Recensione a: Giuseppe Lupo, Medioccidente. Un’alternativa geografica, politica, culturale, Marsilio, Venezia 2026, pp. 192, euro 22 (scheda libro)
Scritto da Riccardo Tortora
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Esiste un modo di viaggiare che non ha bisogno di valigie, né di una meta già segnata sulla carta: è il viaggio dentro un’idea, quello che Giuseppe Lupo intraprende in Medioccidente. Non certo un itinerario fra luoghi, dunque, ma un’esplorazione condotta per approssimazioni successive, attraverso ritorni e scarti, dentro un territorio che esiste prima come ipotesi che come geografia.
«L’ipotesi di un continente sommerso, un insieme di esperienze dislocate su qualche mappa – immaginaria più che reale – e travestite da ragioni morali».
Così l’autore definisce, sin dalle prime pagine, l’oggetto della propria ricerca. La geografia evocata dal sottotitolo non viene mai restituita nella sua interezza, ma si compone progressivamente attraverso una costellazione di esperienze, figure e località che il lettore è chiamato a riconoscere e ricostruire, come si impara una lingua ascoltandola parlare prima ancora di saperla scrivere. Resterà deluso, dunque, chi aspetta di aprire un atlante. A chi accetta, invece, di rinunciare a una bussola e a un itinerario prestabilito si dischiude una topografia culturale e interiore costruita attraverso i libri, i volti e le città che hanno contribuito a formare l’immaginario di un altro Occidente.
Lontano dall’essere un capriccio erudito, il viaggio nasce da un’insoddisfazione precisa verso un Occidente che sembra aver smarrito la propria identità e che, dopo aver accumulato contraddizioni e fallimenti, appare oggi meno capace di offrire un orizzonte vivibile a chi lo abita. La pandemia ha messo a nudo questa fragilità strutturale, ma il disagio ha radici più lontane e si misura nell’uniformità dei costumi – e dei consumi – capace di estendersi senza soluzione di continuità da Los Angeles a Venezia, così come nel prevalere dell’oblio sulla memoria, della cronaca sull’epica, del minimale sulle grandi narrazioni del secolo scorso. È un Occidente che ha investito una parte crescente delle proprie risorse nella corsa tecnologica, quasi a esorcizzare la propria fine, e che nell’ossessione per l’efficienza e la produttività ha finito per ridurre la persona, l’Io, a una variabile statistica.
A questa diagnosi, tuttavia, Medioccidente non si arresta. Lupo sceglie la via più complessa del rimedio: non il rifiuto della modernità, né il rifugio in un’utopia della fuga. Abbandonarsi a una chimera significherebbe infatti sottrarsi alla necessità di ricostruire. Il movimento proposto dal libro è piuttosto un ritorno alla Storia, considerata non soltanto per come è accaduta, ma anche per come sarebbe potuta accadere. È nel passato, dunque, che occorre scavare: non per raccoglierne i frammenti come esercizio di nostalgia, ma per individuare quel giacimento luminoso ancora capace di alimentare il presente. La memoria diventa così una forma di progettazione: interrogare le possibilità rimaste inespresse e verificare se, all’interno di esse, esista qualcosa che si lasci ancora costruire.
Tra queste possibilità, la prima che il libro porta alla luce è, non a caso, di linguaggio, e si riferisce a una parola mai coniata. Perché esiste, da secoli, un Medio Oriente, e non è mai esistito, fino a oggi, il suo rovescio? Marco Polo, tornando, portava con sé la misura di un viaggio: vicino, medio, estremo, tappe di uno stesso cammino, gradini attraverso cui la distanza poteva essere nominata e, nominandola, attraversata. Cristoforo Colombo, sbarcando nelle Antille, non portò alcuna misura intermedia: soltanto un Occidente che si allargava senza gradazioni, inghiottendo ogni distanza in un’unica direzione. Da quel varco mancato è passata, per cinque secoli, anche l’assenza di un nome. Medioccidente nasce per colmare questo vuoto lessicale, e lo fa nell’unico modo in cui un’assenza di tale natura può essere colmata: inventando, o meglio ricomponendo; rendendo visibile una possibilità che già esisteva, ma che nessuno aveva ancora scelto di guardare da quella prospettiva.
