“Azione politica. Guida pratica per il cambiamento” di Michael Walzer
- 14 Maggio 2021

“Azione politica. Guida pratica per il cambiamento” di Michael Walzer

Riferimenti libro: Michael Walzer, Azione politica. Guida pratica per il cambiamento, Introduzione di Leonardo Morlino e Premessa di Nicola Barone, LUISS University Press, Roma 2021, pp. 151, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Anna Napoletano

7 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 1/2021 “Frontiere”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista. È inoltre disponibile la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.


Azione politica viene scritto dal filosofo Michael Walzer subito dopo l’attacco americano in Cambogia durante la guerra del Vietnam a testimonianza di dieci anni di attivismo politico dello stesso Walzer nell’America segregazionista degli anni Sessanta. Come sottotitolo l’opera riporta Guida pratica per il cambiamento ma, a detta di chi scrive, un titolo forse ancora più consono avrebbe potuto essere Diario di un attivista. Perché è questo che Azione politica è a tutti gli effetti, uno schietto e quasi scomodo racconto di cosa sia e di cosa significhi attivismo politico e del perché esso sia alla base della società democratica, nonostante i limiti e le contraddizioni che lo caratterizzino. Ciò che più sorprende è che pur essendo stato scritto cinquanta anni fa, per molti versi si direbbe opera dei giorni nostri, ciò a dimostrazione che ieri come oggi l’attivismo ha rappresentato e rappresenta un cardine fondamentale dell’agire politico in vista «di una società meno oppressiva, meno ingiusta, più normalmente democratica di quella in cui ci troviamo a vivere oggi» (p. 51). Certo, si potrebbe obbiettare, che la società odierna è certo più progressista e meno oppressa di quella che ha ispirato l’attivismo di Walzer e di tantissimi altri giovani cinquanta anni fa. Eppure proprio recentemente milioni di cittadini statunitensi indignati hanno dato prova di aver ancora bisogno di riversarsi nelle strade e unitamente manifestare dietro al grido di Black lives matter. E come loro spinti da un eguale indignazione ispirata da motivi diversi anche gli attivisti di movimenti come Occupy Wall street, Me too, Fridays for future, Se non ora quando, Indignados e del recente caso italiano del Movimento delle sardine.

Forse non tutti coloro che hanno manifestato per questi movimenti possono ragionevolmente essere etichettati come attivisti impegnati full time, ma tra loro c’è sicuramente chi dell’attivismo ha fatto con pazienza e tenacia un’occupazione prioritaria e costante, ed è di questi soggetti e del loro operato che Walzer si occupa principalmente in questo libro. Prima di diventare attivisti impegnati, ci spiega Walzer, questi individui erano semplici persone senza esperienza pregressa, che «poco consapevoli dei rischi che corrono sul piano personale, poco preparate all’ostilità del conflitto (…) s’impegnano tuttavia in associazioni, campagne movimenti, cercando di contemperare la loro percezione del ‘qualcosa che non va’ ed il loro impulso al cambiamento» (p. 41). In Azione politica Walzer offre un’attenta analisi di ciò che anima questi cittadini ad ‘agire’ uscendo dal loro stato di passività e quindi, per dirlo con le parole di Hannah Arendt, anche dalla loro essenziale anonimità. Con dovizia di particolari, l’autore illustra ciò che spinge gli aspiranti attivisti a, prima di tutto, confrontarsi con altri cittadini attraverso il dialogo, riconoscendo la reciproca presenza, il reciproco pensiero e stessa indignazione verso una problematica comune. È solo attraverso la condivisione collettiva di una stessa delusione che l’attivismo muove i primi passi. Infatti, sottolinea l’autore, non c’è possibilità di ‘azione’ politica nell’isolamento del proprio pensiero. A questo proposito, in termini molto arendtiani, Walzer enfatizza che questa condivisione di necessità ed intenti porta gli individui a porre le basi di uno spazio pubblico il cui bene collettivo diventa prioritario a qualsiasi esigenza personale ed è solo in quest’ottica che uomini e donne diventano ‘politici’, cioè «quando immaginano gli effetti di ciò che fanno tenendo in considerazione gli altri quanto loro stessi» (p. 43). Questo è lo spirito che anima l’essere politico e dunque lo spirito cardine dell’essere attivista.

