Sulla via alta dello sviluppo. Il Patto per il Lavoro e per il Clima come cornice per una nuova centralità del lavoro
- 20 Dicembre 2021

Sulla via alta dello sviluppo. Il Patto per il Lavoro e per il Clima come cornice per una nuova centralità del lavoro

Scritto da Luigi Giove, Filippo Pieri, Giuliano Zignani

10 minuti di lettura

Luigi Giove, Filippo Pieri e Giuliano Zignani, autori di questo articolo, sono i Segretari generali regionali di CGIL, CISL e UIL Emilia-Romagna.


Nel DNA dell’Emilia-Romagna è sempre stato presente un fitto intreccio di relazioni assidue e strutturate tra sindacati, cooperazione e associazioni imprenditoriali, la cui partecipazione è stata frequentemente implementata nei processi politico-decisionali. L’inclusione del sindacato e delle altre forze sociali ed economiche nell’identificazione delle scelte strategiche ha contribuito a condurre l’Emilia-Romagna sulla via alta dello sviluppo, caratterizzata dalla riqualificazione dell’economia, attraverso la formazione, la ricerca, l’innovazione 4.0 e la sostenibilità.

Malgrado la pesante crisi del 2008 e quella i cui esiti sono ancora imponderabili dovuti alla pandemia Covid-19, il nostro modello ha dimostrato di essere più “resiliente” di altri, almeno nelle sue tre caratteristiche fondamentali: buone performance economiche; inclusione e coesione sociale; alta qualità della governance locale. Per questo, quindi, la sottoscrizione del nuovo Patto per il Lavoro e per il Clima è un fatto estremamente importante, di grande valore politico per la regione Emilia-Romagna, con una portata di carattere nazionale.

In questa regione non siamo nuovi alla sottoscrizione di patti e anche di patti importanti. Due sono particolarmente significativi: il Patto per attraversare la crisi del 2009 e il Patto per il Lavoro del 2015. Nella definizione del Patto per il Lavoro e per il Clima, rispetto ai precedenti, ci sono delle conferme ma anche delle novità. È fondamentale sottolineare come il Patto per il Lavoro e per il Clima risulti essere la conferma di un metodo di condivisione e di democrazia. Una scelta politica e di governo, perché chi ha la responsabilità politica e di governo in questa regione ha deciso di aprire un confronto sulle proprie strategie e di condividere un programma che guardi oltre la legislatura, con le organizzazioni sindacali, con le associazioni datoriali, con gli enti locali, con l’università e con le associazioni. Il Patto per il Lavoro e per il Clima è anche la conferma della centralità del ruolo del pubblico, sia come capacità di intervento diretto (e quindi come capacità di investimento) sia nella capacità di fungere da “cabina di regia” del sistema, attraverso un maggiore indirizzo nei confronti degli investimenti privati e una maggiore sinergia con gli investimenti pubblici e delle controllate.

Nel Patto per il Lavoro e per il Clima ci sono però delle novità rispetto al passato. La prima, la più grande, è la pandemia, che ha modificato radicalmente la realtà a livello mondiale, e ovviamente anche a livello regionale, rendendo ancora più evidente la necessità di una revisione del nostro modello sociale, non più sostenibile non solo sul piano ambientale, ma anche su quello sociale. Abbiamo dovuto rivedere le nostre richieste e le nostre analisi alla luce di quello che è accaduto e che sta ancora accadendo, ponendoci, però, in un’ottica prospettica, che traguardi l’oggi. È come se fossimo di fronte a un Patto che è l’insieme delle precedenti elaborazioni. È contemporaneamente un Patto per uno sviluppo sostenibile, che quindi prova a guardare al futuro, prova a tracciare le traiettorie e le strategie dei prossimi decenni alla luce degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU, ma è anche un Patto per attraversare la crisi, perché tutti quanti sappiamo che di fronte a noi ci saranno mesi complicatissimi da gestire, nei quali arriveranno a scadenza cambiali pesantissime, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista occupazionale. E di conseguenza da un punto di vista sociale. Un’altra novità di fondo è che questo Patto si inserisce in un nuovo contesto europeo. Non siamo più in una logica di austerità, ma espansiva (pur con tutte le contraddizioni e con tutte le difficoltà del caso). Di sicuro il contesto europeo è differente da quello del 2015 e da quello del 2009. La novità importante per noi è la programmazione di tutti i fondi europei (sia quelli del settennato 2021-2027, sia quelli straordinari dovuti al PNRR fortemente finanziato dall’Unione Europea). Sappiamo che ci sono e che riguardano in maniera importante e preponderante l’Italia.

