Recensione a: Christian Greco, Alla ricerca di Tutankhamun, Franco Cosimo Panini, Modena 2023, pp. 256, 24 euro (scheda libro)
Scritto da Federica Bessi
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Novembre 1922. In Italia si è appena compiuta la marcia su Roma con la consequenziale ascesa del fascismo. La Turchia, dopo secoli di sottomissione, ha ottenuto l’abolizione del sultanato ottomano, avviandosi verso la proclamazione della repubblica. In Egitto, il ritrovamento della tomba del faraone Tutankhamun avrebbe segnato un momento cruciale per l’archeologia e non solo. Il suo impatto, profondo soprattutto nel campo degli studi egittologici, ha coinvolto nel tempo anche l’immaginario collettivo, la cultura di massa, le tecnologie applicate alla ricerca e il modo in cui oggi percepiamo e valorizziamo il patrimonio culturale dell’umanità.
«C’è un prima della scoperta e un dopo» afferma, infatti, il Direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco nella premessa di Alla ricerca di Tutankhamun, saggio divulgativo del 2023 con il quale l’autore si inserisce nell’ondata dell’inevitabile “Tutmania” che ha stravolto il mondo sin dal rinvenimento della sepoltura del faraone nello scorso secolo. Nel giro di qualche giorno, la notizia di questa scoperta aveva fatto il giro del globo ed era sulla bocca di tutti: non vi era anima viva che non desiderasse visitare la Valle dei Re e saperne di più sull’affascinante mondo egizio. Sono passati oltre cento anni dal fatidico evento, eppure l’interesse degli studiosi su tale argomento non si è mai affievolito. Anzi, è rimasto vivo e costante, grazie anche all’evoluzione delle tecnologie di analisi che hanno permesso di approfondire lo studio della tomba, aprendo continuamente nuove prospettive e alimentando ancora di più la ricerca.
Alla ricerca di Tutankhamon è, in questo senso, un “manuale” che ripercorre le tappe principali che hanno condotto alla scoperta della sepoltura da parte del britannico Howard Carter, e si prefissa di accorpare in un unico testo le differenti conclusioni raggiunte non solo attorno al faraone bambino ma in generale sull’antica società egiziana. Greco attribuisce alla tomba regale il ruolo di un vero e proprio passe-partout capace di collegare idealmente due dimensioni temporali separate da oltre 3000 anni: il remoto passato di Tutankhamun e il Novecento, quando il riposo del faraone venne interrotto.
La prima parte dell’opera è dedicata all’epoca in cui il faraone è nato, cresciuto, ha governato e infine è deceduto. La narrazione attorno al regno di Tutankhamun dimostra come esso continui a essere avvolto da una fitta caligine che disorienta gli archeologi, spinti a formulare ipotesi senza mai approdare a certezze definitive. Le difficoltà nel conoscere le vicende di questa figura storica si manifestano ancor prima della sua proclamazione al trono. Le fonti, seppur poche e ambigue, rivelano però come l’ascesa di Tutankhamun sia stata preceduta dai brevissimi regni di due faraoni – Ankhkheperure Smenkhkare e Ankh(t)kheperure Neferneferuaten – in merito a cui Greco riporta le numerose speculazioni degli specialisti, che segnalano la difficoltà nel ricostruire l’identità di questi individui e il rapporto tra loro esistente.
Tutankhamun deve essere poi rimasto l’unico erede maschio da nominare faraone: la tenera età che egli presentava, tuttavia, gli impedì una gestione diretta del vasto e complesso impero a cui venne messo a capo, spingendo così figure influenti di corte – come il visir Ay o il generale Horemheb – a orientare le decisioni politiche e religiose del giovane sovrano. A ciò va a sommarsi il contesto particolarmente turbolento in cui egli si ritrovò a governare. L’Egitto stava cercando di riprendersi dalle profonde trasformazioni attuate dal predecessore Akhenaton, il quale aveva tentato di rivoluzionare la religione egizia introducendo il culto monoteista di Aton. Durante il breve regno di Tutankhamun – della durata di circa nove anni – si avviò un complesso processo di restaurazione del politeismo tradizionale, anche se, ancora una volta, le fonti storiche che testimoniano questo ritorno all’ordine antico appaiono scarse e frammentarie.
La stessa morte del faraone è avvolta dal mistero: sebbene ne sia stata rinvenuta la mummia, la causa che condusse alla sua scomparsa rimane di incerta natura. Supportato da più dubbi che certezze, Greco riesce comunque a condurre il lettore all’interno di una panoramica sistematica e aggiornata sulla vita di Tutankhamun, la cui morte diventa il canale tramite cui aprire una sezione dedicata al culto del defunto all’interno della società egizia. Le parole dello storico greco Diodoro Siculo (I secolo a.C.) rivolte alle credenze egizie sulla morte e riportate nel testo (p. 88) confermano l’importanza che questa società rivolgeva al culto funebre, alla tomba e ai rituali a essa annessi. Le sepolture dei morti erano definite «case dell’eternità» poiché spazi in cui il defunto non avrebbe interrotto la propria esistenza, bensì vissuto per l’eternità; la dimora in cui l’anima avrebbe continuato a esistere oltre la morte.
