Recensione di AutAut, 2\2015, “Ernesto De Martino. Un’etnopsichiatria della crisi e del riscatto”

Walter Benjamin in un passo del suo famoso “Angelus novus” scriveva: «Lo stupore perchè le cose che viviamo sono ‘ancora’ possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non è l’inizio di nessuna conoscenza, se non quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi»i. Forse non c’è autore e tema migliore per introdurre questo volume su Ernesto De Martino: proprio la storia segna il cardine attorno a cui l’autore venne costruendo l’intera sua riflessione, nonché il filo rosso che corre lungo tutta la raccolta degli articoli proposti. Essa rappresenta il motore che spinse lo studioso, da una parte a combattere contro il processo di egemonizzazione del patrimonio culturale ad opera delle classi dominanti, e dall’altra ad operare un tentativo di mediazione tra il mondo degli intellettuali e quello di chi, braccianti e contadini del sud, nonostante le condizioni di estrema miseria, lottava contro un’esistenza permeata dalla miseria.

Volendo così fornire una breve descrizione di quanto raccolto nell’ultimo numero di AutAut, un’interessante punto di partenza può essere lo stesso sottotitolo del volume: “Unetnopsichiatria della crisi e del riscatto”. Senza semplificare troppo si potrebbe infatti affermare che gran parte della riflessione demartiniana (basti pensare a “La fine del mondo. Contributo allanalisi delle apocalissi culturali, “Il mondo magico o Sud e magia) ruoti proprio attorno ai temi della crisi e del suo riscatto, messi a confronto con un’idea di storia sempre viva e umana.

Appare infatti chiaro fin da subito come in De Martino l’impegno politico sia strettamente legato alla suo lavoro di antropologo. Non è un caso quindi che l’incontro con la Rabata a Tricarico diventa l’occasione per mettere in discussione le certezze del mondo borghese dal quale proveniva. Nonostante l’iscrizione al PCI, dal 1950 al 1956, il rapporto con il marxismo non fu sempre facile, anzi, più di una volta avanzò forti critiche convinto dell’impossibilità di «ridurre le arti, la scienza e la vita morale a riflessi della struttura economica della società»ii. L’elemento però di originalità della sua riflessione emerse solo gradualmente, soprattutto in seguito ai viaggi in Lucania e Puglia grazie ai quali si accorse della presenza di una forza profondamente emancipatoria, per non dire rivoluzionaria, all’interno di quella cultura allora, e forse anche oggi, considerata «subalterna» ma che da sempre si è posta come presenza di contrasto rispetto alla cultura dominante delle élite: «ecco allora che il mondo contadino, non più luogo di superstizione e dell’arcaico, diventa il banco di prova della stessa democraticità dell’intera società»iii. In De Martino l’interesse per lo studio di quei mondi spesso ignorati diventa volontà di riscoperta e desiderio di utilizzo come strumento di lotta contro la tendenza a egemonizzare e omogeneizzare la realtà culturale di un paese così problematico ma ricco quale è da sempre l’Italia.

Differenza culturale e differenza di classe vengono così concepiti come fenomeni intrinsecamente legati l’uno all’altro, premesse queste che porteranno l’autore a formulare due importanti nozioni quali la ‘crisi della presenza’ e ‘lethos del trascendimento’, che forniscono un esempio concreto di quella fusione fra il politico e il teorico a cui si è appena accennato. L’obiettivo diventa infatti non solo quello di spiegare uno specifico tratto del folklore popolare, ma attraverso questi concetti l’autore intende porre le condizioni di possibilità per una concreta prassi politica volta all’emancipazioneiv. Il primo, ‘la crisi della presenza’, viene sviluppato a partire da un confronto con l’ontologia heidegerriana del Dasein intendendo così la presenza come qualcosa che si può in ogni momento perdere e che genera nel soggetto una profonda crisi; mentre il secondo, ‘l’ethos del trascendimento’, diventa il ponte teorico che unisce il tema dell’intersoggettività con quello di cultura di derivazione antropologica. Non solo, ma ad essi l’autore affianca un importantissimo discorso sulla magia vista quale forza «restauratrice degli orizzonti in crisi», ovvero, il magismo inizia ad essere concepito come problema storico seguendo l’idea per cui «la comunità che vi fa ricorso è già capace di storia», comunità che dimostra in questo modo di saper riflettere sul dramma della propria presenza nel mondo elaborando allo stesso tempo un tentativo di azione emancipatrice: «Linguaggio, vita politica, morale, arte, scienza, filosofia, simbolismo mitico-rituale della vita religiosa, procedono da questo ethos (completamente sganciato dallo slancio vitale bergsoniano): l’antropologia non ne è che la presa di coscienza sistematica, la determinazione dei distinti modi del suo manifestarsi storico, la individuazione […] di ciò che appartiene alla struttura universale dell’esistenza e di ciò che invece si riferisce solo a singole formazioni storico-culturali transuenti»v.