Per giungere a quel testo finale c’è stata una trattativa vera. Certo, differente da quella che si fa con le controparti quando siamo in un’azienda o se siamo in una trattativa per il rinnovo di un contratto nazionale. Diciamo che la composizione del tavolo è molto più complessa: c’è la Regione che ha responsabilità di governo (con un proprio programma sottoposto al voto degli elettori), poi ci sono gli enti locali, le associazioni datoriali, e in questo caso anche le associazioni ambientaliste. In una trattativa di questo tipo si ha quindi a che fare con una molteplicità di soggetti che hanno rappresentanze e interessi molto diversi tra loro, persino linguaggi differenti. È estremamente complicato trovare i necessari equilibri. Noi sindacati siamo partiti da un documento unitario presentato alla fine del 2019, che è l’equivalente di una piattaforma rivendicativa. Non abbiamo aspettato che fossero gli altri a proporre gli argomenti, abbiamo scelto di essere i primi promotori del confronto e anche quelli che più in profondità hanno indicato i temi oggetto della discussione.

Ma venendo ai contenuti, quali sono le sfide che il Patto vuole affrontare? Principalmente quattro: la sfida demografica; la sfida della sostenibilità ambientale, di una transizione giusta, che sia giusta anche dal punto di vista sociale e occupazionale; la sfida della digitalizzazione e dell’innovazione, dell’investimento tecnologico (sia nel pubblico che nel privato); la sfida della riduzione delle disuguaglianze di genere, generazionali e territoriali. E ci preme sottolineare come la questione demografica e quella delle disuguaglianze, che la pandemia ha fatto drammaticamente emergere in maniera ancora più esplicita, siano sfide che i sindacati hanno con forza chiesto di inserire nella nuova agenda del Patto, che si pone come orizzonte temporale il 2030 in quanto assume gli obiettivi strategici della citata Agenda 2030.

Quando l’orizzonte è così lontano si corre un rischio non trascurabile e che non abbiamo voluto ignorare, guardare cioè solo ed esclusivamente al futuro, a come progettare il nuovo lavoro, a come creare occupazione. Obiettivi fondamentali e strategici, se non fosse che prima del 2030 è necessario passare per il 2021. Per questo abbiamo posto con forza il tema della salvaguardia dell’occupazione come vincolo tra le parti. Perché il nuovo lavoro si crea se si è in grado si preservare l’attuale patrimonio di professionalità, costituito dai lavoratori e dalle lavoratrici che ci sono oggi, e non se quei posti di lavoro dovessero evaporare per effetto della crisi. E questo è possibile attraverso una salvaguardia esplicita dell’occupazione, con un impegno dichiarato delle parti che sottoscrivono il Patto, e con l’incentivazione della riduzione dell’orario di lavoro basato sulla contrattazione collettiva, punto quest’ultimo che serve a collocare la nostra regione in una prospettiva che guardi oltre il 2021, che gestisca quella distanza tra occupati e unità lavorative equivalenti, e cioè tra numero di persone al lavoro e numero di ore lavorate, che non è mai stato così tanto divaricato come in questa fase. Per tutti questi motivi aver messo nero su bianco nel Patto che si escludono riduzioni dell’occupazione a partire da azioni unilaterali delle imprese, e che si lavora per la salvaguardia dell’occupazione utilizzando preventivamente tutti gli ammortizzatori sociali disponibili, è un fatto di rilevanza politica enorme. È la prima volta che un impegno di questo tipo viene sottoscritto anche da Confindustria, ancor prima che l’impegno fosse confermato con l’avviso comune nazionale del giugno scorso. Non siamo ingenui da pensare che non ci saranno imprese che tenteranno di fare azioni unilaterali o azioni di forza, però sappiamo che abbiamo determinato un contesto politico e di coesione che ci consente di rivendicare quello che abbiamo sottoscritto, nell’attesa che Governo e Parlamento riformino in profondità gli ammortizzatori sociali e le politiche attive per il lavoro, fornendo garanzie e coperture universali a tutte le lavoratrici a tutti lavoratori e prospettive future di successiva occupazione, a prescindere dalla propria condizione contrattuale.