Ed è proprio una di queste «case», rimasta celata per secoli nel cuore della Valle dei Re, che segna il punto di svolta nel racconto: la scoperta della tomba di Tutankhamun. Prima di entrare nel vivo della questione, l’autore introduce la figura che avrebbe condotto in prima persona l’indagine, il già citato Howard Carter. Egli non era uno scienziato accademico nel senso tradizionale, ma un autodidatta appassionato e metodico. La sua carriera ebbe inizio come disegnatore e illustratore, incaricato di riprodurre fedelmente i reperti egizi, e solo successivamente si guadagnò il rispetto della comunità archeologica grazie alla sua instancabile dedizione al lavoro sul campo.
La collaborazione con Lord Carnarvon, il nobile inglese che finanziò gli scavi, fu decisiva per portare avanti le ricerche nella Valle dei Re. Curiosità e testardaggine condussero lo studioso a realizzare il sogno di riportare alla luce la tomba di un faraone, senza sapere che tale rinvenimento lo avrebbe reso l’archeologo per antonomasia e che il suo nome, alla pari di quello di Tutankhamun, sarebbe riecheggiato nel tempo. Greco dimostra qui la sua capacità nell’unire la suspense da racconto avventuroso al rigore archeologico nella descrizione dello scavo e delle metodologie adottate dall’equipe del tempo. La discesa attraverso gli scalini del complesso funebre, l’emozione di Carter nell’aprire la porta della camera sepolcrale, la visione delle «cose meravigliose» in essa contenute, la meticolosità da lui impiegata per conservare gli oggetti rinvenuti: ogni momento è descritto nei minimi dettagli, le parole restituiscono un’immagine vivida del momento e il supporto fotografico presente si intreccia a esse armoniosamente, completando il racconto e donando forma visibile a ciò che già è percepibile tra le righe. Tramite la descrizione dell’autore, il lettore non solo rivive in prima persona l’incontro tra l’archeologo Carter e il defunto Tutankhamun, ma è come se venisse catapultato indietro di un secolo nella Valle dei Re e assistesse ai lavori della squadra che, con emozione e rigore, riportò alla luce uno dei più grandi tesori dell’archeologia mondiale.
Partendo dalla storica scoperta di Carter, l’autore non si limita a ricostruire il passato di Tutankhamun, ma si proietta nel presente, seguendo l’evoluzione delle ricerche fino ai giorni nostri e tracciando un quadro completo delle conoscenze acquisite nel tempo grazie ai continui progressi dell’archeologia. In particolare, l’attenzione ricade sugli oggetti più emblematici custoditi nella tomba del faraone, di cui viene riportata una minuziosa descrizione e segnalato il valore indispensabile nel campo della ricerca. Lo studio della cultura materiale è infatti necessario, perché gli oggetti tratti dall’antichità rappresentano le ultime testimonianze dirette di civiltà non più esistenti, che grazie a essi possono essere nuovamente conosciute, vivendo una seconda volta all’interno della memoria umana. E la scoperta della tomba di Tutankhamun è rivoluzionaria per la quantità di materiale in essa presente che, sottoposta a un’indagine scientifica ancora oggi attiva, ha potuto restituirci tradizioni e consuetudini della società egizia grazie al proprio potere evocativo. La portata scientifica del ritrovamento è senza precedenti: mai prima di allora era stata rinvenuta una tomba faraonica quasi intatta, contenente più di 5.000 oggetti perfettamente conservati. Un’enorme quantità di informazioni sulla vita quotidiana, sulle credenze religiose, sulle pratiche funebri e sull’organizzazione politica e sociale dell’Egitto del Nuovo Regno. I reperti, per la loro varietà e il loro stato di conservazione, hanno permesso di ricostruire numerosi aspetti della vita quotidiana e di comprendere meglio la complessa simbologia legata al culto dei defunti e all’aldilà. Che per i vivi fosse determinante assicurarsi la tanto desiderata vita eterna attraverso la costruzione di una tomba che contenesse tutto ciò che fosse necessario al raggiungimento dell’aldilà, abbiamo visto come fosse già cosa nota. Prima del ritrovamento della tomba di questo faraone, tuttavia, la conoscenza era per lo più teorica e il culto del defunto rimaneva avvolto dal mistero, poiché non era ancora stata rinvenuta una sepoltura ben conservata.
