Scritto da Giacomo Bottos
10 minuti di lettura
Le biblioteche sono spazi fondamentali nella vita di una città – dove incontrarsi, costruire relazioni e scambiare idee – e allo stesso tempo portano avanti un lavoro culturale che spazia tra conservazione, ricerca e divulgazione. Come si tengono insieme le diverse dimensioni di una biblioteca? Come si integra il rapporto con un pubblico allargato e la missione di conservazione del sapere, anche specialistico, propria di una biblioteca? E le città come vivono la loro relazione con le biblioteche?
Per provare a rispondere a queste domande – anche in occasione del lancio del nuovo festival “Atlanti del Presente. Adriatico I Mediterraneo I Mondo” – abbiamo intervistato Alessandro Luparini, storico e Direttore della Fondazione Casa di Oriani e della sua Biblioteca di Storia Contemporanea: uno degli istituti culturali più importanti di Ravenna, specializzato in storia contemporanea e studi politici, economici e sociali.
“Atlanti del Presente. Adriatico I Mediterraneo I Mondo” è una rassegna di incontri gratuiti di geopolitica e storia incentrata sul ruolo e sull’identità di Ravenna come crocevia tra Oriente e Occidente – promossa da Pandora Rivista insieme a Biblioteca di Storia Contemporanea Alfredo Oriani con Comune di Ravenna e Museo d’Arte della città di Ravenna (MAR), con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e CURTI – che si tiene dal 24 al 26 luglio.
Il programma completo degli incontri è già disponibile sul nostro sito a questo link.
Come nasce la Fondazione Casa di Oriani? Quali sono state le principali tappe della sua storia?
Alessandro Luparini: La Fondazione Casa di Oriani nasce come tale nel 2003, ma ha una storia molto più antica. È infatti l’evoluzione giuridica e la prosecuzione ideale dell’Ente Casa di Oriani, istituito con regio decreto nel 1927. Fino al 2003 eravamo un ente pubblico; poi, come è accaduto a molti altri enti nello stesso periodo, siamo diventati una fondazione, con la partecipazione del Comune di Ravenna, della Provincia di Ravenna, della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che è rimasta socio fondatore fino al 2011, continuando a essere un nostro importante sostenitore. La storia dell’ente è interessante, perché racconta molto dell’Italia di quegli anni. L’Ente Casa di Oriani viene istituito per amministrare l’eredità materiale e spirituale di Alfredo Oriani, scrittore molto noto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, apprezzato trasversalmente sia a destra sia a sinistra. Probabilmente sarebbe rimasto una nota a piè di pagina della storia della letteratura italiana se Benito Mussolini, che ne era un grandissimo estimatore – come, del resto, altri intellettuali dell’epoca, da Antonio Gramsci a Piero Gobetti, fino a Benedetto Croce – non ne avesse fatto il precursore del fascismo. Oriani era morto nel 1909, quindi dieci anni prima dell’avvento del fascismo. Tuttavia Mussolini, ammiratore del pensiero di Oriani già dai tempi in cui era socialista rivoluzionario, una volta divenuto fondatore e capo del fascismo sentì il bisogno di individuare delle radici culturali per un movimento che, sostanzialmente, non ne aveva di proprie. Da qui nacque la figura del “Precursore”, con la P maiuscola. È vero, d’altronde, che Oriani può essere considerato uno dei padri spirituali del nazionalismo italiano, soprattutto per due opere: La lotta politica in Italia e, in particolare, La rivolta ideale, che rappresenta il suo testamento spirituale ed era, per così dire, uno dei libri di riferimento di Mussolini, i cui principali ispiratori erano Enrico Corradini e, appunto, Alfredo Oriani. Da questa interpretazione nasce anche la celebre marcia guidata dallo stesso Mussolini nell’aprile del 1924 fino al Cardello di Casola Valsenio, dove lo scrittore aveva vissuto e composto gran parte delle sue opere. Quella marcia rappresenta l’atto fondativo del culto del “Precursore”. Sono lì, dunque, le radici dell’Ente Casa di Oriani, il cui statuto prevedeva fra le altre cose la costituzione di una biblioteca di studi storici. Così nasce quella che inizialmente si chiamava Biblioteca Mussolini, istituita nel 1927. L’edificio in cui ci troviamo oggi, invece, risale al 1936, perché in origine la biblioteca era ospitata in un’ala della Biblioteca Classense. Anche la collocazione attuale non è casuale. Ci troviamo infatti nel cuore della zona dantesca, proprio di fronte al sepolcro di Dante. La Biblioteca Mussolini fu inaugurata il 13 settembre 1936, contestualmente alla nuova sistemazione della zona dantesca, realizzata dal regime. Dal punto di vista architettonico e simbolico, tutto era pensato per richiamare il collegamento tra tre figure: Dante, padre della nazione e della lingua italiana; Oriani, precursore del fascismo; e Mussolini, colui che avrebbe realizzato le profezie di entrambi. Non dimentichiamo che siamo nel settembre del 1936, pochi mesi dopo la proclamazione dell’Impero.

