Scritto da Antonio Francesco Di Lauro
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L’aumento delle temperature e l’intensificarsi degli eventi climatici estremi non rappresentano più delle eccezioni. Eppure, nonostante l’evidenza scientifica, questa realtà fatica a tradursi in una messa in discussione del modello di sviluppo su cui le nostre società sono costruite. Come mai risulta così difficile leggere questi fenomeni come conseguenze di uno stesso sistema? È la domanda da cui siamo partiti, rivolgendoci a Telmo Pievani – filosofo della scienza, evoluzionista e saggista, titolare della prima cattedra italiana di Filosofia delle scienze biologiche presso l’Università di Padova, direttore editoriale di «Lucy sui mondi» e collaboratore del «Corriere della Sera» e di altre testate.
L’intervista è stata svolta in occasione dell’edizione 2026 del Festival Essenziale / Presente che si è tenuto a Fiorano Modenese dal 4 al 7 giugno.
Oggi l’umanità si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. Il modello economico e produttivo che ha accompagnato gli ultimi due secoli di sviluppo è entrato in rotta di collisione con i limiti ecologici del pianeta. Eppure, spesso, continua a essere presentato come l’unico sistema possibile. Da dove nasce questa difficoltà a immaginare alternative?
Telmo Pievani: In effetti è così. Apparentemente viviamo da tempo in una fase caratterizzata da una sorta di pensiero unico in materia di economia e sviluppo. Ma non è avvenuto per caso. Per anni ci è stato fatto credere che non esistessero alternative valide al modello che abbiamo adottato. Il racconto proposto da gran parte dei media raramente ha messo realmente in discussione l’equazione diretta tra crescita e consumo, evitando di dare spazio a percorsi di sviluppo differenti. Eppure, altre strade esistono da tempo e continuano a emergerne di nuove. Talvolta confinate alla dimensione locale, non abbastanza rumorose per conquistare l’attenzione generale, ma efficaci e replicabili su larga scala. Penso, ad esempio, alle comunità energetiche basate sulle fonti rinnovabili come alternativa all’economia fossile, oppure alla nascita di numerosi movimenti giovanili che sfidano classi dirigenti spesso immobili. E ci sono molte altre esperienze interessanti, soprattutto nel cosiddetto “Sud globale”, al quale dovremmo imparare a rivolgere uno sguardo più attento.
Insomma, qualcosa si è mosso e continua a muoversi. Scienziati e scienziate, filosofi e filosofe di primo piano del nostro tempo hanno immaginato e proposto scenari alternativi. Esistono svariate interpretazioni che, pur muovendosi all’interno di una cornice liberale, criticano aspramente le derive più sfrenate del capitalismo neoliberista. Un’autrice che apprezzo particolarmente è Naomi Oreskes, Professoressa di Storia della scienza e Scienze della Terra all’Università di Harvard. Nel suo ultimo libro The Big Myth (Bloomsbury), uscito anche in italiano, mostra come gran parte delle campagne antiscientifiche del secolo scorso – da quelle contro il riconoscimento delle piogge acide fino alla negazione dei danni provocati dal fumo di sigaretta e al negazionismo climatico – fossero in realtà tutte figlie del mito di un capitalismo deregolamentato di matrice neoliberista. Sempre gli stessi finanziatori, gli stessi circoli, gli stessi think tank. Malgrado ciò, il problema resta e, per certi versi, si aggrava. Per questa ragione, credo che saremo chiamati a fare molto di più per rallentare quella grande accelerazione dell’impatto umano sull’ambiente che, ormai da almeno tre generazioni, ci trascina verso il fondo come un fiume in piena.
In effetti, alcune proposte di cambiamento stanno acquisendo enfasi crescente. Dai Paesi europei fino agli Stati Uniti, lo slogan “Tax the Rich” è tornato al centro del dibattito pubblico, riunendo sensibilità progressiste molto diverse. Come si spiega la forza di questa proposta e quali domande più profonde solleva circa lo stato di distribuzione delle risorse?
