Recensione di «Filosofia politica» 1/2015, Partito

Da diversi decenni si parla di crisi dei partiti. Secondo modalità e prospettive diverse, tutti i livelli del dibattito pubblico e scientifico si sono confrontati con lo scenario politico e culturale in cui matura e sembra consumarsi definitivamente la storia della forma partito, così come la Modernità europea l’aveva concepita. La sua crisi si è imposta insieme a quella del principio di rappresentanza e continua ad imporsi come un dato innegabile all’occhio di studiosi, politici e di tutta l’opinione pubblica. Nessuno ritiene che i partiti attuali siano in grado si svolgere quelle che Norberto Bobbio, finita la guerra, aveva indicato essere le principali funzioni dei partiti: organi motori dello Stato democratico e agenti di educazione politica. È opinione diffusa che quei compiti siano stati disattesi e insieme ad essi tradite le speranze che li accompagnavano.

Non solo. Alla percezione del fallimento e dell’incapacità di condurre con efficacia la loro importante funzione di mediazione tra cittadini e istituzioni, si aggiunge la diffusa convinzione che le dinamiche di potere interne ai partiti siano anche uno dei principali ostacoli allo svolgimento di un’onesta ed efficace politica democratica. La crisi della forma partito e del sistema partitico è diventata così parte integrante della retorica antipolitica, alimentando in diversi casi una vera e propria avversione verso la stessa forma partito. Sempre più distanti dai problemi dei cittadini, i partiti appaiono (e vengono raccontati) sempre più come luoghi in cui dominano corruzione e logiche di potere non democratiche, in cui si fa uso non trasparente di grandi somme di denaro pubblico, al servizio di ambizioni e interessi personali di una casta composta da professionisti della politica e loschi faccendieri.

Dagli anni Settanta ad oggi l’opinione pubblica italiana è stata attraversata, insieme a quella delle maggiori democrazie occidentali, da continue ondate di sfiducia, più o meno profonda, verso i partiti e il loro contributo alla politica dei rispettivi paesi. Secondo modalità spesso inadeguate, l’opinione pubblica coglie e registra mutamenti effettivamente in corso, come dei sintomi. Sarebbe miope non riconoscere questa dinamica. Se da un lato questo stato di crisi che attanaglia i parti ha guadagnato sempre maggiore attenzione e spazio all’interno del dibattito pubblico, attirando l’interesse in merito alle sue cause e ai suoi possibili sviluppi, dall’altro il partito è uscito gradualmente dalle riflessioni teoriche proprie della ricerca storico-filosofica. Come è stato osservato da Nancy Rosenblum i partiti sono diventati gli «orfani» della filosofia politica. All’oggettiva difficoltà di interpretare adeguatamente tale fenomeno di crisi, situandosi alla sua altezza, si aggiunge il crescente disinteresse teorico e critico nei suoi confronti.

L’ultimo numero di «Filosofia politica» intende contribuire a colmare la lacuna presente nella ricerca e nel dibattito sulla forma partito. Proseguendo l’ormai consolidato programma di indagine sul lessico politico europeo, la rivista diretta da Carlo Galli offre sei importanti articoli su un problema tanto complesso quanto attuale, come quello del partito. Chi si aspetta di trovarvi svelati gli arcani dell’attuale crisi e della corruzione dei partiti resterà deluso. Essenzialmente per due ragioni. In primo luogo per la natura storico-politica dei problemi e dei processi in questione, impossibili da risolvere a un livello strettamente teorico. In secondo luogo per via dell’intenzione che muove questo fascicolo di «Filosofia politica» che è quella di fornire dei contributi che possano colmare, per quanto possibile, la lacuna presente attualmente in sede filosofico-politica in merito alla «forma partito» a i problemi ad essa connessi.

Gli autori tracciano un approfondito quadro storico e concettuale che si snoda dall’antichità classica fino alle vicende del Novecento, nel quale il concetto di partito viene indagato e problematizzato in una prospettiva storico-critica, prestando attenzione a non confondere l’evoluzione del «concetto» con le travagliate vicende di quelle organizzazioni che oggi identifichiamo come «partiti politici». Particolarmente rilevante risulta la genesi moderna del concetto di «partito», inconcepibile al di fuori del paradigma della sovranità e dello stato moderno. I contributi da un lato delineano in maniera precisa lo scarto profondo che separa le concezioni pre-moderne dei partiti politici (antica e medievale) dal concetto di «partito» caratteristico dell’orizzonte teorico della politica moderna. Dall’altro viene approfondita l’evoluzione del concetto moderno di «partito» a partire dal dibattito inglese del XVIII secolo fino alla crisi attuale, problematizzandone la logica interna e le aporie in relazione alla democrazia rappresentativa e al moderno stato dei partiti.