Naturalmente esiste anche un’altra lettura della figura di Oriani, a partire da Benedetto Croce. Ma l’appropriazione della sua opera da parte del fascismo determinò inevitabilmente una sorta di damnatio memoriae nel secondo dopoguerra. La rivalutazione iniziò già dalla metà degli anni Cinquanta, soprattutto grazie ad Aldo Spallicci, e poi si consolidò all’inizio degli anni Sessanta con Giovanni Spadolini, che contribuì in modo decisivo a restituire Oriani alla storia della cultura italiana, liberandone definitivamente la figura dalla lettura fascista. Va anche ricordato che, nonostante la caduta del regime, la biblioteca sopravvisse come istituzione, cambiando nome da Biblioteca Mussolini a Biblioteca Oriani e mantenendo la propria vocazione di biblioteca specializzata nella storia contemporanea e negli studi politici e sociali. C’è infine un ultimo aspetto significativo. La Biblioteca Mussolini aveva un compito statutario unico in Italia: acquisire e conservare tutto ciò che nel mondo veniva pubblicato sul fascismo. Questo ha fatto sì che tra il 1927 e il 1943 si sia costituita una raccolta bibliografica sul fascismo – movimento e regime – che è tuttora unica al mondo e rappresenta un patrimonio di straordinario valore per gli studiosi.
Oggi quali sono gli obiettivi e la missione della Fondazione Casa di Oriani? E come si declinano nei principali ambiti di attività?
Alessandro Luparini: Naturalmente la Biblioteca di storia contemporanea rimane la nostra mission principale. Si può che dire che, quanto meno insieme alla Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma, siamo la più importante istituzione del settore in Italia. Lo si può valutare anche attraverso una serie di criteri oggettivi, come i prestiti interbibliotecari che effettuiamo in tutta Italia o il servizio di document delivery, perché disponiamo di una collezione unica nel Paese.
Dopodiché la Fondazione porta avanti una politica culturale molto ampia, articolata in una vasta gamma di iniziative: presentazioni di libri su temi pertinenti alla nostra missione, convegni di studi – almeno uno all’anno di livello nazionale –, seminari e pubblicazioni, tra cui in particolare la rivista quadrimestrale di storia contemporanea Memoria e Ricerca, che è una delle riviste più autorevoli del settore, non solo in ambito italiano ma anche europeo. Insomma, un vasto spettro di attività culturali, che va ben oltre a quelle strettamente legate alla vita della biblioteca.
Soffermandosi sulla dimensione della biblioteca, quali sono oggi le principali questioni aperte nella sua gestione? Con quali problematiche si confronta maggiormente chi dirige una biblioteca?
Alessandro Luparini: Il problema principale, e questo posso confermarlo per tutte le biblioteche, anche le più grandi, è quello degli spazi. È un problema quasi strutturale, perché gli spazi non sono mai adeguati al volume dei libri che arrivano nel corso di ogni anno. Non ci sono sufficienti magazzini e questo pone inevitabilmente dei problemi. Rispetto alle biblioteche generaliste, però, siamo più fortunati, perché limitiamo gli acquisti esclusivamente all’ambito della storia contemporanea. Certo, l’editoria è un mare magnum e i titoli pubblicati sono sempre tanti, ma è comunque possibile operare delle scelte, privilegiando l’editoria scientifica senza trascurare l’alta divulgazione.

Un altro problema, che di nuovo non riguarda solo noi ma tutte le biblioteche, è quello delle donazioni di biblioteche private. Almeno due o tre volte l’anno siamo costretti a respingere delle proposte. Ancora una volta il problema è quello degli spazi, ma conta anche la pertinenza rispetto alle nostre collezioni. C’è poi un altro aspetto: chi dona la biblioteca del padre o di un familiare spesso non comprende che una biblioteca non può acquisire tutto. Nessuno arriva con un elenco dettagliato dei titoli e, soprattutto, quasi nessuno accetta che quella raccolta venga smembrata. Anche questo costituisce un problema serio. Se qualcuno, per dire, mi proponesse la biblioteca di Norberto Bobbio, non direi certo di no, ma la biblioteca di un normale intellettuale appassionato di storia, nella maggior parte dei casi è composta da titoli che possediamo già. Per questo continuo a dire che il problema principale resta quello degli spazi. In questi casi consiglio sempre di rivolgersi, per quanto possa sembrare paradossale, alle biblioteche più piccole del territorio, che spesso hanno fame di libri, non dispongono delle risorse per acquisirli e possono quindi essere maggiormente interessate.
