Scritto da Federica Greco
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Rita Levi-Montalcini e la Giornata della Salute della Donna: come invecchia un’eredità immortale
Il 22 aprile non corrisponde a una data qualunque nel calendario civile e scientifico italiano. Il 22 aprile del 1909 nasceva a Torino Rita Levi-Montalcini, la scienziata che avrebbe cambiato per sempre la nostra comprensione del sistema nervoso. Nata nel 1909 e scomparsa nel 2012, Rita Levi-Montalcini è stata l’incarnazione vivente di una frase da lei stessa pronunciata: “Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente”, mantenendo una lucidità e una passione per il lavoro che hanno sfidato le leggi della biologia, fino ai suoi 103 anni.
La nascita del metodo Levi-Montalcini
Le leggi razziali del 1938 avrebbero potuto cancellare la carriera di una delle più grandi scienziate mai vissute, ma non ci riuscirono. Cacciata dall’università, Rita Levi-Montalcini allestì un laboratorio clandestino rudimentale nella sua camera da letto, destinato a diventare simbolo globale di resistenza intellettuale. Con strumenti di fortuna, si dedicò allo studio di embrioni di pollo, ponendo le basi per la scoperta del Nerve Growth Factor (NGF), una proteina segnale coinvolta nello sviluppo del sistema nervoso dei vertebrati. Insieme a Giuseppe Levi, applicò la tecnica dell’impregnazione argentica di Cajal sugli embrioni, per studiare gli effetti dell’asportazione dei primordi di arti.
Prima di questo studio, prevaleva la teoria “istogenetica”, proposta dal neuroembriologo Viktor Hamburger. Hamburger fu allievo di Hans Spemann (premio Nobel nel 1935 per la scoperta dell’organizzazione embrionale) e, dopo essere stato licenziato dall’Università di Friburgo, anche lui vittima delle leggi razziali naziste del 1933, si trasferì negli Stati Uniti d’America, trasmettendo la rigorosa metodologia dell’embriologia sperimentale tedesca. Basandosi sull’osservazione di pulcini privi di un arto, Hamburger notò che i gangli sensoriali e i nuclei motori del midollo spinale risultavano drasticamente ridotti. Dunque, ipotizzò che il tessuto bersaglio periferico inviasse un segnale che facesse da induttore per promuovere la proliferazione dei neuroni. Questa analisi del fenomeno venne riconosciuta come teoria istogenetica che postulava un controllo diretto della periferia sulla differenziazione neuronale iniziale.
I dati di Rita Levi-Montalcini, al contrario, dimostrarono che il processo di neurogenesi (ovvero di proliferazione neuronale) primaria e di differenziazione iniziale si verificavano in maniera del tutto indipendente dalla periferia dell’embrione. Sembrava che, una volta asportato il primordio di arto (e quindi una volta reso assente il target periferico), non fosse la proliferazione a subire un’alterazione, bensì la sopravvivenza cellulare: i neuroni si sviluppavano regolarmente ma andavano incontro, in una fase successiva, a morte cellulare programmata (più tardi nota come apoptosi) in maniera massiva.
Nel 1946, dopo aver letto l’articolo pubblicato da Rita Levi-Montalcini e Giuseppe Levi del 1942, in cui si sosteneva che la periferia controllasse la sopravvivenza cellulare e non la proliferazione, in pieno spirito di collaborazione scientifica, Hamburger invitò la scienziata italiana a St. Louis. Questa sinergia scientifica portò a un riesame sistematico di tutti gli esperimenti, valutando l’effetto dei trapianti e delle resezioni degli arti e arrivando a formalizzare il concetto di morte cellulare fisiologica e controllata (apoptosi). I due scienziati dimostrarono che la neurogenesi produce inizialmente un surplus di neuroni, tale per cui la periferia dell’embrione non induce la nascita di nuove cellule nervose ma offre un supporto limitato per la sopravvivenza di quelle già formate. I tessuti bersaglio periferici secernono un fattore chimico solubile e diffusibile che guida l’accrescimento dell’assone (la porzione del neurone deputata alla trasmissione dell’impulso nervoso), secondo un fenomeno di chemio attrazione, e sostiene la sopravvivenza dei neuroni durante lo sviluppo organico.
Pur avendo formulato un’ipotesi rivelatasi errata, Hamburger dimostrò un’inconsueta apertura scientifica per l’epoca, accogliendo e promuovendo la visione alternativa di Levi-Montalcini e fornendole le risorse istituzionali e l’esperienza metodologica necessarie per arrivare alla scoperta e alla purificazione del Nerve Growth Factor (NGF).
