“I clan di camorra. Genesi e storia” di Luciano Brancaccio
- 25 Febbraio 2018

“I clan di camorra. Genesi e storia” di Luciano Brancaccio

Recensione a: Luciano Brancaccio, I clan di camorra. Genesi e storia, Donzelli Editore, Roma 2017, pp.  VI-146, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Fabio Milazzo

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Tra i tanti paradossi che riguardano la storia della criminalità italiana c’è quello legato al valore delle sue rappresentazioni presso l’immaginario collettivo. La camorra, ad esempio, per lungo tempo è stata «considerata una sorella minore della mafia siciliana, perché meno netta nelle sue forme, meno riconducibile a un unico modello interpretativo» (p.3). Il paradosso è che nella seconda metà dell’Ottocento, e precisamente negli anni in cui si realizzava l’unità d’Italia, la situazione era del tutto capovolta e la criminalità di stampo camorristico riscuoteva una visibilità e un’attenzione prioritaria, tanto che sovente per descrivere i fenomeni criminali siciliani si faceva riferimento al «camorrista» o alla «camorra».

In questo senso se «il sapere degli specialisti ha una profonda influenza sul senso comune» (p.3), nondimeno quest’ultimo conosce sovente sviluppi e percorsi di costruzione molteplici, sotto l’influenza delle più diverse sollecitazioni. Anche per questo il lavoro di studiosi e ricercatori è necessario per evitare che le degenerazioni a cui è soggetto il senso comune inquinino oltremodo il dibattito pubblico. In tale ottica lavori come I clan di camorra. Genesi e storia svolgono una funzione fondamentale di bonifica dell’immaginario collettivo inquinato da artifici retorici e rappresentazioni basate sugli stereotipi.

Luciano Brancaccio, docente di Sociologia urbana presso il Dipartimento di Scienze sociali dell’Università Federico II di Napoli, costruisce un’interessante opera che, muovendo dal contesto sociale, indaga in particolare il ruolo economico di alcuni importanti clan di camorra. Tutto ciò nella condivisibile ipotesi che «il percorso di formazione dei gruppi di camorra si realizza, per così dire, “oggettivamente”, attraverso una selezione naturale negli spazi sociali e di mercato. Questo processo può avvenire nei mercati illegali o nei mercati legali» (p.7).

In tale ottica il mercato non rappresenta soltanto – come dato per scontato da tante frettolose ricostruzioni – l’ambito di arricchimento dei gruppi criminali, ma anche lo spazio di selezione «per alcune famiglie che giungono a imporsi sulla concorrenza, in genere – ma non necessariamente – affermando nel contempo un dominio territoriale» (p.7). Il mercato, dunque, come agone pre-politico entro cui si determinano i destini dei gruppi criminali: «A fronte di alcune famiglie di successo, altre si estinguono, altre ancora trovano una loro collocazione nei ranghi inferiori oppure sul limite che circoscrive il campo delle attività di tipo camorristico» (p.7).

 

La costante dialettica tra affari e violenza della camorra

Per sviluppare il proprio discorso, Brancaccio, nei quattro capitoli del volume, parte dal presupposto che i gruppi di camorra non siano un’entità stabile, reificata nel tempo, che una volta conquistato una porzione di mercato (e quindi di potere) maturano una posizione definitiva. Piuttosto bisogna considerare questi gruppi come entità mobili, «risultato di un processo lento di formazione che agisce all’interno dei mercati» (p.6). La loro ascesa avviene attraverso «capacità di carattere imprenditoriali (innovazione organizzativa, fiuto degli affari, contenimento dei costi, attitudine alla leadership e così via) e a una gestione razionale della violenza» (p.6). Proprio la dialettica tra affari e violenza costituisce «un carattere fisso nell’ascesa verso posizioni di comando di famiglie e gruppi. Ma non rappresenta una condizione sufficiente, né esclusiva delle famiglie che ottengono l’accesso alla élite criminale» (p.6). Da ciò ne consegue, secondo Brancaccio, l’insufficienza dei canoni interpretativi che vertono su «un patto criminale originario» (p.6), sulla fisionomia di società segreta della camorra, sull’idea di una genealogia di lungo periodo basata «su formule esoteriche o legami con poteri oscuri che affondano le radici in un passato mitico e lontano» (p.7).

Infatti caratteristica fondamentale della costellazione camorristica è l’alta caducità dei gruppi e la continua nascita di formazioni nuove pronte a soppiantare i clan in crisi. «Il risultato – come sintetizza Brancaccio – è una stratificazione del mondo criminale articolata secondo vari livelli: una cerchia superiore in cui trovano posto le famiglie che possiamo definire camorriste in senso pieno» (p.7). Sono quelle che riescono con maggiore efficienza a reinvestire i proventi delle attività illecite, diversificando gli ambiti e riducendo quindi i rischi. C’è poi quello che Brancaccio definisce il livello intermedio, «con varie forme di competenza criminale (spaccio, falso, contrabbando, rapine, ecc.)» (p.7). Infine, al livello più basso di questa ideale e fluida piramide criminale, troviamo «gruppi minori, subordinati ai componenti della cerchia superiore, che esercitano il controllo delle attività illegali su porzioni minute di territorio o in particolari settori» (p.7).

