Restiamo umani. Riflessioni sulla politica estera dopo i fatti di Parigi

Restiamo Umani, diceva Vittorio Arrigoni durante l’operazione Piombo Fuso a Gaza. Mi domando cosa significhi quest’affermazione alla luce dei fatti che hanno sconvolto Parigi. Cosa significa comportarci umanamente di fronte a tragedie come questa? Da qualunque parte si veda la realtà, non sembra emergere umanità ma solo puro dogmatismo.

Il Peccato Originale

Anche se a tutti i commentatori appare chiaro che il peccato originale sia stata la guerra al terrore promossa da Bush Junior, non appare chiaro il motivo di quell’errore. Chi si oppose a quella decisione scellerata derubricò l’atteggiamento Neocon come un’aggressione imperialista il cui fine unico era la tutela degli interessi economici americani. Questa valutazione superficiale ha impedito la formazione di teorie alternative dotate di una qualsivoglia serietà. Si è pensato che per risolvere il problema del terrorismo globale si dovesse contrapporre, alla logica Americana del profitto, una logica ideale di fratellanza tra popoli.

Il mondo non si accorse che la guerra di Bush non aveva logica monetaria, ma ideale. Era dettata dall’esigenza di voler affermare nel mondo gli ideali di libertà e democrazia. L’America pensava erroneamente che per difendere i propri interessi economici non fosse necessario fare affari col diavolo, ma fosse possibile rimuovere il diavolo per far posto ai propri ideali. Se non avesse avuto fini ideologici, il dipartimento di stato avrebbe potuto tranquillamente comprare il diavolo senza ingenti perdite di soldi e di vite umane perché anche il diavolo ha un prezzo di mercato.

La strategia di Bush non era una novità, ma rientrava in vecchie logiche, come quella che portò alla decolonizzazione dell’Africa. Da ex colonia, gli USA vedevano di buon occhio la decolonizzazione e pensarono che sarebbe stato sufficiente dare al popolo le elezioni per trasformare le colonie in democrazie mature. Non andò proprio così. La democrazia africana portò a dittature peggiori degli odiati regimi coloniali. L’errore non fu la decolonizzazione, ma il modo idealistico con cui fu applicata. L’occidente gestì il processo con passaggi troppo rapidi e senza aiuti concreti per colmare i deficit scolastici, sanitari e infrastrutturali.

L’idealismo occidentale diventò dogmatismo alla fine della guerra fredda. Da una parte, i fautori della fine della storia annunciarono la vittoria dell’occidente. In questa visione, gli ideali democratici furono connessi con quelli di liberismo economico. Per questo, il mondo occidentale attribuì la sua vittoria economica alla sua presunta superiorità morale. Dall’altra parte, gli scontenti dichiararono la vittoria non degli ideali bensì dell’imperialismo americano. L’imperialismo aveva vinto perché più spregiudicato, più materialista e più forte militarmente. Visioni intermedie diventarono impossibili e ad oggi nessuna parte si è convinta ad essere in errore. E’ come se le immagini di disastri imminenti non facciano altro che confermare le idee delle due parti.

Il Problema Democratico

Il fondamentalismo islamico ha incrinato l’idea dell’occidente come vincente e ha creato il nuovo grande nemico da abbattere. Gli strateghi statunitensi pensarono che il terrorismo fosse causato dall’assenza di democrazia in gran parte del mondo arabo. Quindi bisognava allargare lo sciame democratico. Due erano i metodi conosciuti per diffondere la democrazia: la guerra o l’appoggio a qualsiasi improbabile movimento che si opponesse ad una dittatura. Sia l’approccio guerrafondaio di Bush che il soft power di Obama hanno creato disastri che hanno infiammato il medio oriente e ci fanno dubitare delle nostra stessa democrazia.

Ma anziché elaborare una exit strategy, l’occidente si è spaccato in modo schizofrenico su perché le nostre tradizioni siano in pericolo. La spaccatura si è maturata tra chi vede nell’islam la minaccia alla nostra civiltà e chi vede la nostra democrazia distrutta dalle stesse istituzioni occidentali. Da una parte ci si fidelizza senza e senza ma con i propri valori e si chiede alle istituzioni di usare il pugno di ferro contro nemici esterni. Dall’altra parte si accusano sbrigativamente le istituzioni occidentali di un deficit di democrazia a causa dell’incapacità di risolvere gran parte dei problemi economici e sociali. Questi due movimenti tendono ad alimentarsi a vicenda e istigano i populismi di varia natura. Nel tentativo di risolvere questa intricata matassa, i governi occidentali favoleggiano soluzioni idealistiche mirabolanti.

