“Tempi decisivi” di A. Colombo. Recensione

Sull’attuale crisi economica e internazionale sono state spese moltissime parole e tante altre lo saranno. Politici, giornalisti, studiosi di ogni genere hanno dedicato e continuano ad investire gran parte delle loro migliori energie intellettuali per analizzare il fenomeno della crisi nelle sue diverse dimensioni, per individuarne le cause, valutarne le prospettive, elaborare soluzioni vincenti e così via. È infatti molto difficile, quasi impossibile, trascurare gli eventi e i processi che ci riguardano più da vicino e diventano di giorno in giorno sempre più presenti e determinanti all’interno del nostro orizzonte storico e sociale. Tanto più se vengono interpretati e percepiti come processi ed eventi critici che minacciano e mettono in discussione in vari modi le nostre convinzioni, le nostre pratiche quotidiane, i nostri progetti o più in generale il mondo a cui eravamo abituati. Non c’è da stupirsi quindi se la crisi attuale costituisca nelle sue diverse forme una delle principali sfide che oggi si impongono alla politica e al pensiero.

L’ultimo libro di Alessandro Colombo, Professore di Relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano, non fa eccezione al riguardo. Non si tratta tuttavia del classico libro o pamphlet sulla crisi economica a cui da diversi anni siamo abituati. La trattazione nasce inevitabilmente da un rapporto diretto con la crisi odierna senza tuttavia assumerla direttamente come proprio oggetto. L’attuale crisi non è infatti l’oggetto immediato della trattazione. Tempi decisivi non propone un’ulteriore indagine sulle sue cause e i suoi effetti per evidenziarne aspetti trascurati o scorgerne possibili sviluppi. Colombo svolge invece un’analisi di carattere generale, storica e teorica, sulle crisi internazionali, in modo da potersi interrogare «sulla natura e le retoriche del nostro ordine politico, sulle sue fragilità sul suo possibile esaurimento». L’ambizione che muove la ricerca di Colombo infatti è quella di non sprecare la crisi ma di mettere positivamente a frutto quelle opportunità che si offrono nel suo corso. L’autore muove infatti dall’assunto che nell’esperienza di ogni crisi politica ed economica sia presente una dimensione conoscitiva che ne costituisce una dimensione potenzialmente positiva, se abilmente sfruttata. Colombo evidenza come tutte le grandi crisi contribuiscono a far riemergere tutte quelle fratture (esperienze rimosse, conflitti di valori e di interessi difficilmente ricomponibili) inevitabilmente presenti e temporalmente neutralizzate all’interno di ogni ordine politico ed economico. Le condizioni di esistenza proprie di ogni ordine minacciato appaiono violentemente sotto una luce diversa quando questi vengono disarticolati da crisi che ne compromettono in vari modi il funzionamento normale.

Colombo individua due modi per non sprecare una crisi. Il primo è quello ampiamente diffuso e condiviso presso i membri e i più alti rappresentanti delle istituzioni politiche ed economiche, statali ed internazionali. Secondo questo primo approccio le crisi rappresentano ostacoli e interruzioni temporanee che insorgono nel corso della storia, la quale viene concepita ottimisticamente, ossia come un insieme di processi lineari, che si svolgono in maniera progressiva se vengono condotti dall’attività razionale dell’uomo. Dalle crisi si dovrebbero quindi trarre lezioni utili per comprendere gli errori che di volta in volta sono stati commessi, non solo per evitare di commetterli in futuro ma per adattare sapientemente i propri programmi e i propri metodi in funzione di una loro razionalizzazione. La crisi viene interpretata a posteriori come un momento maturazione, come la spiacevole, ma in fin dei conti utile, occasione che permette agli ordini politici ed economici di evolversi e progredire. Secondo questa prima impostazione dalle crisi non deve in ogni caso risultare alcuna radicale messa in discussione degli ordini vigenti e degli obiettivi che teleologicamente perseguono. Il secondo modo individuato da Colombo per valorizzare consiste nel non dimenticare gli antagonismi, gli squilibri e le fratture che la crisi acuisce e mette in risalto, evitando le rimozioni, le banalizzazioni e gli autocompiacimenti tipicamente propri dei periodi immediatamente successivi ad ogni crisi che si pretende aver risolto (come durante gli anni novanta del secolo scorso, tanto per citare il caso a noi cronologicamente più prossimo). Questa seconda modalità di disporre della portata conoscitiva delle crisi è la meno diffusa e conosciuta e deve la sua particolarità alla diversa concezione della storia su cui poggia. Le crisi non vengono più viste come ostacoli da superare lungo un percorso più o meno lineare. Al contrario le crisi rappresentano delle rotture da cui emergono in maniera accentuata i limiti e la cruda natura degli ordini politici ed economici. Per questo loro carattere le crisi espongono i governanti alla necessità di assumere scelte decisive sugli orientamenti politici da perseguire. Non più interruzione momentanea di un corso storico lineare e indiscutibile ma apertura di differenti alternative, la crisi si configura come un bivio che necessita in ultima istanza di una decisione. Non si tratta di accantonare l’indispensabile pragmatismo del primo metodo, ma piuttosto di coglierne i limiti propri dei suoi strumenti concettuali e della sua portata conoscitiva.