Fatta chiarezza su questi principi guida dell’agire politico, Walzer invita il lettore ad un viaggio conoscitivo all’interno del mondo dell’attivismo partendo dagli esordi delle prime riunioni organizzate «in uno scantinato di calcestruzzo» (p. 93), passando alle questioni identitarie ed organizzative più complesse. Parallelamente ad ogni argomento l’autore non manca mai di identificarne possibili pericoli e contraddizioni. In questo senso una delle prime questioni affrontate riguarda la distinzione tra ciò che un attivista può e non può fare (capitolo 3) e dunque tra ciò che l’attivismo può concretamente sperare di conquistare e ciò in cui irrimediabilmente fallisce. Per poter distinguere tra questi due poli è cruciale che l’attivista sia cosciente dei limiti del suo operato e del fatto che l’attivismo politico non mira ad una ‘rivoluzione politica e sociale’ radicale del sistema che è propria di frange estremiste dalle quali l’attivismo deve guardarsi, ma piuttosto alla risoluzione di problematiche specifiche che affliggono determinate frange della popolazione. Infatti, l’attivista vuole sì porre rimedio alle ingiustizie della società ma non desidera sovvertire in toto l’ordine delle cose, perché crede che una giustizia sia possibile anche in un sistema così imperfetto. Nella stessa maniera l’attivista deve essere cosciente che il fallimento è un’eventualità possibile ma non ultima. Perseverare è la strada scelta dall’attivismo tenace che avrà allora due possibilità davanti a sé «cambiare le politiche attuate dagli uomini (attraverso la pressione esterna sull’operato dei governi) oppure cambiare gli uomini che attuano le politiche (attraverso la competizione elettorale interna)» (p. 51).

Tra le altre molte questioni legate all’azione politica trattate dall’autore la definizione delle questioni care al movimento (capitolo 4), dell’organizzazione interna (capitolo 9) e della alleanza con altri attori politici (capito lo 7) risultano essere particolarmente interessanti a detta di chi scrive. Walzer spiega come l’attivismo politico nasca e cresca in concomitanza con specifiche esigenze di un gruppo di cittadini prima di tutto a livello locale: «non esiste iniziativa politica seria e duratura che possa essere guidata da esterni alla comunità» (p. 64). Ma qualora il movimento riuscisse a crescere in maniera tale da superare i confini locali, quali linee guida dovrebbe allora seguire un movimento di attivisti per poter portar avanti le proprie istanze? Tale domanda risulta essere particolarmente interessante se si tiene conto che al giorno d’oggi la democrazia occidentale vede il fiorire di movimenti politici di estrazione sociale che riescono ad acquisire un peso elettorale e politico tale da permettergli di competere politicamente nell’arena elettorale per poi arrivare a ricoprire cariche istituzionali di rilievo.

Partendo dalla definizione delle questioni care agli attivisti, Walzer spiega come nella maggior parte dei casi un movimento nasca per portare avanti una singola problematica. All’interno del gruppo i più intransigenti rimarranno fedeli a questa prima ragione comune, che portano avanti a volte senza una vera visione di insieme del problema «scegliendo la parte per il tutto a scapito di tutto» (p. 55). Un altro gruppo invece opterà per allargare l’insieme delle questioni portate avanti dal movimento, spingendo per un programma di più ampio respiro: «questo secondo gruppo avrà la tendenza a trasformare il movimento in un partito politico» (p. 56). Lasciamo al lettore il piacere di scoprire l’esito di tale distinzione posta in essere dall’autore. Per ora, basti dire che a detta di Walzer, l’attivismo deve essere sempre accompagnato da una massiccia dose di ‘flessibilità mentale’: «l’azione politica si contrapponga, per la sua stessa essenza, alle ideologie totalizzanti, sia per la loro routine sia per le loro manifestazioni radicali» (p. 109), ma anche di ‘concretezza’ nel momento in cui è necessario scegliere da che parte stare e quali e quante questioni portare avanti.