Negli anni più recenti la tomba ha continuato ad essere oggetto di studio grazie anche all’adozione di nuove tecnologie. Strumenti di imaging avanzato, analisi genetiche, tomografie computerizzate e metodi digitali di ricostruzione tridimensionale hanno permesso di analizzare la mummia del giovane faraone, di studiare la composizione degli oggetti sepolcrali e di approfondire lo stato conservativo delle decorazioni parietali della camera funeraria. Queste tecnologie, che negli anni Venti del Novecento erano ancora lontane dall’essere concepite, hanno prolungato la “vita scientifica” della scoperta, aprendo prospettive nuove anche sulla salute, la genealogia e le cause della morte di Tutankhamun. Ad esempio, l’analisi del DNA ha permesso di delineare con maggiore precisione il suo albero genealogico, confermando i legami con Akhenaton e, forse, con Nefertiti. Allo stesso tempo, l’indagine sulla mummia ha fatto emergere numerose ipotesi su malattie ereditarie e condizioni mediche che potrebbero aver compromesso la sua salute e portato a una morte precoce.
L’autore si sofferma anche sul ruolo che il ritrovamento della tomba ha avuto per l’Egitto contemporaneo in ambito culturale, contribuendo alla costruzione dell’identità nazionale e al rilancio del turismo. Il governo egiziano ha infatti investito in modo significativo nella conservazione dei reperti e nella realizzazione del nuovo Grand Egyptian Museum, situato nei pressi delle piramidi di Giza, che si propone di ospitare in modo permanente i tesori di Tutankhamun. Il faraone è così divenuto non solo simbolo di un passato glorioso, ma anche strumento per rafforzare il dialogo tra cultura, economia e sviluppo sociale. La sua maschera funeraria è divenuta un simbolo universale dell’antico Egitto, tanto da comparire nei musei, nei libri scolastici, nei documentari, nei videogiochi e persino nei prodotti commerciali. Il faraone bambino è diventato, paradossalmente, uno dei sovrani più famosi dell’antichità, pur avendo regnato solo nove anni in un’epoca di transizione politica e religiosa.
L’opera si conclude con una riflessione rivolta al lavoro degli archeologi, dove emerge quanto la loro attività contribuisca a mantenere viva la nostra conoscenza sul passato, sottolineando come il caso della scoperta della tomba di Tutankhamon non sia solo un evento archeologico di eccezionale valore storico. Esso, infatti, è un fenomeno culturale ancora vivo, in grado di suscitare stupore, di generare conoscenza e di stimolare riflessioni sul nostro rapporto con il passato. Un secolo dopo il ritrovamento, l’eredità di quel momento continua a influenzare il modo in cui guardiamo al mondo antico, e forse anche il modo in cui immaginiamo l’eternità.
In queste pagine Christian Greco dimostra come la chiarezza, unita alla competenza, sia la strategia più efficace per affrontare tematiche complesse e ampiamente dibattute, come quella legata alla figura di Tutankhamun e al valore della sua scoperta. L’autore riesce nell’impresa – tutt’altro che scontata – di trattare argomenti densi di implicazioni storiche, scientifiche e culturali senza mai cedere a tecnicismi superflui né all’appiattimento dei contenuti. L’equilibrio tra rigore scientifico e divulgazione accessibile rappresenta uno dei maggiori punti di forza del volume: il linguaggio adotta un registro chiaro e puntuale, capace di coniugare precisione terminologica e capacità espressiva, restituendo al lettore un testo scorrevole e coinvolgente.
Greco costruisce così una narrazione solida e stratificata, che accompagna il lettore in un viaggio nel tempo articolato, senza mai smarrire il senso della continuità tra passato e presente. La scoperta della tomba di Tutankhamun non è raccontata come un episodio isolato, ma come un nodo centrale da cui si diramano riflessioni più ampie sul significato dell’archeologia, sul ruolo della memoria storica e sull’evoluzione degli strumenti con cui indaghiamo il passato. In questo senso, il libro si rivolge a un pubblico eterogeneo: da un lato, offre spunti di riflessione e approfondimento a studiosi e appassionati di egittologia, dall’altro rappresenta una porta d’ingresso accessibile anche per chi si accosta per la prima volta alla civiltà egizia. In questo senso, Alla ricerca di Tutankhamun si configura sia come saggio egittologico, che come esempio riuscito di letteratura scientifica al servizio della memoria collettiva. Un libro che informa, coinvolge e invita a riflettere, contribuendo ad avvicinare il sapere archeologico a una conoscenza condivisa e viva.
«Possa il mio Ba vivere, il mio Akh essere divino, possa il mio nome essere eccellente nella bocca delle persone». Questo estratto della preghiera incisa all’interno della tomba tebana di Mencheper è solo uno dei tanti esempi che chiarisce ciò che più premeva a un egizio defunto: raggiungere l’aldilà ed essere commemorato nel mondo dei vivi per l’eternità. Alla ricerca di Tutankhamon diventa così, in chiave moderna, la «casa dell’eternità» di questo faraone: le notizie racchiuse in queste pagine, fissate tra le pieghe della carta, potranno restare custodite nell’eternità del racconto.