Alle origini delle riforme economiche cinesi. Intervista a Isabella Weber

Isabella Weber

Isabella Weber è Lecturer in Economics alla University of London, dove è anche Principal Investigator del progetto “What drives specialisation? A century of global export patterns”. Si occupa in particolare di politica economica cinese e storia del pensiero economico.

Questa intervista, a cura di Raffaele Danna, è nata in occasione di una presentazione di Isabella Weber al Research Network “The Politics of Economics”, organizzato, insieme ad altri, da Danna. Arianna Papalia ha contribuito alla formulazione delle domande e ha curato la traduzione italiana dell’intervista, qui la versione originale in lingua inglese. I temi affrontati in questo testo sono presentati in modo approfondito nel primo libro di Isabella Weber, in attesa di pubblicazione con Routledge.


Qual è il ruolo della memoria della lunga storia cinese, così come dell’influenza occidentale, nella costruzione e nella narrazione della riforma cinese?

Isabella Weber: In realtà, non solo alla fine degli anni ‘70, ma ancora oggi, la lunga storia cinese è un tema ricorrente nei discorsi dei leader di Partito e degli intellettuali, soprattutto in un anno come il 2019 che celebra il settantesimo anniversario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Ma anche al di là degli importanti anniversari politici, la storia è parte integrante del ragionamento politico cinese. Per esempio, durante il discorso che Xi Jinping ha tenuto alla sede UNESCO nel 2014, il presidente ha affermato: “Per ogni paese nel mondo, il passato porta con sé le chiavi del presente, e il presente affonda le sue radici nel passato. Soltanto sapendo da dove viene un paese è possibile capire quello che rappresenta oggi, e soltanto allora intuire verso quale direzione si dirige”. Fino ad oggi c’è stato un chiaro e costante riferimento a diversi aspetti e periodi della storia della Cina, anche per quanto riguarda le questioni di politica economica. Gli anni ‘70 furono un momento in cui gli intellettuali e i leader politici aprirono le loro menti al “mondo esterno” – come piaceva sostenere a Deng Xiaoping. Questo non era soltanto uno slogan: le delegazioni cinesi iniziarono a viaggiare per il mondo e gli intellettuali ebbero l’opportunità di acquisire conoscenze dirette su ciò che stava succedendo al di fuori della Cina. La rivelazione più sconvolgente per molti fu scoprire quanto la Cina fosse economicamente e tecnologicamente “arretrata” rispetto al mondo capitalista. Quindi, se la rivoluzione non doveva solo porre le basi per la creazione di una società comunista, ma doveva anche liberare la Cina dall’imperialismo e dal feudalesimo, la nuova fase di riforme economiche doveva elevare a principi guida lo sviluppo materiale e l’uscita dalla povertà assoluta.

Quanto fu importante l’eredità della Rivoluzione Culturale nella creazione delle premesse per la successiva fase di riforma economica in Cina?

Isabella Weber: Tra le molte cose, la Rivoluzione Culturale rappresentò un attacco violento alle strutture burocratiche (uno degli slogan che riecheggiò duramente tra la generazione sessantottina dell’occidente fu “bombardate il quartier generale”). L’idea di un’economia gerarchica e pianificata a livello centrale fu messa sotto attacco. Allo stesso modo furono condannati i mercati come via per il capitalismo. Per molti versi, l’economia dalla quale si avviarono le riforme era molto vicina a una caotica economia pianificata in cui specifiche battaglie politiche avevano un ruolo determinante, piuttosto che ad un sistema pianificato e coordinato dalle autorità centrali. Il successore designato di Mao Zedong, Hua Guofeng, cominciò dal tentativo di ripristinare la struttura pianificata dell’economia promuovendo un nuovo slancio verso l’industrializzazione di tipo sovietico, che tuttavia fallì drammaticamente. In un esempio di ironia della storia, la Rivoluzione Culturale finì per rivelarsi fondamentale per il successivo periodo di riforme. La Rivoluzione Culturale distrusse in maniera violenta l’ordine sociale dominante. Molte delle persone che erano in una posizione di potere precedentemente, e anche molti intellettuali, furono epurati e spediti nei campi di rieducazione nelle campagne. Anche la gioventù urbana fu spedita nelle zone rurali per diversi anni. Quando quelle persone ritornarono nelle città e nei centri del potere dovettero affrontare il problema di come ricostruire la Cina. Nella loro ricerca di nuove strade da percorrere furono cruciali sia le esperienze traumatiche sia i network di relazioni che si erano formati durante la rivoluzione. Il caos della rivoluzione creò in un certo senso lo spazio comunicativo per discutere sul problema della riforma. Io non sono una storica russa, ma penso si possa dire che in Russia, che ebbe una continuità di strutture altamente burocratizzate, non si creò mai uno spazio simile prima di iniziare i tentativi di riforma.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il ruolo della memoria della lunga storia cinese

Pagina 2: La transizione dalla Rivoluzione Culturale alle riforme

Pagina 3: Tra economia occidentale e via cinese allo sviluppo


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Raffaele Danna ha studiato filosofia a Bologna ed è dottorando in storia all'Università di Cambridge. Su twitter è @Raff_Danna. Arianna Papalia è laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza di Roma e in Scienze internazionali - inidirizzo China and Global studies - presso l'Università degli Studi di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Attualmente vive, studia e lavora a Pechino. Ha collaborato con una casa editrice e con numerose riviste online.

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