Inoltre, abbiamo ritenuto essenziale disciplinare gli appalti, sia sul versante della legalità che sul versante dei diritti e delle tutele. In particolar modo per quel che riguarda bandi, gare e affidamenti pubblici, ma anche per il privato. Rispetto al tema delle gare pubbliche, tenendo ben in conto la programmazione dei fondi europei, abbiamo chiesto e ottenuto che l’impiego di queste rilevanti risorse pubbliche sia oggetto di confronto preventivo e di specifici accordi, che consentano una programmazione condivisa di quelle risorse prevedendo elementi di condizionalità. Questa è una delle richieste che facciamo anche a livello nazionale rispetto all’utilizzo dei fondi Next Generation EU: il rispetto della contrattazione collettiva nazionale e dei contratti di secondo livello; la gestione condivisa dei livelli occupazionali; il rispetto di norme su salute e sicurezza sul lavoro; il rafforzamento della qualità del lavoro e delle competenze professionali. I soldi pubblici sono quelli che si raccolgono attraverso la tassazione e, siccome in questo Paese le tasse le pagano le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, fa la sua differenza sapere se quelle risorse vengono date o impiegate applicando correttamente i contratti lavoro, generando occupazione stabile, escludendo che si proceda unilateralmente a licenziamenti. Riteniamo, quindi, di aver segnato in quel passaggio un punto rilevante, l’indispensabile premessa della programmazione dei fondi europei.

Il primo argomento che si introduce nel Patto è l’individuazione dello strumento necessario al miglioramento della società in Emilia-Romagna, che va sotto il titolo di «Educazione istruzione formazione», l’investimento propedeutico a tutti quanti gli altri. Parliamo di green deal e green economy? Hai bisogno di un sistema di istruzione e formazione che sia adeguato. Hai bisogno di sviluppare la digitalizzazione? Servono le necessarie competenze. Vuoi investire ulteriormente su un welfare di qualità? È necessario un sistema di istruzione, dall’infanzia all’università, che sia in grado di accompagnare questi processi. Occorrono quindi dei servizi educativi, a partire dagli asili nido, accessibili a tutti e a un costo minore. Occorre ragionare su azioni di contrasto alla dispersione scolastica (che è tornata a salire nell’ultimo periodo anche a causa di uno sproporzionato utilizzo della didattica distanza), garantire la salvaguardia della scuola nelle aree periferiche e montane (spesso vittime di tagli e accorpamenti), avviare un piano decennale per l’edilizia scolastica (per avere edifici sicuri e a emissioni zero), rafforzare l’integrazione del sistema dell’istruzione e della formazione professionale, anche rivedendo il sistema di accreditamento. E poi, ancora, occorre favorire i passaggi tra istruzione e formazione professionale, perché la condizione sociale di partenza, o anche semplicemente condizioni familiari particolari o di vita di ragazzi e ragazze, non devono essere condizionanti per tutta la vita. Per questo è necessario garantire l’effettiva possibilità del passaggio da un sistema di formazione più tarato all’inserimento immediato nel mondo del lavoro, a uno che possa consentire un diverso sviluppo di quel percorso formativo di istruzione. Può sembrare marginale, ma è un fatto di democrazia, di classe. Infine, su questo corposo capitolo dedicato all’istruzione, si sancisce l’obiettivo del 100% di borse di studio erogate a chi ne ha diritto, per merito o per condizione economica.

