Scritto da Daniele Valli
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Probabilmente fra il 1140 e il 1142 d.C., Pietro Abelardo compone il celebre Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano. Oltre ad essere un importante riferimento per gli studi teologici ed etici dell’autore, esso rappresenta un deciso e audace programma di conciliazione religiosa. Al suo interno è inscenata una discussione, di cui lo stesso Abelardo è chiamato ad essere giudice, fra i tre personaggi nominati nel titolo, provenienti da tre sentieri diversi. Essi divengono la rappresentazione di tre approcci culturali distinti, che tentano di trovare una sintesi armonica nelle distanze spirituali che li caratterizzano. La stessa struttura dell’opera è portatrice di un messaggio che trascende il gusto letterario e che mira direttamente ad un significato etico: Abelardo ci suggerisce che il luogo più opportuno ad ospitare i rapporti interculturali deve essere il dialogo. Con esso, infatti, si depositano gli scudi dell’incomprensione e si dischiude il terreno più fertile per un autentico e sano superamento delle ostilità. Lungo tutto l’arco del confronto, infatti, non v’è mai indisponibilità di principio fra gli interlocutori: tutti e tre dimostrano una reale disposizione d’animo verso le ragioni altrui, nel più sincero spirito di ricerca di verità. Questo rappresenta, dunque, già un primo elemento di interesse: il dialogo e il confronto come principi fondamentali per ogni rapporto fra diversità. È evidente come questo approccio con le relazioni interculturali fosse del tutto estraneo all’epoca in cui Abelardo visse. Del resto, non è affatto maggioritario nemmeno nel dibattito contemporaneo.
Proprio in questo solco si inseriscono tutte le riflessioni contenute nella conversazione tra i protagonisti dell’opera. Uno dei principali problemi su cui si concentrano, infatti, è il ruolo dell’educazione giovanile nella personale accettazione della verità rivelata. Il filosofo sostiene che il credo non sia affatto determinato dalla ragione critica e matura della persona, ma provenga invece esclusivamente dagli insegnamenti religiosi ricevuti in infanzia. Al contrario, l’ebreo ritiene che certamente la catechesi infantile rivesta un ruolo primario nei primi anni di vita di fede, ma che in maturità ad essa subentri la consapevolezza piena della rivelazione, unica vera forza della fede. Il nodo, dunque, è: un credente è tale per consuetudine o per convinzione? In questo dibattito, che può apparentemente mostrarsi semplicemente come disputa tra visioni antropologiche distinte, si gioca un tema che è di capitale rilevanza per la questione dei rapporti interculturali. Il punto chiave, che emerge dalle parole di entrambi i personaggi, è la centralità della comprensione razionale delle verità di fede: per entrambi, infatti, non si deve affatto escludere l’esercizio della ragione dalla dimensione sacra. Da questa premessa, in questo modo, si possono identificare due forme di vita religiosa: la prima che vede il fedele accettare passivamente la parola di Dio, senza autentica cognizione del suo contenuto, la seconda che al contrario vede il fedele interrogarsi sul significato del Verbo, in una ricerca attiva del senso della rivelazione. Si chiarisce quanto questo punto sia fondamentale mostrando la tesi implicita al pensiero di Abelardo, ovvero il fatto che il rapporto con il diverso si determina già a partire dalla dimensione privata.
A seconda di come viene vissuta la propria esperienza religiosa si sarà propensi ad un atteggiamento piuttosto che ad un altro nei confronti di chi appartiene ad un differente universo culturale. All’accettazione supina e cieca dell’insegnamento dottrinale non può che corrispondere una incapacità strutturale di relazione e di tolleranza: non si immagazzinano, infatti, gli strumenti critici per instaurare un dialogo autentico, ma soltanto formule vuote di senso. Al contrario, nell’attiva comprensione razionale della fede risiede la capacità del dubbio, della ricerca, della autocritica, della ragione: con questa forma di vita spirituale si include nel proprio approccio la capacità del ragionamento, e dunque del confronto. Abelardo, in altre parole, ci suggerisce che la forma virtuosa di rapporto con la diversità è quella che fa del logos, della ragione, del pensiero critico, la propria premessa.
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