In tutto questo, il digitale come si inserisce?
Alessandro Luparini: Il digitale si inserisce nel senso che sarebbe buona norma digitalizzare quanto più possibile il patrimonio storico. È quello che stiamo cercando di fare, compatibilmente con le nostre risorse. In questi anni abbiamo lavorato in questa direzione: su Internet Archive abbiamo un account della Biblioteca Oriani, la Mussolini Digital Library, dove carichiamo progressivamente i volumi del fondo storico della Biblioteca Mussolini via via che vengono digitalizzati. Ovviamente questo non significa che quei libri cessino di far parte delle nostre collezioni.
Per quanto riguarda gli ebook, credo che, non solo nel nostro caso ma più in generale nel panorama delle biblioteche italiane, si tratti ancora di un settore in evoluzione. Lo stesso vale per gli abbonamenti ai giornali online. C’è ancora, e questo lo vedo anche in ragione della composizione della nostra utenza, che ha un’età media piuttosto elevata, un forte attaccamento al libro e al giornale cartaceo.
Dal punto di vista del pubblico, invece, che composizione hanno i frequentatori e, più in generale, gli utenti della biblioteca?
Alessandro Luparini: Direi innanzitutto di tenere distinti due piani. La Biblioteca Oriani è tradizionalmente un luogo frequentato dagli studenti universitari per studiare. Lo era molto di più anni fa, prima dell’apertura della biblioteca universitaria con orari molto più ampi, ma continua comunque a esserlo. Poi c’è il pubblico degli utenti veri e propri. L’età media è piuttosto elevata, ma abbiamo comunque utenti di tutti i tipi. In generale, abbiamo un pubblico affezionato, che io definisco di “cultori della materia”: persone che frequentano una biblioteca specialistica e leggono libri di storia. A volte mi meraviglio anche della peculiarità dei titoli che vengono presi in prestito.
Come dicevo, privilegiamo l’editoria scientifica, ma cerchiamo di mantenere un equilibrio tra libri destinati agli specialisti e libri rivolti a un pubblico più ampio, quindi di alta divulgazione, evitando però i blockbuster o gli instant book. Grazie al nostro pubblico movimentiamo un numero considerevole di prestiti. Di questo, devo dire, sono molto soddisfatto. C’è poi il discorso dei prestiti interbibliotecari e del servizio di document delivery, che rappresentano, come già dicevo, una delle caratteristiche distintive di una biblioteca specialistica come la nostra.
L’attività culturale in senso più ampio – convegni, presentazioni di libri e divulgazione – come si articola? E qual è il criterio ispiratore che la guida? In che modo la diffusione della conoscenza e il rapporto con un pubblico più ampio si integrano con la missione di conservazione del sapere propria di una biblioteca?
Alessandro Luparini: Negli ultimi anni, per quanto riguarda i convegni, prestiamo molta attenzione alle ricorrenze. Si sono susseguiti centenari e altri anniversari importanti: dalla nascita del fascismo nel 1919 a quella del Partito Comunista d’Italia nel 1921, dalla fine della Seconda guerra mondiale fino, quest’anno, all’anniversario del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Poi verranno le elezioni del 1948 e così via. Cerchiamo quindi di presidiare, sul versante della riflessione storiografica, il calendario civile. Lo facciamo anche per intercettare una dimensione più ampia di rispetto a quello specialistica. Diverso è il discorso delle presentazioni di libri, perché lì molto dipende da ciò che offre l’editoria. Personalmente cerco sempre di mantenere un equilibrio tra editoria nazionale e editoria locale. Credo che anche questa sia una missione di una biblioteca come la nostra, profondamente radicata nel territorio: dare spazio agli autori locali e alla storia locale, che qui a Ravenna, e più in generale in Romagna, è un ambito molto seguito.
Per quanto riguarda il pubblico, vale il discorso che facevo prima. È molto difficile intercettare i più giovani, direi gli under 40. Più in generale, è difficile portare un grande pubblico a queste iniziative, a meno di invitare nomi molto noti del mainstream. Detto questo, anche per le nostre iniziative culturali possiamo contare su un pubblico di affezionati che ci segue con grande continuità.