Il secondo filone di obiettivi riguarda la transizione ecologica, fissando obiettivi ambiziosi: entro il 2050 neutralità carbonica, entro il 2035 arrivare al 100% di energie rinnovabili. Sono obiettivi più elevati di quelli dell’Unione Europea. Rilevante è inoltre aver previsto la definizione, a livello regionale, di una legge per il clima. Così come è strategico aver definito la necessità di un piano di efficientamento energetico dell’intero patrimonio immobiliare pubblico. Piano che avrebbe due grandi elementi di valore: realizzare un grande investimento sul patrimonio immobiliare pubblico (per renderlo efficiente dal punto di vista energetico) e mettere in campo le condizioni per un’occupazione di qualità in tempi rapidi. Abbiamo inoltre definito come centrali i piani e i processi di rigenerazione urbana, includendo la strategia del consumo di suolo a saldo zero, anche mediante l’utilizzo di tutto il potenziale dell’ecobonus al 110% (una delle iniziative forse meglio riuscite di questo periodo). Non si tralasciano ovviamente gli interventi di prevenzione dal dissesto idrogeologico e di difesa della costa; il tema della sostenibilità ambientale delle produzioni agricole e zootecniche (una delle principali fonti di inquinamento dell’aria e delle falde acquifere); il rafforzamento del trasporto pubblico (sostituendo gradualmente, ma rapidamente, il parco mezzi e valorizzando la capacità produttiva regionale). Infine, sostenere un diverso approccio al turismo, sostenibile, che riesca a coinvolgere tutta la regione e non solo alcune sue aree, compatibile con il rispetto dell’ambiente e la vivibilità delle nostre città.

Il terzo filone riguarda i diritti, a partire dal diritto alla salute e dal sistema socio-sanitario, confermando il ruolo centrale del pubblico nella progettazione, nella regolazione e nella programmazione. Sotto la voce diritti ci sono quello alla casa, alla salute, alla sicurezza sul lavoro, alla salvaguardia dei posti di lavoro e la continuità occupazionale nei cambi d’appalto. Il Patto prevede, su nostra richiesta, anche il potenziamento delle infrastrutture socio-sanitarie e sociali, avendo come riferimento i servizi territoriali (a cominciare dalle Case della salute, ora “di comunità”) e come obiettivi prioritari la domiciliarità e la territorialità. Si dice poi esplicitamente che bisogna aprire una stagione di reclutamento e valorizzazione del personale sanitario e socio-sanitario, in continuità con il rilevantissimo lavoro fatto in questi anni dal sindacato confederale per conquistare migliaia di assunzioni in sanità. Un’altra questione che abbiamo posto con forza è lo sviluppo di un Piano casa che preveda il potenziamento dell’edilizia sociale e popolare. Per la prima volta, finalmente, ridiscutiamo di edilizia popolare in questa regione, puntando ad aumentare la dotazione di alloggi fuori da una logica dei ghetti per censo. Otteniamo inoltre un risultato, per noi rilevantissimo, di rendere strutturale il fondo per l’affitto. Sanciamo l’incremento del fondo regionale per la non autosufficienza, ragionando però anche di una revisione del modo in cui si utilizzano quelle risorse per costruire una strategia per la non autosufficienza e cominciando anche a discutere di come si anticipano i nuovi bisogni.