I criteri dell’indagine storico-concettuale vengono esposti e commentati in maniera precisa nell’ottimo articolo di Giuseppe Duso, il primo della serie proposta. Tale approccio è particolarmente attento a evitare l’assolutizzazione dei concetti politici moderni ossia la loro proiezione impropria in altri contesti storici e il loro uso acritico in relazione al presente e alla stessa epoca moderna. Non si tratta di scrivere la storia delle vicende del concetto di partito dall’Atene classica ai giorni nostri. La nozione di partito presta infatti il fianco a diversi fraintendimenti del genere, primo fra tutti la confusione della storia del concetto con le vicende della parola che lo esprime. Il moderno concetto di partito perderebbe i suoi tratti essenziali qualora venisse confuso con una di quelle parti con cui un corpo politico plurale sarebbe composto gerarchicamente (concezione antica e medievale). Diversamente da una fazione politica che rivendica la sua particolarità, il partito moderno ha come obiettivo la conquista del potere politico, potere che è proprio della totalità unitaria del soggetto collettivo moderno e non la prerogativa di una parte. Come viene sottolineato, la genesi del concetto di partito è strettamente legata alla pretesa moderna di negare la pluralità conflittuale del corpo politico (pensato come composto da parti) e di produrre artificialmente, mediante il dispositivo della rappresentanza, la volontà unica del popolo che è al contempo sia il soggetto della sovranità sia la totalità degli individui che obbediscono al suo comando. Come viene esposto nell’articolo di Massimiliano Gregorio il partito politico moderno è volto per sua natura a diventare «parte totale», ossia in quanto portatore di una visione generale si sente chiamato ad assumersi la responsabilità e il difficile compito di dare una forma politica al «tutto». Le diverse declinazioni che tale compito ha trovato nella storia del XIX e del XX secolo (educare la nazione alla sua missione, conferire coscienza politica alla classe operaia, rappresentare le diverse articolazioni del corpo sociale all’interno delle istituzioni democratiche) sono pensabili solo a partire dall’orizzonte concettuale caratteristico della Modernità europea.

I contributi di Duso, Gregorio e Damiano Palano sottolineano come la crisi della forma partito, che si sviluppa e si consuma in seno al Novecento, sia strettamente legata alla crisi delle forme moderne della mediazione politica. La funzione strutturale che il partito è stato chiamato a svolgere è essenzialmente una funzione di mediazione, ponendosi al centro di uno spazio che vede ad uno dei suoi lati l’unità dello Stato e dall’altro la molteplicità di individui e interessi che caratterizzano il corpo sociale. Tale compito ambizioso, come sottolinea chiaramente Gregorio, emerge nell’architettura e nell’esperienza delle democrazie costituzionali sorte dopo il secondo conflitto mondiale. Prodotte dalla politica da un lato (frutto del potere costituente e dotate un patrimonio di valori tradotti nel catalogo dei diritti) e dall’altro fondate su articolati sistemi di equilibrio dei poteri, le democrazie costituzionali assegnano una posizione centrali ai partiti. A questi spetta il compito di composizione politica degli interessi in una dimensione pluralistica all’interno della cornice costituzionale.

Svolgere un’efficace azione di mediazione politica richiede indubbiamente una grande abilità nell’imporsi autorevolmente ai diversi portatori di interessi e insieme ad essa il dispendio di consistenti energie da investire continuamente nella progettazione politica. Al di là di come si decida di interpretarne le cause, è chiaro che dalla crisi dei partiti emerge la loro incapacità di svolgere quella funzione di mediazione che gli autori hanno evidenziato esserne il compito principale. Come sottolineano opportunamente gli autori, occorre un grande sforzo di immaginazione teorica (non solo ma anche ‘politica’) per elaborare nuove forme grazie alle quali i partiti possano svolgere in maniera concreta quella funzione di mediazione che, sebbene possa essere interpretata e valutata diversamente, resta la funzione essenziale e irrinunciabile all’interno dell’orizzonte costituzionale e democratico in cui vogliamo che i partiti continuino a svolgere efficacemente la loro azione politica.


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Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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