Alle origini delle riforme economiche cinesi. Intervista a Isabella Weber

Isabella Weber

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La transizione dalla Rivoluzione Culturale alle riforme

In che quadro è avvenuta la transizione dalle politiche economiche della Rivoluzione Culturale alle riforme successive? Come è riuscita la Cina ad aprire il suo mercato mantenendo allo stesso tempo una struttura fortemente centralizzata?

Isabella Weber: Alla fine degli anni ‘70 la Cina era ancora un’economia largamente agricola e le comuni, istituzioni chiave dell’economia politica Maoista, erano ben salde nelle zone rurali. Il primo passo verso la riforma del sistema economico fu la riforma agricola. Essa iniziò dalle regioni più povere che producevano con tecniche semplici e riuscivano a stento a provvedere al loro fabbisogno interno. Dato il ruolo marginale di queste zone per l’agricoltura nazionale, fu possibile avviarvi delle sperimentazioni senza alcuna implicazione per l’approvvigionamento nazionale del grano. Il famoso Gruppo per lo Sviluppo Rurale giocò un ruolo fondamentale nella diffusione delle prime sperimentazioni. La riforma si basava sullo spostamento della responsabilità della produzione dalla comune alla singola famiglia, a partire da queste località più povere per poi allargarsi ai cosiddetti “Granai” della Cina.[1] Il Gruppo per lo Sviluppo Rurale era un gruppo che emerse da un movimento di giovani che entrò nell’università dopo gli anni passati nelle zone rurali alla fine degli anni ‘70. Questi giovani si identificavano con la questione contadina ed erano estremamente consapevoli delle condizioni delle campagne. Allo stesso tempo non facevano parte delle organizzazioni di ricerca già costituite. Con il supporto dei leader della prima generazione come Deng Liqun e Du Runsheng, il Gruppo organizzò studi in diversi campi della sperimentazione agricola con il fine di monitorare il loro successo. I loro report furono essenziali nello sviluppo delle nuove politiche agricole del sistema di responsabilità familiare che fu gradualmente diffuso dalle periferie del sistema fino al suo centro, vale a dire alle comuni e ai “Granai” della Cina. Questa logica di iniziare dalle aree dell’economia politica nazionale che non erano essenziali per il funzionamento dell’intero sistema mantenendo il controllo dei suoi elementi fondamentali sta sistematicamente alla base delle riforme della Cina. Un altro esempio è il fatto che il sistema dei prezzi a “doppio binario”, che emerse negli anni ‘80 come controllo politico sulle attività di produzione non essenziali, fu allentato gradualmente. I rapporti tra comando e ordine che stanno al cuore dell’economia pianificata erano assoggettati ai prezzi pianificati. Tuttavia, a margine del sistema, la produzione per la domanda di mercato a prezzo di mercato fu inizialmente tollerata e poi successivamente ufficialmente autorizzata. Le nuove disposizioni istituzionali e le dinamiche economiche che si crearono in seguito all’apertura di questo spazio finirono per trasformare il cuore del sistema stesso. In questo processo la ricerca economica fu fondamentale come forma di ispezione empirica e analisi concettuale che trasmise pratiche sperimentali di successo da spazi periferici alle istituzioni chiave. L’approccio sperimentalista entrò in competizione negli anni ’80 con un altro approccio più mercatista, vale a dire con il tentativo di definire un sistema di obiettivi che avesse il mercato come meccanismo centrale di coordinamento, da implementare o per gradi o in una sola mossa. Alla fine, l’approccio sperimentalista prevalse e continua ancora oggi ad influenzare il policy making economico della Cina.

Isabella Weber Cina

 

C’era una dialettica tra i sostenitori delle riforme politiche e i sostenitori delle riforme economiche?

Isabella Weber: Senza andare troppo nel dettaglio di questa storia si può dire che in Cina, almeno dal 1979, c’era una discussione in atto che si interrogava se la riforma politica fosse una condizione preliminare o meno per quella economica e alcuni – così come era successo nell’Europa dell’Est – sostenevano che soltanto attraverso una completa apertura delle istituzioni si sarebbe potuta realizzare una riforma del sistema economico di successo. Ma come sappiamo, un cambiamento così radicale nel sistema politico non avvenne mai, mentre il sistema economico è stato tuttavia trasformato profondamente. Una spiegazione per questa particolare relazione tra riforma economica e politica potrebbe risiedere nell’esperienza della Rivoluzione Culturale. Allora l’approccio rivoluzionario si concentrò sul mettere la politica al comando, tentando di ottenere lo sviluppo economico attraverso mezzi politici. Il tipo di trasformazione politica concepita da coloro che parteggiavano per la riforma basata sul mercato era drasticamente differente dall’idea di rivoluzione continua adottata durante la Rivoluzione culturale. Ciononostante, la risposta alla Rivoluzione culturale fu l’adozione di una logica dominante che metteva al primo posto l’economia e lo sviluppo economico. Questo non si conciliava perfettamente con l’idea che il cambiamento politico dovesse precedere la riforma economica. Un’altra importante ragione per cui la riforma economica prevalse sulla riforma politica fu l’inaspettato successo economico dei primi anni della riforma agricola. Inoltre, dobbiamo ricordare che la prima generazione di rivoluzionari era ancora in carica durante i cruciali anni ‘80. Ma piuttosto che concentrarsi sulla predominanza della riforma economica, bisognerebbe piuttosto riconoscere che quest’ultima portò cambiamenti politici sostanziali. Nelle campagne il sistema di responsabilità familiare mise fine alle comuni, spina dorsale politica del Maoismo. Se inizialmente c’era un’economia industriale gestita a livello centrale basata su imprese di stato e imprese collettive, il numero crescente di imprese private e la graduale privatizzazione di molte imprese governative, così come la proletarizzazione dei lavoratori, cambiò profondamente la struttura politica della società.