Vediamo ora di occuparci più da vicino di cosa accade ad un movimento nel momento in cui quest’ultimo riesca a crescere nei consensi e nel supporto sul territorio. In quel momento, ci spiega Walzer, due sono le incognite alle quali l’attivista deve far fronte: l’organizzazione interna al movimento e la possibilità di instaurare coalizioni con altre forze politiche. Partendo dalla struttura organizzativa tipiche dei movimenti tre sono le forme principali indicate da Walzer: «Front group, centralised democracy e federalism». La prima forma organizzativa vede il potere decisionale saldamente nelle mani di un comitato direttivo, la seconda è basata sull’elezione di una leadership che è responsabile nei confronti degli attivisti e la terza prevede l’assegnazione del potere decisionale a diversi centri organizzativi. Nonostante queste tre strutture prevedano una partecipazione più o meno ampia degli attivisti al process making del movimento Walzer, con schiettezza, ammette che «resta tuttavia raro il caso in cui un ampio numero di attivisti partecipi alla vita interna» di quest’ultimo (p. 78). Sin dal 1911 Robert Michels aveva già teorizzato l’impossibilità di mantenere una democrazia interna effettiva in quei movimenti sociali che nel tempo crescono in consensi e peso politico (The iron law of oligarchy). Tuttavia, puntualizza Walzer, esistono delle condizioni imprescindibili che permettono al movimento di svolgere le proprie funzioni nel rispetto della partecipazione degli attivisti: la raccolta del denaro e la sottoscrizione di regole chiare. La raccolta del denaro è legata a doppio filo con la democrazia interna al movimento, come Walzer senza mezzi termini puntualizza «quando il denaro è procacciato dagli attivisti (…) il vertice dovrà prestare maggiore attenzione alle loro richieste» (p. 88). Invece, la sottoscrizione di regole chiare e trasparenti richiama l’importanza del bisogno di un sistema di checks and balances all’interno del movimento in modo da ripartire il potere il più possibile ed evitare così ogni forma di preclusione e ‘manipolazione’ da parte di gruppi ristretti all’interno del movimento o di leader soli al comando: «la cosa migliore forse è ispirarsi alla procedura parlamentare; sebbene qualsiasi regolamento può servire alla bisogna purché stabilisca con chiarezza i limiti dell’operato» (p. 95).

Veniamo ora al problema delle alleanze dibattuto a più riprese da Walzer all’interno del libro. Nel momento in cui un movimento politico cresce è naturale che l’importanza acquisita lo porti ad essere oggetto di interesse da parte di altre forze politiche, non necessariamente vicine al credo del movimento. Come fare allora per rimanere fedeli alla propria identità di protesta, quando la possibilità di coalizione con altri attori politici potrebbe apportare maggior visibilità al movimento a scapito però di un ‘fagocitamento’ identitario da parte dei partner di coalizione? A questo dubbio emblematico tra il restare policy seekers e il diventare office seekers, Walzer risponde che è necessario rimanere flessibili «valutando caso per caso» ma che tre dovrebbero essere le ragioni per dire no alla creazione di qualsivoglia coalizione da parte di un movimento con altri attori politici: «salvaguardare l’identità del movimento, mantenere aperta la possibilità di future alleanze con gruppi più grandi, continuare ad essere attrattivi rispetto a cittadini al momento non impegnati o in fase di avvicinamento a nuove prese di posizione politiche» (p. 69-70).

In conclusione all’interessante disamina sulle potenzialità e ambiguità inerenti al mondo dell’attivismo politico, offerta da Michael Walzer in Azione politica, chi scrive invita il lettore ad accompagnarsi all’autore e con lui intraprendere il viaggio all’interno della sua esperienza da attivista per capire perché nonostante tutto, oggi forse più di cinquanta anni fa abbiamo ancora bisogno di attivismo politico. Infatti se, da una parte, lo studio di questo fenomeno può aiutare a comprendere molto dell’attuale scenario politico e il successo e le difficoltà vissuti da movimenti al potere come il Movimento 5 Stelle, dall’altra, un’attenta riflessione sulle radici e il significato profondo dell’attivismo politico potrebbe giovare a risolvere l’annosa crisi vissuta dai partiti politici nelle democrazie occidentali. Questo ‘diario’ potrebbe spiegare ai ‘politici di professione’, come li definisce Walzer, che cosa è andato perso e come in realtà ricominciando dalla base si potrebbe pensare di ricostruire un legame identitario e di fiducia tra cittadino e politica, e dar vita ad una nuova azione politica più consapevole.

Scritto da
Anna Napoletano

Laureata in Filosofia e forme del sapere all’Università di Pisa, ha poi conseguito un Master in Comparative Politcs alla Radboud University di Nijmegen in Olanda. Attualmente è dottoranda in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Bologna.

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