Un equivoco, però, va risolto subito, perché la lingua italiana tende proprio qui un piccolo tranello: le stesse due parole, scritte separate invece che unite, esistono già, e dicono l’esatto contrario. Medio Occidente – con lo spazio – è l’espressione con cui l’antropologa Fortunata Piselli descriveva l’entroterra di Coimbra, ancora rurale alla viglia della Rivoluzione dei Garofani: un’Europa periferica e povera, incuneata nel benessere senza riuscire davvero a prendervi parte. La stessa formula era stata intuita, per altra via, da Francesco Messina che nel 1983 chiamò Medio Occidente un disco prodotto da Franco Battiato, costruito su atmosfere mediterranee percorse da freddi soffi nordeuropei. In entrambi i casi un margine che resta margine, una terra sospesa ai bordi di un centro, abbastanza vicina da riconoscerlo, ma non abbastanza da potervi appartenere. È precisamente questa condizione che Medioccidente intende rovesciare. Fondere medio e occidente significa infatti sottrarre il primo termine alla sua funzione di semplice indicazione periferica e trasformarlo in un punto di incontro: non più una zona alla periferia dell’Occidente, ma un luogo in cui direzioni diverse possono incontrarsi e da cui può prendere forma un nuovo centro, non geografico, ma ideale: uno spazio di passaggio e di contaminazione che Lupo propone come possibile crocevia di un progetto umano per gli anni a venire. Il Medioccidente comincia allora a precisarsi come una possibilità interna all’Occidente stesso, dove ciò che la modernità ha progressivamente separato – individuo e comunità, memoria e progetto, centro e margine – può tornare a incontrarsi.
Di questo crocevia il sottotitolo del volume registra tre coordinate – geografica, politica, culturale – che non restano ferme al proprio posto. Se il Medioccidente, come si è visto, non è un territorio continuo ma disperso, la sua unica forma possibile non può che essere quella dell’enclave: non regione, ma cellula; non massa compatta, ma eccezione che resiste dentro la regola. È la stessa figura con cui Dante recinge, nel Limbo, il castello di chi si è fatto un nome sulla Terra; la stessa con cui Italo Calvino chiude Le città invisibili, invitando a cercare, in mezzo all’inferno sulla terra, ciò che inferno non è, e a dargli spazio perché duri. Un mosaico di piccole patrie, dunque, la cui tessera più vicina si trova, sorprendentemente, nell’abside della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, dove un gusto bizantino si è insediato nel cuore identitario di una città efficiente, produttiva, soglia verso l’Europa calvinista e settentrionale. «Un Oriente non finito, un Occidente non ancora cominciato». Innesto che pare inspiegabile, finché non si ricorda chi vi si incontra: un tedesco, Ambrogio, e un nordafricano, Agostino, dentro una città il cui stesso nome – Mediolanum, il mezzo della pianura – custodisce da sempre, senza saperlo, la parola che il libro va cercando.
Un’altra soglia, di segno diverso, si apre a Urbino, dove per anni Carlo Bo governò l’università con l’autorità quieta di un signore rinascimentale più che di un rettore. Fu lui a chiamare Giancarlo De Carlo e ad affidargli il disegno dei nuovi collegi universitari, con una condizione precisa: che restassero, per quanto possibile, invisibili – non moli erette a dominare il paesaggio, ma volumi razionali, quasi cuboidali, capaci di conservare un principio di appartenenza alla natura circostante. Nella città di Piero della Francesca e di Federico da Montefeltro, l’architettura del Novecento sceglieva così di non competere con la storia, ma di continuarla in sordina. Anche qui il Medioccidente emerge nell’incontro, più che nell’alternativa: il moderno non cancella ciò che lo precede, ma vi si innesta, accettando di trasformarlo senza reciderne la continuità.
Altrove il mosaico prende la forma del ponte: quello di Mostar, in Bosnia, e quello sulla Drina raccontato da Ivo Andrić, dove una linea può farsi divieto o soglia, prigione oppure occasione di attraversamento. È la stessa ambiguità che percorre l’Adriatico – «un avamposto dell’Est a Occidente, ma anche un avamposto dell’Ovest a Oriente», secondo la formula di Robert Kaplan – e che Claudio Magris ha misurato lungo il Danubio, inventando l’idea stessa di Mitteleuropa; mentre Raffaele Nigro, nel suo Diario mediterraneo, ha raccontato un Sud dove il pensiero nasce, e dove si guarisce dai mali e dalle delusioni, invece di limitarsi a interrogarsi su di essi.