Qual era il background delle persone che progettarono le riforme economiche alla fine degli anni ‘70?

Isabella Weber: Come mostro nel mio prossimo libro, c’era un gruppo eterogeneo di intellettuali che giocarono un ruolo fondamentale nella progettazione delle riforme economiche cinesi. Ma come dimostra l’esempio del Gruppo per lo Sviluppo Rurale e il loro ruolo nella riforma agricola, il principale contributo alla riforma economica non fu quello degli “economisti da poltrona” che pure avevano avuto grandi idee su come avrebbe dovuto essere il futuro dell’economia politica della Cina. Gli economisti giocarono, piuttosto, un ruolo fondamentale nella progettazione, nella supervisione e nell’interpretazione delle iniziative politiche che si stavano sviluppano a vari livelli mentre la leadership centrale apriva spazi per sperimentazioni che spesso includevano meccanismi di mercato. In questo contesto i giovani intellettuali che erano entrati nelle università dopo aver speso anni nelle campagne, e che spesso beneficiavano dalle connessioni con i vecchi saggi del partito o gli intellettuali più anziani, apportarono importanti contributi. Per esempio, un’istituzione che si sviluppò dal gruppo di riforma fu l’Istituto per le riforme del sistema economico con a capo Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, avviato dal primo ministro Zhao Ziyang. In qualche modo loro applicarono l’approccio della riforma agricola alla questione della riforma industriale e del sistema industriale urbano, un approccio da diversi punti di vista molto più induttivo ed empirico di quello riformistico dell’Europa dell’Est – o almeno così dicevano in Cina gli economisti émigré come Ota Sik, Wlodimierz Brus o Janos Kornai. Gli europei dell’est tipicamente iniziarono con l’ideare un modello teorico di riferimento con una serie di target e tentando di sviluppare un pacchetto di riforme che avrebbero realizzato tali obiettivi. Mentre molti economisti cercavano il giusto modello di riferimento e il giusto pacchetto di riforme, l’approccio sperimentale emerse dalle riforme agricole in Cina. Questo approccio mirava ad allentare il controllo diretto nelle aree periferiche, ad analizzare cosa fosse successo in conseguenza all’alleggerimento del controllo, e ad analizzare in che modo fosse possibile estrarre una logica sistematica da tali esperimenti. Questa logica era poi applicata via via ai settori più importanti da riformare e alle istituzioni del sistema senza minacciare la stabilità dello stesso. Il sistema dei prezzi “a doppio binario” è un esempio eccellente perché incapsula questa logica. C’è un grande dibattito adesso in Cina riguardo a chi ha inventato il sistema dei prezzi a “doppio binario”. Io penso che si tratta di un sistema che fu inventato, ma che venne fuori dallo spazio dato ai burocrati locali e ai dirigenti delle imprese governative. Il ruolo della ricerca economica era quello di fornire tanto una panoramica su quali aree si sarebbero potute de-regolamentare, e quello di sistematizzare le pratiche sperimentali in modo da poterle convertire in policy. Non fu qualcosa che venne fuori dalla concettualizzazione di un idealtipo. Inoltre, questo avvenne in costante dialogo con la generazione rivoluzionaria precedente, che al contrario dei leader sovietici del 1980, aveva ancora un’esperienza diretta del mercato e del sistema capitalistico. Questa generazione più anziana aveva usato il mercato come strumento di battaglia economica durante la guerra civile e come strumento di riforma economica durante gli anni ‘40 e i primi anni ‘50. L’economia socialista venne infatti creata come un processo di uscita dal mercato, o di entrata nell’economia pianificata, in cui i meccanismi e le dinamiche dell’economia di mercato furono sfruttate per andare verso la pianificazione. Negli anni ‘80 la Cina ha vissuto una transizione verso l’economia di mercato usando pratiche di governance economica simili agli anni della lotta rivoluzionaria e ai primi anni della Repubblica popolare cinese, ma questa volta con il fine di muoversi verso il mercato. Queste pratiche erano profondamente radicate nella concezione cinese della regolazione dei prezzi e della creazione del mercato da parte dello stato.

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[1] I granai della Cina o come riportato da Isabella Weber “Grain Chamber” erano quelle aree della Cina la cui produzione di grano era abbondante a tal punto da fornire surplus anche per altre aree della Cina.


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Raffaele Danna ha studiato filosofia a Bologna ed è dottorando in storia all'Università di Cambridge. Su twitter è @Raff_Danna. Arianna Papalia è laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza di Roma e in Scienze internazionali - inidirizzo China and Global studies - presso l'Università degli Studi di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Attualmente vive, studia e lavora a Pechino. Ha collaborato con una casa editrice e con numerose riviste online.

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