Spesso autorevoli commentatori pensano di uscire da questa spirale attraverso una più forte affermazione dei nostri valori. Ad esempio, il premier norvegese, dopo la strage di Utoya, affermò che occorreva reagire con più democrazia. Al netto delle reazioni emotive, è davvero percorribile questa strada? Siamo sicuri che i nostri valori possano abbattere indefinibili nemici?

La forza dell’Orso

Personalmente non lo credo. Ormai i nostri valori ci hanno assuefatti e tendiamo a darli per scontati. Per questo non ci affascinano e non siamo disposti a combattere per preservarli. Al tempo stesso, è più facile ammaliare la popolazione con scelte nette e radicali. Mentre ci prodighiamo a parlare di democrazia, di libertà di parola e di pluralismo i nostri giovani vengono sempre più affascinati dal radicalismo dell’ISIS e dall’ortodossia di Putin. E forse, tra i due, l’orso russo rappresenta il pericolo peggiore perché ci ammalia di più.

Putin prende vigore dal folle colpo di stato orchestrato dal dipartimento di stato americano che in un minuto ha cacciato il corrotto presidente ucraino ma ha anche cancellato gran parte della rappresentanza del paese. L’ennesimo errore in nome della democrazia che ha riportato la guerra in Europa e che è riuscito a compattare il fronte a noi opposto e a disgregare il nostro. Se da una parte l’Ucraina è considerata dai cittadini russi come parte vitale dell’impero, nessuno in Europa è disposto a battersi per Kiev. Anzi, in Europa la soluzione putiniana appare migliore perché più forte, più decisa e più conservatrice. Questo accade perché siamo sempre più capaci di vedere i nostri limiti senza riconoscere i ben più gravi limiti altrui. Per questo, battersi per una maggiore democrazia può significare rispolverare spinte plebiscitarie che ci porterebbero in ben altri luoghi. Ma c’è allora una soluzione?

Una tenue speranza

La mia umile speranza è che restare umani significhi uscire dal dogmatismo. Uscire quindi da una fase in cui a tutte le parti è mancata la conoscenza, l’autostima e il dialogo. L’umanità dovrebbe essere un dialogo civile che serve a conoscere l’altro nel pieno rispetto di se stessi. Da una parte l’occidente dovrebbe mettere in discussione le proprie convinzioni per poter capire meglio l’altro. Dall’altra occorre partire dalla consapevolezza che nascere in occidente è malgrado tutto un privilegio. Quindi comprensione, rispetto, dialogo, ma anche consapevolezza che il dialogo non può sempre risolvere tutto. A volte si può inceppare e occorre oliare i meccanismi col denaro o mostrare i muscoli per farlo ripartire.

Bisogna comprendere le ragioni dell’altro, e comprendere che i cittadini del terzo mondo non hanno bisogno di democrazia ma di istruzione, cibo e sanità. Quindi i valori non dovrebbero essere promossi aiutando i paesi ad organizzare elezioni e mandando gli eserciti quando il danno è stato fatto. Oltretutto dovremmo iniziare ad usare le nostre libertà senza offendere l’altro. Se provo profondo cordoglio per le vittime dell’attentato di Parigi, non credo neanche che la libertà di stampa possa sconfinare nella messa al ridicolo della cultura altrui. Ci dovrebbe essere un limite auto imposto, che si fermi di fronte all’insulto.

Spero che l’umanità evocata da Arrigoni si trasformi in autoregolazione, uscire dal dogmatismo per andare fieri di noi stessi ascoltando gli altri, senza offendere nessuno e senza andare in giro per il mondo a fare danni in nome dei valori occidentali. La storia ci dovrebbe aver insegnato che più si cercano di esportare i valori con la forza, più si otterranno effetti opposti. Solo con un serio mix di denaro, dialogo e concreti aiuti allo sviluppo potremo avere qualche effetto. Gli ideali saranno importanti per iniziare il dialogo perché ci dicono a quale meta vogliamo andare. Al contrario, per conoscere come arrivare alla meta è ora di rispolverare un po’ di sano pragmatismo.


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Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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