Più a Est, infine, il crocevia si fa spartiacque prima ancora politico che geografico: Praga e Budapest, città sospese – per riprendere la lezione di Milan Kundera – tra un Occidente che le ha accolte solo come contrappeso al sovietismo e un’identità di piccole nazioni che ha sempre rifiutato quel dualismo, portando ancora addosso la memoria comune del 1956 ungherese, del 1968 cecoslovacco, del 1980 polacco. Sotto la Praga delle gite scolastiche e delle rotte turistiche ne pulsa un’altra, più interiore, più simile ad Atlantide: un continente che si intuisce più che vedersi, indefinibile ma non per questo irraggiungibile.
Ma è nell’Appennino, e in particolare nella Basilicata da cui Lupo stesso proviene, che il mosaico trova il suo laboratorio più denso. Vi domina, gigantesco, il Cristo di Maratea, che a differenza del suo omologo di Rio de Janeiro volge le spalle al mare e spalanca le braccia sulla terraferma, a benedire non i naviganti ma l’entroterra povero e appartato, di una terra «indifesa rispetto ai contraccolpi della Storia». Ed è qui che l’eco di Carlo Levi si fa sentire più netta. Da questo paesaggio lo sguardo risale però l’intera dorsale appenninica: incontra San Giovanni in Fiore e la profezia di Gioacchino da Fiore, l’eresia mite di Celestino V, riletta da Ignazio Silone come rinuncia al potere più che come sconfitta, la comunità di Giuseppe Dossetti a Marzabotto. Figure diverse per epoca e per fede, accomunate dalla stessa scelta di restare ai margini per continuare, da lì, a immaginare un centro.
Il geografico scivola quasi subito nel politico, e la mappa si fa presa di posizione. A quel mondo, che Geminello Alvi aveva già battezzato, nel 1993, Estremo Occidente, Lupo non risponde con il miraggio di un lontano Oriente consolatorio, ma torna a guardare dietro di sé e sotto i suoi piedi, nello stesso suolo occidentale, in cerca di una crepa rimasta aperta, di rovine a cui aggrapparsi. Una crepa che non coincide con l’odierna Europa dei trattati e delle banche, quanto piuttosto con quell’Europa che non si è mai avverata, delle biblioteche e delle cattedrali: l’Europa perdente del Manifesto di Ventotene, quella che sognava di saldarsi intorno a un’antica sostanza di paternità verbale e culturale condivisa, e non rappresentata a mezza voce dalla moneta unica, simbolo di un’Unione incerta della propria forza e del proprio prestigio.
Rispetto a questa genealogia, la letteratura del tramonto resta sullo sfondo come termine di paragone, non come modello: da Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, che già nel 1922 ne registrava i sintomi morali più che economici, fino a La deriva dell’Occidente di Franco Cardini e a La sconfitta dell’Occidente di Emmanuel Todd, pur nella distanza che li separa, la diagnosi converge nell’immagine di un Occidente giunto alla propria crisi, ma manca la proposta di un’alternativa credibile. Se ne smarca, per eccesso opposto, anche l’elogio controcorrente che Federico Rampini ha dedicato in Grazie Occidente (2024): rivendicarne la superiorità relativa, sembra suggerire Medioccidente, non equivale a essere nel giusto.
A fornire il lessico di questa possibilità interviene un manipolo di maestri spesso più evocati che discussi sistematicamente. Come Fernand Braudel e Predrag Matvejević, che riconoscevano nel Mediterraneo la culla di un’Europa nata mediterranea prima che nordica. Una culla su cui si innesta la lezione che Franco Cassano teorizzò nel 1996 in Il pensiero meridiano, riscrivendo la Questione meridionale spostandola dall’asse verticale Nord-Sud a un reticolo orizzontale di meridiani, capace di accomunare tutti i popoli mediterranei intorno alla lentezza come disciplina e come resistenza alla velocità del progresso. Da questo libro, più che l’elogio della lentezza, Lupo trattiene soprattutto una distinzione laterale, quella tra Ovest ed Est lungo le rotte del sole: procedendo verso Occidente si passerebbe da una dimensione comunitaria a una individuale, e se l’Occidente si manifesta sempre più come luogo dell’Io, il Medioccidente rivendica il principio del Noi. Di entrambi i fili è erede il neologismo che Vito Teti ha coniato più di recente, “restanza”: non fuga, non nostalgia immobile, ma scelta di restare, zona di attrito e punto di resistenza interno all’Occidente stesso. È a questo punto che la geografia del Medioccidente rivela la propria natura più profonda: dietro la domanda su dove possa esistere si affaccia quella, decisiva, su quale idea di umanità possa abitarlo.
