Recensione a: Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education Italia, Milano 2025, pp. 158, 19 euro (scheda libro)
Scritto da Linda Dalmonte
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Più si estende, più le categorie con cui la interpretiamo sembrano inadeguate. Si è parlato impropriamente di “ritorno della guerra”, come se l’invasione in Ucraina costituisse un’intrusione inattesa nella continuità della pace in Europa, quando forse è la pace, almeno nella sua versione post-1989, alimentata dal cosiddetto peace dividend, ad essere stata l’eccezione politica e geografica di una parte del sistema internazionale, lo stesso che negli anni Novanta assisteva alle violenze nei Balcani. Così come contingente si è rivelato l’orizzonte storico e politico che poteva sostenere il concetto tradizionale di “guerra”, tra Stati riconosciuti come tali, con dichiarazioni e confini delimitati, e al di sopra della degenerazione in operazioni di polizia e di lotte al terrorismo.
La sfida, oggi, consiste nel comprendere quale posto assumono gli algoritmi, i flussi finanziari, la stessa intelligenza artificiale, e la loro inconfutabile penetrazione nelle decisioni belliche; darne una leggibilità teorica per capire dove ci troviamo. Su questa tensione, tra la fenomenologia della guerra contemporanea e la nostra capacità di pensarla, si colloca l’ultima pubblicazione di Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill Education), che vuole ricostruire una mutazione più profonda, capace di investire il rapporto stesso tra guerra e politica come categorie fondamentali del moderno.
Il punto di partenza è la celebre formula tardo-ottocentesca del generale Carl von Clausewitz, che vede la guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi, e le sue inversioni novecentesche. Se Michel Foucault aveva già rovesciato la traiettoria, leggendo la politica come prosecuzione della guerra, Silvano Cacciari si inscrive nel suo solco, proponendo una torsione ulteriore: la politica sarebbe la prosecuzione della guerra ibrida con altri mezzi.
Il perno è appunto quello di “guerra ibrida”, allargata a paradigma generale di organizzazione del conflitto, ben oltre la classica tattica militare, il cui carattere globale – o transnazionale – fa sì che il campo di battaglia si allarghi fino a inglobare la totalità dei piani del reale; non solo quelli tradizionalmente statuali e istituzionali, ma anche finanziari, comunicativi, tecnologici, e demografici: «sinergie complesse tra consigli di amministrazione, agenzie statali, venture capitalists, aziende private, gruppi di contractor militari, aziende della filiera dell’innovazione tecnologica e logistica, interi parchi tecnologici a diffusione istantanea e planetaria» (p. XI).
La guerra è diffusa, investe ogni campo. In altre parole – precisamente quelle dell’Actor-Network Theory, di cui Silvano Cacciari riprende consapevolmente alcuni concetti – fa sì che la rete di attanti della guerra, gli attori che la muovono, si allarghi a nuovi campi, fino a subordinare la politica e ogni aspetto della vita sociale alla guerra – questa la tesi proposta – «senza che possa neppure formalmente riconoscerla o nominarla come tale» (ibidem). In questo senso, nel campo di forza antropologico contemporaneo, la politica «non può “dettare” la logica alla guerra ma, al contrario, è costretta ad attarsi alla logica emergente del sistema conflittuale stesso» (ibidem).
Silvani Cacciari si rifà volontariamente al lessico foucaultiano con l’intento di cogliere la microfisica del potere, la rete di cui la politica è solo un attante tra gli altri, e le sue logiche – quel campo di forza anteriore ai concetti della politica e «che ne determina le condizioni di possibilità» (p. XVI). Ed è nella continuità con il Foucault della microfisica che si spiega fin da principio il rifiuto della concezione della sovranità di Carl Schmitt: laddove l’eccezione e la norma sono indistinguibili, dentro la guerra ibrida, l’individuazione di uno stato di eccezione si dissolve, così come la dialettica tra pace e guerra. Si dà piuttosto un continuum conflittuale, «uno stato di emergenza senza fine», che occupa la normalità senza sospenderla formalmente. Un continuum rispetto cui la politica non può più esercitare la propria prerogativa nell’eccezione, perché perde la capacità di orientarsi nel conflitto che la costituisce, e peraltro senza nemmeno poterlo nominare.
Uno degli apporti più originali del volume consiste nei riferimenti alla teoria dei sistemi adattativi complessi (CAS). Un sistema complesso produce reazioni non lineari: cause determinate generano effetti sproporzionati e imprevedibili – le sanzioni economiche possono innescare crisi finanziarie incontrollate, un algoritmo può tradursi in una decisione politica. Su questo quadro, la politica tradizionale si scopre non solo inadeguata, ma «strutturalmente in ritardo»: è uno degli attanti, spesso tra i meno potenti, di una rete in cui i concentrated interests riescono ad orientarla, acquisendo potere, cioè un’agency che le istituzioni tradizionali non possono più rivendicare.