Dopo il periodo negli Stati Uniti, nel 1952 Rita Levi-Montalcini si trasferì all’Instituto de Biofìsica di Rio de Janeiro per testare la stessa ipotesi in un contesto sperimentale differente, ovvero in assenza di vasi sanguigni e strutture sistemiche, questa volta in collaborazione con Herta Meyer. Mettendo a contatto gangli embrionali di pollo con frammenti di sarcoma, osservò nell’arco di ventiquattro ore la formazione del cosiddetto “effetto alone” (successivamente noto come sprouting assonale a raggiera intorno al ganglio), confermando in modo inconfutabile l’esistenza di un fattore solubile rilasciato dal tumore. Rientrata negli Stati Uniti e collaborando con Stanley Cohen, Levi-Montalcini riuscì a identificare la natura chimica del fattore, che chiamò NGF. Attraverso la somministrazione in roditori neonati di anticorpi anti-NGF, i due scienziati ottennero la distruzione quasi totale del sistema nervoso simpatico, dimostrando l’essenzialità dell’NGF per il mantenimento fisiologico delle linee neuronali in vivo. La scoperta, premiata con il premio Nobel nel 1986, aprì la strada alla ricerca sulle malattie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson, nonché a successive valutazioni del coinvolgimento del fattore in ambito immunologico nel fenomeno infiammatorio. L’NGF è oggi considerato uno dei pilastri della biologia moderna, riscontrando applicazioni mediche in continua evoluzione, come le recenti terapie che utilizzano questa proteina per trattare patologie oculari complesse.
La giornata del 22 aprile
Per onorare la sua memoria e il suo impegno, il Ministero della Salute ha istituito, in concomitanza della sua data di nascita, la Giornata Nazionale della Salute della Donna. La scelta di legare la salute femminile al nome di Levi-Montalcini (non “della” Levi-Montalcini) ci suggerisce un’idea di salute non come semplice assenza di malattia, quanto piuttosto come equilibrio complesso di ricerca, prevenzione e accesso paritario alle cure. Durante questa giornata, istituzioni, ospedali e associazioni si mobilitano per offrire screening e consulenze e per sensibilizzare su patologie che colpiscono prevalentemente o specificamente l’organismo e l’apparato femminile.
Pur trattandosi di un accostamento potente, la combinazione delle due giornate rischia di far trapelare una latente contraddizione storica, un corto circuito estremamente stimolante per il dibattito socioculturale attuale. Da un lato, Rita Levi-Montalcini rappresenta l’apice del successo scientifico femminile; dall’altro, la sua figura ci apre numerosi interrogativi su quale sia stato il prezzo che le donne della sua generazione hanno dovuto pagare per essere ammesse nei templi del sapere, tradizionalmente riservati agli uomini. Un’analisi che non è solo retorica, ma una vera presa di coscienza.
“Sono io mio marito”: un modello maschile per il successo?
La neuroscienziata torinese non ha mai nascosto la sua scelta di rinunciare alla famiglia e alla maternità in nome della scienza. Celebre è l’affermazione: “Sono io mio marito”, che Rita Levi-Montalcini diede, durante un convegno, ai suoi colleghi che la credevano una semplice accompagnatrice di un presunto marito scienziato. Un modo per rivendicare un’autonomia assoluta che, all’epoca, era concessa solo agli uomini.
Questa attitudine ci pone davanti una necessaria considerazione. La Giornata della Salute della Donna odierna implica la discussione di temi che ancora oggi definiremmo scomodi, che vanno dalla medicina di genere – la branca della medicina clinica che riconosce le differenze biologiche e sociali tra uomini e donne nell’insorgenza e nel trattamento delle malattie –, l’assistenza alla fertilità, la gravidanza, il trattamento e la diagnosi di endometriosi – che solo negli ultimi anni ha iniziato ad essere un tema discusso e che oggi vede una preoccupante diffusione nella clinica femminile – fino alla tutela della salute mentale, la depressione post-partum, tutti aspetti legati alla biologia e alla ciclicità femminile. Associare questa giornata a una donna che, per necessità storica e scelta personale, ha dovuto in qualche modo distanziarsi dalla propria femminilità biologica, è un processo che può rivelarsi in ultima analisi corretto ma che necessita di puntualizzazione e revisione del significato storico della figura e della personalità di Rita Levi-Montalcini, per consentirci di cogliere il valore della sua esperienza di vita e riadattarlo a quelle che auspichiamo saranno le nuove regole sociali del futuro prossimo.
Fu Eric Fromm il primo a identificare questa sottile – ma essenziale – differenza. Secondo il filosofo, l’emancipazione e la lotta per la parità di genere hanno spesso confuso l’uguaglianza dei diritti con l’intercambiabilità, intesa come eliminazione delle differenze. Così come le suffragette manifestavano per i propri diritti indossando vestiti maschili, come a rivendicare il loro diritto di essere uomini, così Rita Levi-Montalcini si definì “mio marito” per avere spazio in un contesto prettamente maschile. La vera uguaglianza risiede nella libertà di sviluppare la propria individualità, senza negazione della femminilità e senza dover scendere a compromessi. Da questa riflessione si parte per cogliere a pieno il senso della Giornata della Salute della Donna.