Il Noi, la “restanza”, i miti fondativi lo raccontano da sempre con un linguaggio più antico di ogni teoria. Non sorprende che il più celebre di questi rimanga quello di Ulisse, ma la sua cittadinanza si gioca oltre l’ultimo verso dell’Odissea, in un silenzio che Omero non racconta. C’è l’Ulisse che la tradizione consegna all’Occidente: l’eroe della conoscenza e della curiosità, l’uomo felice che ritrova la propria isola e vi si dissolve, come un fiume che ha finalmente raggiunto il mare. E c’è la sua ombra apocrifa, quella che Milan Kundera rilegge ne L’Ignoranza: un Ulisse che rientra nella sua reggia – dopo aver rifiutato l’immortalità immobile offertagli da Calipso in cambio dell’oblio di sé – e non trova che il silenzio delle proprie stanze, perché nessuno gli chiede che ne sia stato di lui in tutti quegli anni. In quel silenzio perde la propria condizione di narratore, come il nostos gli aveva già sottratto quella di viaggiatore: due volte spogliato, non gli resta che abitare una patria straniera o tornare al mare, insoddisfatto.
È in questa insoddisfazione ritrovata in casa che si misura la sua cittadinanza medioccidentale: non nel viaggio che allontana da Itaca, ma nell’esilio interiore che lo consuma dopo il ritorno. L’Ulisse omerico resta primo cittadino occidentale; il suo doppio kunderiano, insoddisfatto e ancora in cerca, è il primo a rivendicare l’altra cittadinanza.
Diversa, e per certi versi opposta, è l’eredità che si raccoglie attorno a Enea: se Ulisse conquista quella cittadinanza per sottrazione, quella di Enea è insita al suo personaggio, perché il peso che porta sulle spalle non è soltanto quello del padre Anchise, ma la responsabilità di un intero popolo in fuga: pio e giusto, lo definirà Dante, proprio perché piega i propri desideri ai bisogni di chi lo segue. È il simbolo di un’Europa mediterranea e meridiana per cui la salvezza, dogma imprescindibile della comunità, non può darsi che come fatto collettivo. La stessa pietas riaffiora, quasi per eco, nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, quando, sotto la maledizione di Medea, gli Argonauti, per fare ritorno, sollevano la nave sulle spalle e la portano a forza di braccia fino al mare: un atto espiatorio che ripete, in altra forma, il gesto di Enea, e che ribadisce come la salvezza, se deve darsi, debba darsi per tutti o per nessuno.
Un principio non dissimile attraversa, nelle notti stellate dell’Asia Minore, la ritirata dei diecimila mercenari greci dell’Anabasi di Senofonte, dispersi dopo la morte di Ciro in un rientro che ha più il passo del sogno che quello della vittoria: a tenerli uniti nella terra sconosciuta non è la gerarchia del comando, ma la certezza silenziosa che nessuno si salva da solo – l’esatto rovescio di quell’individualismo che l’Occidente eleggerà, secoli più tardi, a propria legge implicita.
Enea, gli Argonauti, i diecimila di Senofonte custodiscono dunque un’altra possibilità, sepolta sotto il mito più fortunato di Ulisse ma non per questo meno praticabile: quella di un Occidente capace di riconoscersi non nell’Io che parte, ma nel Noi che, per tornare, si porta addosso il peso di tutti.
Persona, comunità, responsabilità, solidarietà, epica, sacralità, memoria, dialogo, contaminazione, terzavia: sono le “dieci parole per disegnare il Medioccidente” con cui si conclude il libro. Nessuna, presa da sola, indicherebbe la strada. È nel modo in cui si toccano, illuminandosi a vicenda, che riaffiora il profilo sfuggente della dimensione medioccidentale. Il viaggio dentro un’idea, cominciato senza valigie né un cerchietto segnato sulla carta, si chiude qui su una costellazione di parole più che in un porto: la rotta, semmai, resta da tracciare a chi vorrà.