Riflessioni sul neoliberismo in Italia

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Leggi gli altri contributi sul tema usciti finora:

1) Le due facce della medaglia neoliberale

2) Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note a una presentazione

3) La sinistra italiana e il liberalismo

4) Brevi cenni sul neoliberismo

5) La società degli individui non esiste

6) Nel labirinto del neoliberalismo


Mi inserisco nel dibattito sul neoliberismo con una breve proposta di analisi delle modalità con cui questo si manifesta in Italia. Credo infatti che solo attraverso una caratterizzazione concreta del fenomeno sia possibile procedere dall’analisi teorica a quella pratica. Senza avere chiaro in testa chi siano i gruppi sociali sconfitti del neoliberismo è impossibile tentare di avanzare delle nuove proposte politiche. Di uguale importanza, è necessario individuare gli agenti che promuovono il neoliberismo e ne ostacolano un superamento.

Come visto nei precedenti interventi su Pandora, è difficile definire con chiarezza cosa sia il neoliberismo, essendo un fenomeno che attraversa la società sotto più aspetti: economico, sociale, antropologico. Tuttavia se dovessi scegliere una definizione il più semplice possibile ne sceglierei una di tipo economico: il neoliberismo è il sistema politico-economico che favorisce l’accumulazione del capitale e di questo ne difende proprietà e valore. I vincoli naturali dati dalla distribuzione delle risorse energetiche e produttive, nonché dalla distribuzione delle popolazioni di lavoratori/consumatori, trasformano il neoliberismo in un sistema imperialistico, di tipo militare o economico.

In questo senso rientra nella costruzione dell’impianto neoliberale il sentimento anti-Stato/anti-tasse di alcuni ceti (piccola borghesia, sottoproletariato), che ha caratterizzato ad esempio l’era berlusconiano-leghista, ma di certo non basta a rappresentarlo interamente. E’ infatti la grande borghesia, sia industriale che parassitaria di rendita, che ha un interesse primario nelle condizioni macroeconomiche che massimizzano la valorizzazione del capitale: bassa inflazione, moneta forte, accesso al mercato internazionale delle merci e dei capitali, quadro giudiziario-istituzionale stabile e funzionale. Tant’è che, in alcune condizioni, gli obiettivi della grande borghesia hanno danneggiato la piccola borghesia, senza tuttavia compromettere la tenuta complessiva del sistema neoliberale (vedi la crisi produttiva della piccola-media impresa esportatrice nel Nord-Est).

In Italia il momento spartiacque è il 1992, anno in cui il collasso finanziario del sistema su cui si era retta la Prima Repubblica (spesa pubblica improduttiva e un corrotto capitalismo di Stato) si associò al lancio delle preparazioni per l’unione monetaria europea e per l’allargamento a est della neo-rifondata Unione Europea. La scelta della classe dirigente italiana (prevalentemente di centrosinistra) fu di vincolare il paese a obiettivi di bassa inflazione e di contenimento della spesa, in un contesto però gravato da un enorme debito pubblico (che nel 1995 raggiunse la bellezza del 122% sul PIL, per poi calare al 104% nel 2008 e violentemente risalire all’attuale 132% in seguito alla crisi).

La combinazione euro + debito pubblico è il cocktail micidiale di cui si alimenta il neoliberismo italiano. Da un lato l’euro ha significato la fine delle svalutazioni del cambio come valvola di sfogo per le inefficienze del sistema produttivo. Inoltre, attraverso l’appartenenza a un’area monetaria politicamente incompleta, priva di trasferimenti fiscali, ha scaricato sull’occupazione e i salari l’onere di mantenere la competitività del sistema. Dall’altro lato, il debito pubblico, considerato non rinegoziabile perché renderebbe assai probabile un ripensamento radicale della stessa strategia neoliberale (nazionalizzazione delle banche, uscita dall’euro, etc.), ha trasformato l’avanzo primario di bilancio in obiettivo principale della politica economica. Di fatto, però, determinando una stretta recessiva per 20 anni, ha privato lo Stato di ogni strumento di politica industriale che potesse contrastare la deindustrializzazione del paese, attenuarne gli impatti con il rafforzamento del welfare state, evitare l’impoverimento del sistema scolastico-universitario pubblico.

Se questo è il quadro ‘macro’ in cui ha preso forma il neoliberismo in Italia e che ha portato la disuguaglianza a livelli record, l’occupazione a stento sopra il 50% della forza lavoro e salari tra i più bassi di Europa, ci sono numerosi fenomeni ‘micro’ di non minore rilievo.