Telmo Pievani: Credo che il problema di questa riforma risieda nei fraintendimenti che la accompagnano e nel dibattito completamente irrazionale ed emotivo che la circonda. Ad esempio, si pensa spesso che una tassa patrimoniale abbia l’obiettivo di espropriare indiscriminatamente intere porzioni di proprietà privata. Naturalmente, nulla di tutto questo corrisponde alla realtà. Una cosa, invece, è certa: non riformare in senso progressivo e redistributivo la tassazione (come prevede peraltro la nostra Costituzione) e conservare lo stato attuale delle cose sarebbe estremamente rischioso, oltre che ingiusto. Un po’ come lasciar circolare un elefante in una cristalleria, date le disuguaglianze che lacerano le nostre società. Se si esaminano concretamente le implicazioni dell’introduzione di una tassa sui grandissimi patrimoni, ci si accorge subito che si tratta di un prelievo contenuto, rivolto esclusivamente a chi possiede ricchezze immense. Parliamo di una tassazione compresa tra l’1% e il 3% che riguarderebbe una porzione infinitesimale della popolazione mondiale. Per questo trovo ridicolo descriverla come un tentativo di espropriazione dei beni. Francamente, a colpirmi molto di più è il fatto che questo tema continui a rappresentare un tabù per tanti di noi e che una parte consistente dell’opinione pubblica (che potrebbe solo beneficiarne, non facendo parte dei super-miliardari) è contraria.
In realtà, mi sorprendo spesso per come certi argomenti ragionevoli e condivisibili scatenino tempeste mediatiche. È accaduto anche con la tassa sui ricchi, che ha immediatamente scatenato un vero e proprio fuoco di fila mediatico e di greve propaganda contraria (la “repubblica delle banane” e via discorrendo), alimentando più di un sospetto sul fatto che certe reazioni rabbiose servano soprattutto a proteggere gli interessi consolidati di pochi. Si è scatenato il festival del benaltrismo: ma allora l’evasione fiscale? Come se le due cose fossero in contraddizione. Abbiamo veramente perso in Italia il senso di un dibattito argomentato e razionale. Anche le forze politiche che propongono queste tassazioni spesso lo fanno in modo maldestro, adottando un linguaggio astruso e punitivo. Basterebbe invece usare la logica e parlare chiaro. Come ha scritto Guido Alfani, Professore di Storia economica all’Università Bocconi, nel suo bellissimo libro Come déi fra gli uomini (Laterza), dai Medici a Firenze in avanti, e nelle società più avanzate della storia occidentale, il fatto che i più ricchi dovessero contribuire in misura maggiore al miglioramento delle condizioni di vita collettive – soprattutto nei momenti di crisi, di guerra, pandemia o carestia – era un fatto assodato. Esisteva una sorta di patto implicito tra le élite economiche e politiche e il resto della popolazione, fondato sull’idea che la ricchezza fosse legittima ma comportasse anche responsabilità verso la comunità. Il fatto che oggi sia diventato un tabù ciò che per secoli è stato considerato del tutto normale rende la questione ancora più paradossale. E viene da chiedersi se l’unico modo per difendere questo tabù non consista proprio nella diffusione sistematica di menzogne e falsi argomenti a tutela dei superricchi.
Nell’era dominata dall’intelligenza artificiale e dall’automazione, ritiene che le nuove tecnologie possano aprire a modelli socioeconomici alternativi o, al contrario, si limiteranno a rafforzare i profondi squilibri di ricchezza e di potere esistenti?
Telmo Pievani: Anche rispetto a questo argomento credo si sia verificato un fenomeno analogo a quello che abbiamo appena descritto. Un pericoloso non detto si è insinuato nelle nostre coscienze, fino a normalizzare qualcosa che, perlomeno in questa misura, non aveva precedenti: la progressiva concentrazione di una parte rilevante della ricerca scientifica e tecnologica nelle mani di una ristrettissima élite economica. Naturalmente, tutto ciò risponde alle logiche di cui abbiamo parlato finora, ma contribuisce anche a rafforzare la percezione che non esista alcuna via d’uscita da un certo modello di capitalismo senza limiti, insofferente a ogni regolamentazione. Non era mai accaduto in modo tanto esplicito che un manipolo di multimiliardari finanziasse e orientasse direttamente attività scientifiche avanzatissime, intervenendo su ambiti delicati come le neuroscienze, la genetica o gli studi sull’invecchiamento. Penso a Neuralink fondata da Elon Musk, ma potrei citare molti altri casi, inclusa la bizzarria di voler resuscitare i mammut e altre specie estinte. Progetti che ambiscono a ridefinire il rapporto tra essere umano e tecnologia e che spesso procedono con livelli di trasparenza molto inferiori a quelli che tradizionalmente caratterizzano la ricerca pubblica e accademica. Un aspetto particolarmente preoccupante riguarda proprio le modalità con cui queste iniziative vengono condotte: i risultati sono difficilmente accessibili alla comunità scientifica, il confronto con gli specialisti risulta limitato e i normali processi di scrutinio collettivo vengono aggirati. In altre parole, l’etica viene relegata ai margini. Chi agisce in questo modo deve essere considerato estraneo alla comunità scientifica.