Può sembrare paradossale ma è proprio a partire dagli studi sulla magia e il magico, già citati all’inizio, che l’autore viene affermando l’idea secondo cui la storia è composta di responsabilità interamente umane, mentre tutti quei fenomeni che comunemente si riconducono alla dimensione dell’irrazionale, del folklore, dell’età pre-moderna e pre-logica, fatta di riti, credenze, apparente crudeltà, non sono altro che profonde elaborazioni culturali pensate e vissute come strumenti di lotta e riscatto verso quelle condizioni esistenziali tanto dure e misere.

Questo è solo un piccolo esempio per mostrare la forte tensione presente in De Martino fra interesse scientifico e interesse etico-politico, fra una storia semplicemente da contemplare e una storia invece da fare e viverevi. Quest’ultima infatti è sempre «storia vivente», cioè non è semplicemente l’insieme di materiali da ordinare e classificare, ma presenta un nucleo irriducibile composto da uomini e donne che vivono il susseguirsi di drammi e che lottano per un riscatto.

L’occhio con cui De Martino guarda al suo materiale di studio, fatto di persone in carne ed ossa, dimostra una sensibilità che oggi andrebbe riscoperta e fatta propria in quanto costituisce un ottimo esempio di come si può mescolare politica e ricerca scientifica, dando vita a teorie mai vuote ma sempre calate su un corpo vivo che agisce nella storia. L’idea di portare alla luce le «conoscenze tacite» (Bourdieu) del «mondo dei poveri» è comprensibile solo se inserita all’interno del più ampio progetto dell’autore «che lo spingerà a immaginare le proprie spedizioni come un modo per avvicinare intellettuali e popolo»vii. Qui si aprirebbe una questione vastissima sul ruolo degli intellettuali nei confronti della classe dirigente e di quelle subalterne, questione tra l’altro che in un certo modo tocca uno dei nervi scoperti del mondo culturale contemporaneo: come riuscire in un lavoro di mediazione capace di veicolare idee forti attraverso un linguaggio comunque accessibile ? Come ridare all’idea, o ancora meglio, al concetto, il ruolo di vettore dell’agire politico? Ovviamente tali domande richiederebbero molto più dello spazio a disposizione, basti per il momento riflettere su queste poche parole dell’autore che ancora una volta mostrano come la realtà debba essere scavata molto a fondo se si vogliono trovare le radici effettive delle questioni poste, e da lì promuovere un intervento che sappia farsi carico della complessità di ogni fenomeno sociale. De Martino scrive: «questi contadini non si erano mai rassegnati a recitare nel mondo la parte degli incolti, e sotto la spinta dei momenti critici dell’esistenza, la nascita, il cibo, la fatica, l’amore e la morte, avevano costruito un sistema di risposte, cioè una vita culturale, formando così, di fronte alla tradizione scritta dalla cultura egemonica, la tradizione orale del loro sapere»viii.

Tutta la riflessione antropologica dell’autore si può dire così composta dall’intreccio della critica dei saper egemonici da un alto, e dall’analisi del ‘sistema di risposte’ con il quale i «subalterni» sono da sempre riusciti a costruire una loro contro-risposta culturale dall’altroix.

Bisogna inoltre osservare che guardando al complesso dei saggi raccolti, salta subito all’occhio l’accordo tra i vari autori nel riconoscere l’abilità di De Martino nell’ascoltare le angosce e i sogni di chi vive un’esistenza completamente priva di garanzie, schiacciato com’è da un’incertezza che si fa tratto costitutivo della quotidianità, nonché l’obiettivo, a partire da quanto raccolto, di costruire un’etnografia in grado di porsi come atto di solidarietà e di resistenza «per quel mondo subalterno, dove è impossibile una separazione manichea fra dominati e dominanti»x.