Mi collego a quanto diceva sull’attenzione alla storia locale. La Fondazione Casa di Oriani è un’istituzione con una lunga tradizione e una storia importante. Come descriverebbe il rapporto con la città di Ravenna? In che modo la Fondazione percepisce la propria funzione nel contesto cittadino e, viceversa, come la città vive questa relazione?
Alessandro Luparini: È un rapporto strettissimo, a partire dalla collocazione stessa della biblioteca, nel cuore stesso della città. La Biblioteca Oriani, infatti, è parte integrante della zona dantesca. Lo è anche perché, come dicevo, è tradizionalmente un luogo di studio e di frequentazione da parte degli studenti. Esiste quindi un legame per certi versi simbiotico con la comunità e mi sento di dire che la Biblioteca Oriani è amata dai ravennati. Chi la conosce è molto affezionato a questa istituzione.

Parliamo di una grande istituzione culturale, ma una di una realtà piccola dal punto di vista delle risorse, che nondimeno, con i mezzi di cui dispone, restituisce molto alla comunità e alla collettività. Di questo sono assolutamente convinto, perché anche i nostri spazi sono molto vissuti. La galleria dove ospitiamo le mostre, ad esempio ci viene richiesta continuamente.
Il festival “Atlanti del Presente” è un progetto che la Fondazione Casa di Oriani ha contribuito a promuovere e che prova a tenere insieme la ricerca storica e la riflessione sulla contemporaneità e sugli scenari internazionali, partendo dall’identità di Ravenna, dalla sua storia e dal suo rapporto con il mare. Ci può raccontare il senso di questo tentativo?
Alessandro Luparini: Quando ci è stata prospettata la possibilità di fare da “testa di ponte” per l’organizzazione di questo festival promosso da Pandora Rivista a Ravenna, siamo stati ben contenti di accettare la proposta. Ci è sembrata una grande opportunità per l’istituzione e, collegandomi a quanto dicevo prima, anche un modo per restituire alla comunità ravennate una parte del nostro know-how e del nostro patrimonio di conoscenze. Mi sembra che il programma del festival, così come si è strutturato grazie anche alla preziosa collaborazione con il professor Michele Marchi del Dipartimento di Beni Culturali e nostro Consigliere, rispecchi perfettamente questa idea di coniugare la riflessione storiografica con l’attualità e la geopolitica. In questo senso, la rassegna si inserisce pienamente nella missione istituzionale della Fondazione Casa di Oriani. Il sottotitolo stesso del festival, “Adriatico, Mediterraneo, Mondo”, esprime la volontà di partire dalla dimensione adriatica di Ravenna, che è una componente importante della sua identità e sulla quale, forse, non tutti i ravennati hanno davvero riflettuto. Ora, anche grazie al riconoscimento di Ravenna quale Capitale Italiana del Mare, questa riflessione potrebbe trovare nuovo spazio. Basti pensare che il primo collegamento marittimo con Trieste, quando la città era ancora sotto l’Impero Austro-Ungarico, partì proprio da Ravenna per volontà dell’armatore Pietro Cagnoni. Tra la fine dell’Ottocento e la vigilia della Prima guerra mondiale, poi, Ravenna fu inoltre il principale punto di riferimento nella madrepatria per l’irredentismo adriatico, cioè quello triestino, giuliano, dalmata e istriano. Al sepolcro di Dante, nel 1908 e nel 1911, si svolsero grandi “pellegrinaggi” degli irredenti: il primo nome sul registro delle firme conservato nella Biblioteca Classense è, non a caso, quella di Nazario Sauro.
Questa parentesi storica credo renda bene l’idea di una dimensione adriatica che Ravenna, almeno in parte, ha smarrito nel secondo dopoguerra. Da ravennate acquisito, ho sempre avuto l’impressione che la città in alcuni momenti abbia fatto fatica a considerarsi una città di mare, anche perché il mare è fisicamente lontano. Genova, Livorno, Ancona e Ravenna sono tutte città portuali ma Ravenna ha la significativa differenza di avere il porto distante dal centro urbano. Chissà che questo festival, con una riflessione a tutto campo che parte dall’Adriatico per arrivare oltre l’Atlantico, non contribuisca a rinnovare nei ravennati il senso di un’identità marittima in parte smarrita. Anche perché il porto ha una dimensione che presenta importanti ricadute sull’attualità e sulla realtà economica della città. Inoltre, negli ultimi anni Ravenna è stata una delle frontiere di un fenomeno tutt’altro che marginale, che è quello delle migrazioni. Paradossalmente, forse ancora più della dimensione economica del porto, è stato proprio questo fenomeno a ricollegare i ravennati alla loro collocazione marittima e adriatica.