Tutto ciò entra in tensione con alcuni principi fondamentali della pratica scientifica che, anzitutto, si fonda sulla trasparenza. E spesso viene giustificato attraverso il richiamo alla privacy aziendale, un principio al quale negli ultimi anni abbiamo già ceduto porzioni significative della nostra vita. Intendiamoci, a preoccuparmi non è tanto il valore scientifico di singole operazioni (scarso) o l’effettiva realizzabilità di certe promesse (pressoché nulla). Ciò che trovo davvero intollerabile è la normalizzazione di un conflitto di interessi così profondo. Bisogna capire che questi comportamenti sono incompatibili con la pratica della scienza. L’espressione “conflitto” è peraltro fin troppo dignitosa (e dovremmo anche recuperarla), perché presuppone l’esistenza di un confronto tra parti. Ma non si può parlare di conflitto quando le armi sono distribuite in modo così diseguale.
Nel suo ultimo libro L’albero della vita (Laterza) prova a rispondere a una domanda fondamentale: quale posto occupa l’essere umano nella storia della vita sulla Terra? Cosa può insegnarci oggi la biologia sull’evoluzione delle società umane?
Telmo Pievani: Credo che il grande pregio della biologia sia proprio quello di offrirci la possibilità di mettere insieme tutto ciò che sappiamo sulle scienze evolutive. Rispetto a quanto sapevamo vent’anni fa, quando scrissi la prima edizione del mio libro, sono emerse importanti novità. Anzitutto, la teoria evoluzionistica è diventata molto più pluralista. Abbiamo definitivamente superato alcuni stereotipi che hanno accompagnato a lungo il dibattito sull’evoluzione, dall’interpretazione più rigida della selezione naturale fino al cosiddetto egoismo genico, secondo cui a sopravvivere sarebbe sempre il più forte e la competizione rappresenterebbe la legge fondamentale della natura. Oggi, al contrario, sappiamo che la cooperazione è stata da sempre una strategia adattativa fondamentale per la nostra specie. Alla teoria evoluzionistica si sono aggiunte scoperte ed evidenze sperimentali che Darwin stesso non avrebbe potuto immaginare. Abbiamo capito che il progresso evolutivo non assomiglia a una marcia verso la perfezione, né a una sequenza di ottimizzazioni ingegneristiche. Somiglia piuttosto a un lavoro artigianale: un processo incessante di creatività, adattamento e rimaneggiamento.
Che cosa abbiamo appreso davvero, allora? Che siamo soltanto l’ultimo ramoscello di un albero dalle radici estremamente complesse. E questa, oltre a essere una straordinaria conquista culturale e antropologica, rappresenta anche un salutare contraccolpo al nostro narcisismo. Ma questa consapevolezza ci aiuta anche a comprendere l’ambiguità di un’espressione molto diffusa: “salvare il pianeta”. È una formula animata certamente dalle migliori intenzioni, ma salvarlo da chi? Il pianeta ha attraversato catastrofi immensamente più gravi di quelle che stiamo provocando e continuerà a esistere anche dopo di noi, trovando nuove forme di equilibrio e di biodiversità. La vera domanda è se saremo capaci di preservare le condizioni che permettono a noi di restarci. È ironico che a dimenticarlo sia stata proprio la specie che si è autodefinita sapiens.
Al vertice Rio+20 del 2012, l’ex Presidente uruguaiano José “Pepe” Mujica pronunciò uno dei discorsi più celebri degli ultimi decenni, sostenendo che «la grande crisi non è ecologica, è politica». A distanza di quasi quindici anni, che significato assume oggi quella riflessione?