L’intero lavoro demartiniano permette infine un grande salto nel presente, come ben rilevato dai curatori del volume Roberto Beneduce e Simona Taliani, i quali affermano che a partire dalla riflessione sui modi in cui si esprime la lotta contro una vita povera e continuamente sotto assedio, emerge l’urgenza «di lavorare sulle idee proposte [dall’autore] dentro però un orizzonte di senso mutato, dove forme inattese di violenza e assoggettamento si riproducono oggi in altri spazi: nell’invadenza indifferente dello Stato neoliberale o nei ghetti abitati dai braccianti stranieri»xi. A tal proposito risulta molto interessante l’articolo della Taliani la quale torna nelle terre di Puglia cercando i ‘subalterni’ di oggi, i braccianti agricoli stagionali che vivono in casolari abbandonati o in accampamenti improvvisati nei grandi campi di ulivi, persone che sembrano dimostrare come la miseria cambia vittime ma non sparisce mai in quelle terre che per molti sono maledette. Queste nuove figure della povertà sono state portate alla luce grazie a uno studio sul campo che ha permesso di documentare le loro reali condizioni disumane di lavoro, fino a definire come ‘buona pratica del Sud’, non tanto le promesse politiche di accoglienza e messa in regola dei lavoratori immigrati (giunti lì soprattutto dai paesi del Nord Africa), ma un’azione come lo sciopero che nel 2011 segnò l’inizio della ribellione dei braccianti verso i propri padroni, uno sciopero pienamente sindacale e non una mera protesta quale fu un anno prima a Rosarnoxii. Leggendo queste storie risuona ancora una volta nella mente il sottotitolo del volume: “Un etnopsichiatria della crisi e del riscatto”, nonché le parole di Gramsci, il quale nei Quaderni scriveva: «I gruppi subalterni subiscono sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la vittoria ‘permanente’ spezza, e non immediatamente, la subordinazione»xiii, a riprova del fatto che la lotta è possibile ma ancora tutta da fare.

In conclusione si può dire che quest’ultimo volume di AutAut ci restituisce il ritratto di uno studioso che ha saputo cogliere l’essenza di ogni serio lavoro intellettuale: al di là delle parole, delle teorie, e dei libri scritti, vivono persone, le stesse che continuamente lottano e resistono scrivendo la storia, siano esse braccianti lucani o imprenditori milanesi. De Martino non soltanto ha riqualificato la produzione culturale del cosiddetto ‘mondo dei poveri’, dandole la stessa dignità di quella che una volta si sarebbe definita ‘borghese’, ma ha dimostrato come sia possibile intraprendere un percorso virtuoso che congiunge impegno politico e ricerca scientifica e di come l’una sia la sostenitrice dell’altra.

Per ultimo un invito a prendersi un momento e meditare su quanto scrive De Martino nel suo “Il mondo magico”: «Oggi come non mai si continua a parlare di crisi dell’Occidente o della ‘vecchia Europa’: ma viene il dubbio che, in molti casi, se ne parti come di un’ovvietà, come di un dato intorno a cui, appunto, si parla, quasi si trattasse di un fenomeno della natura, e quasi come se si dicesse: “c’è questo albero, c’è questa montagna, e poi, fra l’altro, c’è anche la crisi”. Ora, è da respingere nel modo più assoluto quel riconoscimento della crisi che è esso stesso un prodotto dell’alienazione e che a tal punto ne partecipa da lasciare il soggetto senza margine e centralità rispetto al mondo»xiv.


i# Walter Bejamin, Angelus Novus: saggi e frammenti, Torino: Einaudi, 2006, p. 32.

ii# AutAut, Ernesto De Martino. Unetnopsichiatria della crisi e del riscatto, n° 2\2015, p. 64.

iii# Ivi, p. 65.

iv# Cfr., Ivi., p. 66.

v# Ernesto De Martino, La fine del mondo: contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Torino: Einaudi, p. 671.

vi# Cfr., AutAut, Ernesto De Martino. Unetnopsichiatria della crisi e del riscatto, n° 2\2015, p. 9.

vii# Ivi., p. 8.

viii# Ernesto De Martino, Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo, Torino: Bollati Boringhieri, 2007, p. 3.

ix# Cfr., AutAut, Ernesto De Martino. Unetnopsichiatria della crisi e del riscatto, n° 2\2015, p.19.

x# Ernesto De Martino, Sud e magia, Milano: Feltrinelli, 2007, p. 58.

xi# AutAut, Ernesto De Martino. Unetnopsichiatria della crisi e del riscatto, n° 2\2015, p. 18.

xii# Cfr., Ivi., p. 211.

xiii# Gramsci, Quaderni del carcere, Torino: Einaudi, 2007, p. 2283.

xiv# Ernesto De Martino, Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo, Torino: Bollati Boringhieri, 2007, p. 178.


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Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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