato costruito e confezionato. Il potere populista, corredato da un imponente apparato di propaganda fondamentale nell’epoca delle masse, ha raccolto la materia di un popolo e gli ha dato una forma, un’appartenenza, una rappresentazione politica ed un destino. Il popolo può dunque essere un artefatto: non di Dio, ma del potere; ma è un artefatto che funziona.

Ancora un passo sul significato della figura del popolo. Vi è una sua seconda accezione che in effetti risulta centrale per la comprensione della sua potenza come categoria storica. Si tratta della connotazione sociale del popolo, ossia del popolo contrapposto alle élites. Se nel Settecento la cultura dei Lumi ha propagandato per la prima volta in maniera così massiccia e diffusa ideali di libertà ed uguaglianza, lo ha tuttavia fatto da una prospettiva consapevolmente elitaria, che si occupava meno della interpretazione dei bisogni immediati del popolo che non della sua educazione. Educazione ed emancipazione si incontrano in maniera più feconda nel modello politico perpetrato dal marxismo, ma, com’è noto, per precise ragioni di sistema, il soggetto dell’emancipazione, il soggetto da rappresentare ed in grado di autorappresentarsi, non era il popolo, bensì la classe proletaria. La verità è che una millenaria concezione feudale del mondo, abituata a ragionar per ceti divisi da impenetrabili barriere, si è superata solo per un verso attraverso una lettura della realtà sociale per classi, distinte per la posizione occupata nei rapporti economici della società capitalistica, posizione materiale e non più metafisica, e dunque dialetticamente reversibile (è questa reversibilità della posizione economica a rendere possibile la rivoluzione). Per l’altro verso, però, anche la nozione di popolo, proprio in forza del suo olismo, del panismo cui è ispirata, ha saputo penetrare oltre la differenza di ceto, aprendo le porte all’individuazione di nuovi fondamenti del politico. E’ di grande interesse osservare come la figura del popolo stia alla base tanto della nozione di populismo (che continuo ad assumere nel suo significato dispregiativo in voga oggigiorno) sia di quella di democrazia, definita proprio per come emerge a seguito delle lotte contro le dittature, per l’uguaglianza e la libertà.

Ciò non toglie che vi sia nella semantica stessa della nozione di popolo un’intrinseca ambiguità. Popolo si nasce, si è da sempre e si è destinati a essere, o popolo si costruisce – e sono i potenti in grado di mobilitare risorse economiche simboliche a costruirlo? Popolo è soggetto di emancipazione che valorizza la prossimità, la cura del territorio e la relazione reciproca o è figura particolare contrapposta all’ambizione universale degli umani ad essere ovunque liberi ed eguali? Il popolo può essere, in virtù di interessi anche economici che si rivelano prevalenti in una maggioranza di popolazione di una nazione e indifferentemente dalla posizione sociale dei suoi membri, il soggetto che rivendica a sé nuovo governo, contrapponendosi alle élites che lo hanno schiacciato ed oppresso, oppure si tratta di una soverchia illusione, perché dietro alla stilizzata figura di un “popolo” vi sono interessi contraddittori che altre figure storiche (come le classi) sono in grado di individuare e contrapporre efficacemente?

L’invito di queste poche pagine è solo quello di prendere sul serio la figura del popolo. Popolo come unità di rappresentazione simbolica comune ed interessi prevalenti; popolo come soggetto sociale contrapposto alle élites; popolo come protagonista di un processo di emancipazione ed autodeterminazione, sono tutte dimensioni potenti e allo stesso tempo perniciose della “realissima” figura del popolo. Potremmo dire che, più di molte altre categorie socio-storiche, il popolo vive sullo stretto crinale che separa, ma connette, rivoluzione e reazione. Un crinale che, d’altronde, molti hanno guadato, talvolta senza rendersene conto.

Quando in una determinata epoca si potenzia un appello “al popolo” contro le élites, questo dovrebbe perlomeno rappresentare un monito per le élites, che muovono critiche importanti ai populismi e alle demagogie a partire dall’argomento sulla complessità: questo vale a maggior ragione oggi, in presenza di regimi democratici fondati sulla rappresentanza. Come gli osservatori più acuti hanno colto, il successo di Marine Le Pen nelle recenti elezioni amministrative francesi è dovuto alla sua capacità di individuare nell’opposizione popolo/élites l’opposizione fondamentale del nostro tempo. A noi poco deve importare che questa contrapposizione sia strumentale. Saremmo d’altra parte degli sciocchi se pensassimo che l’unica risposta stia nella dimostrazione che la complessità dei processi è irriducibile a questa contrapposizione tra governanti e governati. Sappiamo che esiste oggi un tema di rappresentatività democratica delle istituzioni europee; un tema di disagio sociale crescente; un tema di disuguaglianza economica sempre più intensa tra redditi da lavoro “del popolo”, di tutte le generazioni e di qualsiasi professione, e rendite del capitalismo internazionale. Sappiamo anche, ahinoi, che continuare a denunciare tutto questo per guadagnarci sopra qualche consenso in vista delle prossime europee, senza avere tuttavia le risposte giuste, non è altro che deteriore populismo.

Ma ogni sforzo dovrà essere fatto per evitare di combattere il populismo contro “il popolo”. Su questo terreno, anzi, si misurerà la differenza tra l’elitismo, banale almeno quanto il populismo (e spesso, contro-intuitivamente, con esso a braccetto) ed una rinnovata sinistra in grado di “avere un popolo” e, oltre, di “essere un popolo”, che lotta sul versante dell’emancipazione e resiste contro le sirene, che altri suonano, della reazione.

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28 anni. Dottorando di filosofia presso il Consorzio FINO (Università di Torino, Vercelli, Pavia e Vercelli); i suoi studi vertono sulla questione del riconoscimento in particolare alla luce del dibattito francese che si svolge a cavallo tra la filosofia e le scienze sociali. Attualmente è segretario provinciale del Partito Democratico Biellese e svolge l'incarico di consigliere comunale della Città di Biella.

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