A ciò si affianca il ricorso all’Actor-Network Theory, sviluppata principalmente da Bruno Latour e Michel Callon come sociologia delle associazioni: un framework particolarmente adatto a cogliere il ruolo degli attanti tecnologici – i flussi finanziari, i sistemi algoritmici, le intelligenze artificiali – che la teoria politica classica tende a relegare a strumenti neutrali. Nell’ANT, attante è ciò che modifica una rete: attribuire agency a un algoritmo o a una piattaforma logistica permette di capire come gli obiettivi della politica vengano “tradotti” – nel senso che il termine ha in Callon – per servire interessi dominanti. La guerra ibrida è così leggibile come effetto emergente di innumerevoli micro-interazioni all’interno di una vasta rete socio-materiale, in cui la politica tradizionale perde la propria capacità di decisione.
Su questa altezza, i capitoli affrontano diversi temi: la società, il ritorno del mito e del pensiero magico, le trasformazioni della politica, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, mostrando come la formula di Clausewitz si riveli insufficiente non solo nella direzione, ma anche nelle premesse; nella premessa di un popolo come condizione di possibilità dell’azione politica, e dello Stato come garante degli scopi della guerra.
Qualche domanda aperta
L’Actor-Network Theory di certo permette di mappare per associazione, nel principio di simmetria generalizzata, qualsiasi piattaforma, le reti logistiche, i satelliti, i contractor, ma rinunciando alla gerarchia, alla distinzione tra livelli di efficacia, ovvero a spiegare cosa rende alcune reti capaci di imporre le condizioni di esistenza delle altre, o di organizzare le stesse possibilità di connessione. Resta cioè aperta la domanda sul capitale, e sulla politica, su come cioè la sovranità si eserciti attraverso le infrastrutture capitalistiche.
Particolarmente suggestiva è a questo proposito una delle sezioni finali, dedicata alla figura di Alex Karp, amministratore delegato di Palantir Technologies, la controversa azienda che ai suoi massimi è arrivata a capitalizzare oltre quattrocento miliardi di dollari, che fornisce analisi dati a scopi di sorveglianza. Karp incarnerebbe una nuova tipologia di attore sociale, il tecno-imprenditore stratega che, vendendo allo Stato servizi, infrastrutture algoritmiche attraverso cui mantenere la propria governance globale, contribuirebbe a piegare la natura stessa del potere statale al calcolo di tali infrastrutture algoritmiche.
Vale la pena chiedersi se il tecnocapitalismo politico che il volume individua sia davvero un attante nella rete, o piuttosto la forma che determina quali reti sono possibili: nel primo caso l’ANT è sufficiente; nel secondo richiederebbe una teoria della dominazione strutturale, che una tradizione di pensatori che va da Karl Marx a Pierre Bourdieu ha elaborato con precisione.
La seconda domanda riguarda l’ipotesi di lettura antropologica del conflitto, rispetto cui gli ultimi anni abbondano di esempi difficili da ignorare. Nell’ambito della guerra in Ucraina, si pensi al congelamento di circa trecento miliardi di dollari di riserve valutarie russe all’estero, o ancora le negoziazioni dell’accordo sul grano del luglio 2022 – condotte con la mediazione attiva del Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan, che operava simultaneamente come membro NATO e interlocutore privilegiato di Mosca – che hanno prodotto per quattordici mesi un regime parziale di cooperazione. Esempi rispetto cui una lettura antropologica del conflitto, anziché storica, è più difficile da applicare, e che rappresentano, precisamente nel senso clausewitziano, “attriti” che conducono a pensare alla lezione di Clausewitz più sottilmente.
In Clausewitz, la guerra mostra ciò che la politica può diventare, non ciò che la politica “è”; anche quando descrive l’escalation agli estremi, quando parla della tendenza all’assoluto, Clausewitz mantiene sempre un margine di contingenza che impedisce la chiusura del sistema, cioè di pensare la guerra come verità ultima del politico, ma anzi come sua prova limite.
Attriti, esitazioni, calcoli, rapporti di forza, istituzioni (la famosa “trinità”: popolo, esercito, governo, quali forze eterogenee e in conflitto tra loro) sempre interrompono la realizzazione della guerra nella sua forma pura. Nel momento in cui si assolutizza la guerra (la si “ontologizza”), la si fa matrice di ogni relazione, umana e non-umana, e si delinea appunto un’antropologia politica, forse si perde proprio ciò che in Clausewitz era teoreticamente decisivo, cioè la non-identità tra guerra e politica (la politica è sempre esposta alla guerra, ma non è riducibile ad essa senza dissolversi come concetto). Se tutto è conflitto, il conflitto perde forma. Il rischio, spingendosi agli estremi, è che una teoria che diagnostica l’incapacità strutturale della politica di orientare il conflitto forse finisca per legittimare ciò che intende criticare.