Lungi dal volersi assumere la responsabilità di indicare quali sia la strada migliore per uscire dall’odierna crisi (sempre che ne esista una), Colombo intende seguire la seconda strada indicata svolgendo un attenta e precisa fenomenologia delle crisi internazionali evidenziando quegli aspetti che di volta in volta vengono messi a nudo e che in tempi “normali” sono programmaticamente rimossi e restano inosservati. L’analisi storica e il commento di diversi casi di crisi dell’età moderna e contemporanea è volto ad evidenziare il legame indissolubile tra la dimensione internazionale e quella interna ai singoli stati insieme alle sollecitazioni a cui sono sottoposti gli strumenti interpretativi adottati in ambito politico per affrontare la crisi. L’indagine fenomenologica si snoda attorno a due coppie di opposti per mettere in luce carattere ambivalente proprio di ogni crisi. Nei primi due capitoli Colombo analizza la natura e gli effetti delle crisi internazionali in rapporto al tempo e allo spazio: dal dissolversi dei confini determinati (caduta delle distinzioni classiche tra interno ed esterno) fino alle dilatazioni e contrazioni temporali che l’esperienza di ogni crisi provoca specialmente nell’esperienza di coloro che si trovano a dover assumere scelte decisive. Il terzo e il quarto capitolo sono dedicati invece alla rivelazioni e ai travestimenti messi in atto dalle crisi. L’autore analizza fenomeni come lo smascheramento dei rapporti gerarchici, del carattere fittizio delle identità insieme al deterioramento del linguaggio e degli strumenti politici e concettuali atti a superare la crisi. Particolarmente interessante è l’analisi critica che Colombo conduce sulla «retorica delle neutralità» che riguarda i tentativi di spoliticizzazione attuati per esorcizzare le crisi in corso, attraverso l’appello a presunte sfere neutrali a cui attenersi: il richiamo ai “fatti” per quello che sono, alla “neutralità” politica e la pretesa “oggettività” e “necessità” delle soluzioni tecniche. Nel quinto e ultimo capitolo viene infine articolato un quadro critico della crisi attuale alla luce di quanto osservato nei capitoli precedenti.

Particolarmente rilevanti sono le fonti e gli strumenti concettuali adottate nell’analisi che non si limitano al tradizionale patrimonio di testi e studi proprio delle scienze politiche, di cui fanno parte autori classici come E. H. Carr, H. J. Morgenthau o K. N. Waltz. Particolarmente di nota è il corretto e ampio uso che Colombo fa di autori non canonici nell’ambito delle relazioni internazionali come Carl Schmitt, Koselleck, Adorno e Horkheimer, Negri e Hardt, per finire con Nietzsche e Kraus. Il riferimento alle teorie e ai testi di questi autori svolge indubbiamente un ruolo indispensabile nell’economia della trattazione, non solo per quanto riguarda le analisi condotte ma soprattutto per l’ambizione di fondo che muove la ricerca. Schmitt e Carr sono senza ombra di dubbio gli autori ai quali Tempi decisivi è maggiormente debitore. Per evitare di sprecare la crisi odierna nel secondo modo indicato senza affidarsi alla retorica della neutralità e a una interpretazione ottimistica e lineare del corso storico, Colombo non poteva per ovvi motivi ispirarsi all’attuale mainstream razionalista e liberale (filosoficamente parlando).

Il libro di Colombo è un libro ambizioso, molto ambizioso. Non solo in quanto si prefigge un compito in sé tutt’altro che semplice ma soprattutto perché rappresenta una sfida alla retorica della neutralità e a un linguaggio sfibrato oggi imperante nell’attuale opinione pubblica e gran parte del panorama intellettuale.

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Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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