Particolarmente complesso è stato il confronto sulla modalità di programmazione degli interventi infrastrutturali. Anche su questo, crediamo si sia raggiunto un livello di equilibrio molto alto. Il punto è definire una gerarchia delle priorità. Abbiamo perciò sancito che ci interessa prima di tutto connettere le aree periferiche e montane alle aree centrali della regione, poi un investimento sulla mobilità collettiva, infine collegare questa regione ai grandi corridoi europei e alle vie internazionali. Non è una logica che guarda al cemento e all’asfalto, insomma, ma un’altra idea del bisogno di infrastrutture.

Infine, il tema della legalità, da noi inteso come precondizione per raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati. L’Emilia-Romagna, ormai è ben noto e le cronache lo raccontano, è terreno di conquista delle organizzazioni criminali. Una terra ricca, industriale e laboriosa che fa gola ma racchiude in sé anche gli anticorpi per combattere l’illegalità. Il nuovo Patto vuole non sono mettere nero su bianco la capacità reattiva di questa regione, ma dove possibile potenziarne l’azione. Magari innovando anche la legislazione. Le ingenti risorse del PNRR fanno gola alla criminalità organizzata, per cui vanno messi in campo tutti gli strumenti possibili per arginare questo fenomeno. Al contempo, occorre potenziare al massimo i controlli non solo chiedendo un rafforzamento delle forze dell’ordine, ma anche degli stessi ispettori del lavoro. Illegalità è, senza dubbio, sinonimo di organizzazione mafiosa, ma questo va declinato in varie forme: dal caporalato al lavoro in nero fino alla catena di subappalti. Sul contrasto le parti sociali sono già in prima linea con i loro delegati, ma con il nuovo Patto per il Lavoro e per il Clima tutto questo potrà essere potenziato. Nel Patto non ci sono solo delle conferme (con il rafforzamento, ad esempio, del ruolo della Consulta regionale per la legalità), si fanno anche significativi avanzamenti riguardo alla promozione e alla diffusione di buone prassi e di protocolli d’intesa per la gestione dei beni confiscati. Nel Patto sono esplicitate con chiarezza le azioni da mettere in campo per contrastare le dinamiche che portano all’infiltrazione della criminalità organizzata in questa regione. Perciò si è concordato di progettare strumenti che contrastino il proliferare di imprese che aggirano forme legali di utilizzo della manodopera e nelle concessioni e negli appalti pubblici; il rilancio delle stazioni uniche appaltanti; il superamento della pratica al massimo ribasso; l’applicazione dei contratti collettivi nazionali inerenti l’attività oggetto dell’appalto (dove si nasconde spesso una concorrenza sleale tra aziende); l’applicazione della clausola sociale nei cambi d’appalto; il rafforzamento dei sistemi di controllo nelle fasi esecutive degli appalti; il rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza e per quel che riguarda questa fase ovviamente anche le norme che riguardano i protocolli anti-covid.

Un ulteriore elemento da evidenziare, presente nel Patto, è il sistema di monitoraggio attraverso incontri periodici (almeno semestrali) tra Regione e parti sociali, basati sulla diffusione di report specifici, oggetto di confronto per linea strategica d’intervento. Così facendo, sarà possibile operare all’interno della cornice della valutazione degli effetti delle politiche pubbliche, a partire dalle ricadute delle azioni sul mantenimento e la promozione del lavoro quale elemento fondamentale della cittadinanza.

Scritto da
Luigi Giove

Segretario generale della CGIL Emilia-Romagna. In precedenza è stato Segretario generale della FILLEA CGIL Emilia-Romagna, responsabile delle politiche organizzative e responsabile del mercato del lavoro nella segreteria della Camera del Lavoro di Reggio Emilia e Segretario generale della FLAI CGIL di Reggio Emilia.

Scritto da
Filippo Pieri

Segretario Generale della CISL Emilia-Romagna e Presidente CRU – Consigli Regionali Unipol. In precedenza è stato Segretario generale della CISL Romagna e della CISL Forlì-Cesena.

Scritto da
Giuliano Zignani

Segretario generale UIL Emilia-Romagna e Bologna. In precedenza è stato segretario generale della UIL Cesena.

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