“Ricchezza francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato” di Giacomo Todeschini

Todeschini

Recensione a: Giacomo Todeschini, Ricchezza Francescana: dalla povertà volontaria alla società di mercato, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 232, 15 euro, (scheda libro)


A colpo d’occhio, l’espressione “ricchezza francescana” potrebbe apparire ossimorica, giacché pensando alla vita del santo di Assisi immediatamente colleghiamo quest’ultima al contrario etimologico della ricchezza. Al contempo, tuttavia, Giacomo Todeschini argomenta che la povertà dei francescani è stata «un linguaggio economico che quindi ha formato alcune categorie basilari del modo economico di ragionare degli occidentali, a cominciare da quelle degli occidentali protestanti».[1]

In questo modo l’autore, studioso e docente universitario esperto di economia medievale, presenta il suo saggio, che ha come obiettivo quello di indagare lo sviluppo socio-economico in Occidente tra i secoli XI e XV (con appendici che proiettano il lettore in età moderna), mediante la chiave interpretativa del concetto di ricchezza introdotto da San Francesco e poi lungamente lavorato, plasmato, in un certo senso snaturato, dalle abili e dotte menti dei suoi epigoni.

Mercanti e usurai

Il retroterra culturale e religioso sul quale si trova ad agire Francesco d’Assisi (1181/1182-1226) è intensamente permeato di riflessi provenienti dalla sfera economica. Lo spartiacque convenzionale dell’anno 1000 segna l’avvio di una crescita demografica e produttiva che ri-porta alla moltiplicazione fisica del denaro come oggetto in forma di monete, «un modo di “ragionare” tanto politico quanto economico»[2]. Di fronte a questo mutamento la cristianità trova nelle scritture dei Padri una legittimazione riguardo l’uso della pecunia: i monaci benedettini avevano per secoli invitato a utilizzare e non a tesaurizzare i “talenti umani”, a partire dal celebre passo del Vangelo di Matteo (Mt, 25, 14-30); Agostino parlava di Cristo come “buon mercante”, per aver vantaggiosamente comprato a prezzo della propria vita la salvezza universale. A queste due interpretazioni rimontano gli scritti di Pier Damiani, Bernardo di Clairvaux e Goffredo di Vendome, il quale addirittura paragonava (senza scandalizzare nessuno, come annota Todeschini) l’ostia ad una moneta per il loro comune potere d’acquisto: la prima compra la salvezza, la seconda un bene terreno[3]. È così che il buon ecclesiastico, il buon sovrano, il buon nobile, diventa colui che sa enumerare, amministrare, ben gestire le proprie ricchezze.

Non a caso la congerie di mutamenti originatisi in campo economico in questi secoli è nota sotto l’espressione di rivoluzione commerciale, per la sua portata massimamente pervasiva. In questo clima di prosperità nascono figure inizialmente piuttosto ambigue, che andranno definendo i propri contorni esclusivi col tempo: i mercanti e gli usurai. I primi si caratterizzano per godere della fides pubblica, i secondi sono invece nemici dello Stato e della cristianità, trattati alla stregua di chi vende armi agli infedeli (come attesta il terzo concilio lateranense del 1179). Se Cristo è stato infatti il primo mercante, il diavolo è stato il primo usuraio, che ha ingannato gli uomini prestando loro i peccati della carne per ottenerne in pegno l’anima. L’usura, un’autentica ossessione per l’Europa medievale, non trova una vera e propria definizione, fatta salva quella, un po’ semplicistica, di Graziano nel Decretum, secondo cui essa corrisponderebbe alla vendita di denaro. L’usuraio non giova alla comunità, ma la paralizza pensando solo al proprio guadagno e all’accumulazione delle monete. Al contrario, il mercante viene ritenuto la controfigura laica del santo che sceglie la povertà. Entrambi si privano del denaro per ottenere un guadagno maggiore (spirituale per il santo, materiale per il mercante, che contribuisce al benessere della Christianitas guadagnando infine anch’egli vantaggi spirituali). Nella persona di Omobono da Cremona, mercante santificato da Innocenzo III nel 1199, le due figure menzionate si fondono, creando una ormai ben precisa immagine di virtù cristiana del XII secolo. Il mercante, che reinveste sempre il denaro guadagnato, diventa il paradigma di una religiosità che non ammette pigrizia e la mobilità fisica diventa la precondizione per la mobilità sociale. Il povero per necessità non deve elemosinare, ma lavorare, come afferma Pietro di Blois giacché «è beata la povertà di coloro che, anche se tormentati dalla fame e dal freddo, non sono per questo indotti a mendicare o ad adulare i ricchi»[4]. Tutto questo provoca un aumento cospicuo di pellegrini seguaci del Cristo povero e di mercanti alla ricerca di fortuna, testimoniato già a partire dal primo concilio lateranense del 1123, durante il quale papa Callisto II stabilì il dovere per i poteri ecclesiastici di proteggere le due figure, diversamente concorrenti al benessere della cristianità universale, comminando la scomunica per quanti ne ostacolassero la mobilità.

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Indice dell’articolo

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[1] Giacomo Todeschini, Ricchezza Francescana: dalla povertà volontaria alla società di mercato, p. 7.

[2] Ibidem, p. 10.

[3] Goffredo di Vendome, Gemma spiritualis, cit. in Todeschini 2004.

[4] Pietro di Blois, Tractatus quales sunt, XIV, 11, PL 193, 922, cit. in Todeschini 2004.


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Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico "Torquato Tasso" di Roma. Attualmente studia Storia, Antropologia, Religioni presso l'università La Sapienza, curriculum medievistico-paleografico.

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