La salute della donna: il diritto alla complessità
Oggi, la medicina di genere e la salute femminile non riguardano solo la cura delle malattie ma il diritto della donna di abitare il proprio corpo in ogni fase della vita, senza che questo diventi un ostacolo alla propria realizzazione professionale. La sfida di Rita Levi-Montalcini è stata quella di operare in un mondo cieco al genere; la nostra sfida attuale è quella di costruire un mondo che veda il genere e lo supporti, che garantisca, in medicina come in altri campi, il diritto femminile a vivere la propria complessità biologica, senza farla diventare complessità esistenziale. In ambito clinico il corpo maschile, così come la sperimentazione animale su cavie maschi, è stato un approccio sicuramente favorevole in ottica di produzione di risultati di facile interpretazione, ma del tutto scorretto dal punto di vista etico, generando un divario di diagnosi e trattamento che ancora oggi arranchiamo nel correggere.
Condizioni fortemente invalidanti come l’endometriosi, la vulvodinia o disturbi legati alla fase post-partum o alla menopausa sono state per generazioni derubricate dall’attenzione di clinici e ricercatori, comportando un evidente ritardo nella diagnosi e, aspetto forse ancor più grave, nella gestione delle patologie. Ad oggi, parliamo di condizioni cliniche che, qualora diagnosticate, in genere con grande difficoltà, comunque non trovano un trattamento terapeutico adeguato. In questo senso è necessario riappropriarsi di questi spazi sociali con una decisa esaltazione della femminilità, affinché la Giornata della Salute della Donna sia una valorizzazione della complessità, quella a cui Rita Levi-Montalcini ha dovuto, in parte, rinunciare.
Le donne STEM
Partendo dalla medicina di genere, l’accostamento della nascita di Rita Levi-Montalcini con la salute femminile ci suggerisce un’ulteriore riflessione che non riguarda la sfera clinica bensì di considerazione sociale della figura di una scienziata donna. Tale parallelismo mette in evidenza una situazione attuale che, purtroppo, non necessita della puntualizzazione storica sopracitata, e anzi spesso richiede di spolverare la citazione “sono io mio marito”.
Nonostante l’esempio di Rita Levi-Montalcini, il percorso delle donne nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) rimane costellato di sfide. Ancora oggi, i dati ci restituiscono una realtà in cui, sebbene le ragazze ottengano spesso risultati scolastici eccellenti, la loro presenza diminuisce drasticamente ai vertici delle carriere accademiche e industriali. Le donne sono solo il 22% dei professionisti in intelligenza artificiale e data science, il 30% dei ricercatori nel mondo e il 4% dei premi Nobel scientifici. Dunque, sembrerebbe che il mondo non voglia smettere di chiedersi quanto avrebbero potuto produrre le menti femminili di ogni epoca se non fossero state costrette a scegliere tra il camice e la culla. Il problema non è la mancanza di attitudine, ma la persistenza di stereotipi di genere che iniziano fin dall’infanzia. Spesso le ragazze sono inconsciamente scoraggiate dall’intraprendere carriere tecniche o, una volta intraprese, sono disincentivate a occuparne le posizioni più apicali.
In questo, Levi-Montalcini è stata una pioniera non solo per le sue scoperte, ma per il modo in cui ha occupato spazi che le erano stati negati. Per la neuroscienziata, la parità non era una questione di quote, ma di dignità umana e di efficienza scientifica: privare la scienza del contributo femminile significa rinunciare a metà dell’intelligenza umana disponibile.
Conclusione
Onorare la neuroscienziata Rita Levi-Montalcini significa riconoscere il suo sacrificio, ma anche superarlo. Celebrare la Giornata della Salute della Donna in concomitanza con la sua nascita non deve essere un esercizio di memoria istituzionale, ma una ricorrenza con un significato culturale ben preciso; significa fare due promesse al futuro della collettività. Innanzitutto, garantire che la ricerca medica moderna continui a indagare le specifiche peculiarità della biologia femminile con lo stesso rigore e la medesima dedizione con cui Levi-Montalcini studiava i meccanismi di sviluppo neuronale nel suo laboratorio. In secondo luogo, è necessario ribadire l’importanza di un lavoro di formazione culturale che consenta alle donne del XXI secolo di occupare posizioni di potere e di eccellenza scientifica mantenendo e facendo forza proprio sulla loro femminilità, secondo un’integrazione scientifica che è il momento di raggiungere. Si tratta di portare nella scienza un’intelligenza che non rinnega l’empatia, che integra la visione della cura e non considera la maternità o la salute riproduttiva come una debolezza, ma piuttosto come parte di un’esistenza ricca e complessa. Non si tratta più di evitare che una ragazza per fare scienza debba allestire un laboratorio clandestino, ma garantire che, a parità di laboratorio e di risorse, non debba lavorare il doppio per dimostrare il proprio valore e che goda della stessa probabilità di assumerne la direzione. Il vero progresso culturale nelle discipline STEM non potrà essere misurato esclusivamente dal numero di donne che raggiungono grandi risultati accademici, ma dal modo in cui li ottengono.