Gli effetti economici del neoliberismo sono auto-rafforzanti e sono un esempio di fallimento dovuto all’azione individuale in assenza di coordinamento. Così come il piccolo imprenditore reagisce al calo delle vendite cercando di contenere i costi di produzione assumendo lavoratori immigrati in nero (ma così facendo, riduce il reddito e dunque il potere d’acquisto dei propri lavoratori), così la stagnazione salariale innescata dal neoliberismo ha affossato i consumi interni e dato ulteriore spinta a fenomeni di delocalizzazione e deindustrializzazione, che portano il paese in un vicolo cieco, in una vera e propria trappola di sottosviluppo.

Il graduale disimpegno della FIAT dal ‘sistema Italia’ ne è forse la rappresentazione più visibile a livello mediatico e di forte impatto emotivo. Ma la tendenza del capitalismo italiano di diventare ‘imperialista’, ossia di lasciare il mercato interno e conquistare nuovi mercati esteri acquisendo potenziali competitor si è palesata in tutta la sua drammaticità nell’evoluzione del mercato finanziario italiano. Improvvisamente dotate di una moneta stabile e sotto la spinta della concorrenza globale nei mercati del credito, le banche italiane si sono ritrovate con poche alternative se non crescere, sia fondendosi tra loro che acquisendo nuove partecipate in Europa Orientale. La tendenza ha riguardato in modo minore anche le antiche banche cooperative, con il risultato che sempre meno il risparmio viene reinvestito localmente e sempre più, invece, va a finanziare progetti industriali nelle economie emergenti, inseguendo rendimenti a due cifre sul capitale investito.

Questa ‘iperfinanziarizzazione’ del capitalismo italiano non si è fermata al di fuori dello Stato. Strangolato dal debito pubblico, negli ultimi venti anni lo Stato ha investito poco e ha prediletto investimenti in ‘grandi opere’ infrastrutturali dai rendimenti elevati, nelle quali è spesso subentrato il capitale privato (a rischio zero) in project financing o in concessione. C’è da dire che anche laddove il ritorno economico si è dimostrato consistente (AV Torino-Napoli), è difficile non osservare come il ritorno sociale si sia indirizzato per lo più verso imprese e redditi medio-alti, conseguenza prevedibile della privatizzazione delle ferrovie.

In Italia le scuole cadono a pezzi e gli insegnanti guadagnano meno di un idraulico. Non ci sono abbastanza campus universitari né asili nido né posti letto in ospedale. Abbiamo più automobili che ogni altro paese d’Europa (con tutti i costi economici, ambientali e sanitari che ne derivano), perché abbiamo meno trasporto pubblico locale di ogni altro paese. Il costo delle abitazioni e degli affitti è elevatissimo, perché si è smesso di fare abbastanza housing sociale per calmierare i prezzi. Ma tutte queste infrastrutture ‘socio-economiche’ non possono competere in termini finanziari con il ritorno dato dalle ‘grandi opere’ e i ‘grandi eventi’.

In chiusura, alcune considerazioni politiche. Vorrei rapidamente osservare come il neoliberismo sia stato rafforzato in Italia principalmente dai governi dall’Ulivo e come, in effetti, il governo Renzi sembri puntare a una visione di neoliberismo ‘dal volto umano’ sulla scia di Tony Blair e non discostandosi dalla considerazione che se ci sono dei problemi sociali è solo perché “il neoliberismo non è abbastanza neoliberale”, un po’ come a dire che la macchina si inceppa solo perché il motore non è abbastanza oliato (il mercato del lavoro è troppo rigido, il sistema giudiziario è inefficiente, c’è la corruzione, etc.) e non perché il modello è da buttare.

Invito, dunque, una volta di più, a chiedervi: quale spazio politico per un’alternativa al neoliberismo in Italia? Al momento vedo tre poli, ognuno con delle forti criticità: il Movimento 5 Stelle si alimenta di critica anti-neoliberale ma in modo inconscio e non organico, tanto da essere un potenziale agente di prosecuzione del neoliberismo, piuttosto che un vettore per il suo superamento; la sinistra extra-PD è eterogenea, insignificante elettoralmente (Rifondazione, Sinistra Critica, etc.) o confusa sul proprio ruolo nel dibattito politico (SEL); all’interno dei Giovani Democratici si stanno producendo forse i maggiori sforzi di elaborazione di un’alternativa politica, ma si scontrano con l’essere minoranza strutturale di un partito, che è il principale responsabile delle politiche che diciamo di avversare e che presenta una deriva destrutturata e plebiscitaria che lo rende facile terreno di conquista per il grande capitale.


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Classe 1984. Romano, laureato in economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies a Ginevra, ha studiato anche a Roma e Barcellona. Oggi lavora a Milano nel settore oil & gas.

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