La struttura appena rappresentata, però, non rimanda a segmenti ben definiti, omogenei nel tempo, qualcosa di simile alle famiglie della mafia tradizionale. Infatti nelle famiglie di camorra si alternano diversi gruppi, che «si succedono o agiscono in reciproca competizione, e sono spesso in guerra» (p.8). Tali segmenti, in genere, hanno vita breve e il loro ridefinirsi contribuisce a determinare quella situazione di estrema fluidità cui si è fatto cenno. La tesi che l’autore fa conseguire da ciò è che «il gruppo di camorra non è un punto fisso della geografia criminale. Non è neanche il principale attore dello scenario camorristico. È piuttosto il risultato parziale e instabile di molteplici dinamiche che ne ridefiniscono continuamente corso di vita, confini, rapporti, attività» (p.8). Proprio alla luce di ciò il focus della ricerca si deve spostare dall’ottica criminologica, che Brancaccio ritiene inadeguata per catturare e comprendere adeguatamente il fenomeno, a quell’insieme di fattori che nel corso delle diverse congiunture storiche hanno determinato il succedersi delle famiglie e dei gruppi camorristici al vertice della piramide. E se la violenza è il tratto più visibile ed eclatante dell’attività dei clan, è il mercato a fungere da spazio per la selezione e l’affermazione dei diversi gruppi.

Proprio la violenza è secondo l’autore l’elemento che più ha sollecitato l’interesse dei ricercatori che si sono occupati del tema, ma proprio per questo è anche il fattore che maggiormente ha condizionato e in un certo senso appiattito gli studi sulla camorra. D’altra parte è innegabile che «il numero di omicidi di matrice mafiosa è nel Napoletano di gran lunga superiore rispetto ad altre province pur infestate da gruppi mafiosi potenti e ben radicati» (p.9). Brancaccio, invece, decide di focalizzarsi sul nesso che lega i gruppi camorristici al contesto sociale e sui rapporti tra le famiglie criminali e altri segmenti che operano al di fuori della legge. Un’attenzione particolare viene riconosciuta alle strategie attraverso cui i camorristi penetrano negli spazi sociali e nelle reti di mediazione dei mercati. Muovendo dalla storia concreta di alcune famiglie l’Autore ricostruisce poi le forme concrete attraverso cui viene permeato il perimetro della preminenza criminale e dunque monopolizzati spazi economici e traffici illegali. In particolare vengono analizzati alcuni tradizionali mercati della camorra: il contrabbando delle sigarette, quello del falso e dell’abbigliamento.

 

L’economia legale e la genesi della criminalità

Come detto sono quattro i capitoli che strutturano il libro. Il primo (pp. 13-44) è dedicato proprio all’analisi del fenomeno del contrabbando. Se ne indagano le radici storiche e l’importanza sociale in relazione al sostentamento di diversi strati della popolazione. Viene poi sottolineato come a partire dagli anni Sessanta del Novecento rappresenti l’ambito di affermazione dei gruppi più violenti e delle famiglie che riescono a raggiungere il vertice della costellazione camorristica. In tale ottica vengono delineate le vicende che riguardano il clan Zaza-Mazzarella (pp. 24-32) e la famiglia Potenza-Presutto (pp.33-35).

Nel secondo capitolo (pp.45-66) viene analizzato il mercato come circuito in cui si realizza l’autorità del gruppo criminale; le condizioni che causano le guerre tra le diverse famiglie e alcune caratteristiche dei diversi clan che si contendono la città (pp. 61-66).

Nel terzo e nel quarto capitolo l’attenzione viene spostata sull’importanza della “magliareria”, uno dei mercati più importanti per l’affermazione dei gruppi criminali violenti, diversi dei quali ancora oggi al centro di molteplici attività criminali. Proprio il rapporto tra l’industria produttiva della magliareria e quelle figure di camorristi sui generis (p.99), che coordinano le attività e al contempo sono proprietari di laboratori o aziende, rappresenta uno degli elementi centrali della capillare diffusione sul territorio delle “micro-aziende malavitose”. E diversi sono i camorristi che, all’origine magliari, riescono ad affermare il proprio ruolo, anche in ambito internazionale, grazie all’abilità imprenditoriale, alla spregiudicatezza e alla violenza. In particolare queste ultime due caratteristiche possono essere rintracciate anche nell’affermazione di gruppi come quelli della cintura periferica napoletana, a cui Brancaccio dedica alcune pagine del quarto capitolo (pp.101-107).

Nelle conclusioni l’autore sottolinea i tre elementi che, a parer suo, non devono essere tralasciati dalle analisi future del fenomeno: «l’origine dei clan, la distinzione tra gruppi e famiglie, i processi di genesi e riproduzione» (p.123). Soprattutto questi due elementi «costituiscono le due dinamiche fondamentali di alimentazione del sistema camorristico» (p. 127). Il primo riguarda la nascita delle nuove formazioni e si realizza nei momenti di crisi del sistema, per questo identifica le fasi di rottura e dunque di transizione verso nuovi equilibri della costellazione. Il secondo fattore interessa invece processi di lunga durata e riguarda gli elementi che determinano la «trasmissione dinastica del potere mafioso» (p.127) e la «distinzione di status» (p.127).

L’equilibrio dialettico tra i due fattori è fondamentale per evitare quelle degenerazioni interpretative cui si è fatto cenno. Le stesse che alimentano «la convinzione comunemente diffusa che la camorra sia costituita da gruppi chiusi, stabili nel tempo, immutabili nelle loro caratteristiche organizzative […]» (p.130). Invece – ed è la conclusione dell’autore – «se si vogliono fare passi in avanti, e immaginare forme di intervento più efficaci, si presenta la necessità di conoscere più approfonditamente i meccanismi di genesi e riproduzione del fenomeno» (p.131).

Proprio questa indicazione metodologica, che conclude un lavoro serio e argomentato, rappresenta la sollecitazione, ma anche l’antidoto, lasciato dall’autore ai futuri studiosi di un argomento complesso e per questo ancora più a rischio di strumentalizzazioni e distorsioni interpretative.

Scritto da
Fabio Milazzo

Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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