Telmo Pievani: Quella di Mujica è una riflessione bellissima nella sua semplicità. È un grande inno alla giustizia, ai diritti delle persone, nonché una condanna della rassegnazione e del disinteresse. Ma, da un punto di vista scientifico, quel discorso è particolarmente significativo anche perché mostra con chiarezza come, di fronte alla crisi ecologica, il cambiamento delle nostre abitudini di consumo e dei nostri modelli di sviluppo rappresenti il punto da cui occorre partire. Lo fa senza confinare l’essere umano in una visione quasi “cancerogena” della sua presenza sul pianeta, né subordinarne la sopravvivenza a quella della natura. Al contrario, rifiuta le letture radicalmente ecocentriche e afferma che la dimensione umana e quella naturale non solo possano, ma debbano coincidere. L’impegno ecologista è anzitutto un grande impegno umanista, e Pepe Mujica questo lo aveva compreso molto bene. Del resto, nessuna specie ha mai rinunciato alle proprie possibilità di sopravvivere. Per quale ragione dovremmo essere proprio noi a tentare un simile primato? Non può esserci contrapposizione tra antropocentrismo ed ecocentrismo. Esistono sempre alternative e una forma di umanesimo ecologico rappresenta probabilmente quella giusta. Il filosofo e sociologo Edgar Morin, recentemente scomparso, sosteneva che l’essere umano non possa essere pensato come un’entità separata dal mondo che lo circonda, ma come parte di una trama di relazioni necessarie a garantirne il benessere e la sopravvivenza.
Ma se vogliamo trasformare questi principi in misure e politiche concrete, dobbiamo anzitutto interrogarci su come definiamo e quantifichiamo il benessere umano. E quindi, molto banalmente, sugli indicatori che utilizziamo per misurarlo. Dieci o quindici anni fa, nel pieno della retorica neoliberista, sostenere che il PIL fosse uno strumento insufficiente o inadeguato appariva quasi un’eresia. Molti economisti alzavano le spalle e ti guardavano come un ingenuo, un velleitario. Oggi, fortunatamente, qualcosa sta cambiando. Non è un caso che all’ONU si stia lavorando a nuovi strumenti per misurare il benessere dei Paesi, proprio a partire dalla consapevolezza che la prosperità di una società non possa essere ridotta alla sola crescita economica. Nel 2025 sono stato in Madagascar, un Paese la cui biodiversità mi ha sempre ammaliato e sul quale ho condotto un reportage per il Corriere della Sera. Se in un Paese si è rinunciato alla tutela delle risorse naturali – a partire dal caso della deforestazione che ha interessato in Madagascar quasi il 90% del territorio – magari si è registrata una crescita del PIL, ma possiamo davvero dire di aver prodotto reale benessere, anche in ottica futura? Se in quel Paese l’aspettativa di vita è poco più di 60 anni, vogliamo includerlo nel PIL oppure facciamo finta di niente? Mi pare che, finalmente, anche una parte significativa del pensiero economico stia iniziando a riconoscerlo e a ragionare maggiormente sulla questione di cosa sia il reale benessere (economico, d’accordo, ma anche relazionale e ambientale) di una nazione.
Nel suo discorso, Mujica sembrava suggerire anche che la felicità non dipenda tanto dall’accumulazione quanto dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che già possediamo. È una riflessione che richiama da vicino il tema della gratitudine, al quale avete dedicato anche l’ultimo numero di Lucy. Che spazio occupa, secondo lei, la gratitudine nel concetto di felicità?
Telmo Pievani: La gratitudine è un sentimento importante e sottovalutato perché rappresenta l’antidoto a molte delle ipocrisie e delle forme di egoismo che accompagnano la nostra storia. Con Nicola Lagioia – che dirige Lucy sulla cultura, oggi affiancata da Lucy sui mondi – ci siamo soffermati spesso su questo tema e continueremo a farlo. Credo che dovremmo essere grati ai nostri padri, alle nostre madri e ai nostri nonni, che ci hanno consegnato un mondo con meno povertà, meno fame e più opportunità rispetto a quello che avevano ereditato. Ma soprattutto ce ne hanno consegnato uno. Eppure, il sentimento della gratitudine non può fermarsi ai confini della nostra specie. Dovrebbe estendersi anche alla lunga storia naturale che ci precede, composta di centinaia di milioni di anni di evoluzione, di tentativi e di biforcazioni senza i quali non esisteremmo. Riconoscere di essere il risultato di questa storia ci rende più consapevoli di chi siamo. E senza questa consapevolezza credo non sia possibile parlare di felicità.