“Comunismo. Un’altra storia” di Luciano Canfora
- 30 Luglio 2026

“Comunismo. Un’altra storia” di Luciano Canfora

Recensione a: Luciano Canfora, Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli, Milano 2026, pp. 368, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Paolo Missiroli

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Non pare vi sia grande discussione circa il fatto che la potenza del concetto di comunismo, cioè la sua capacità di trasformare il reale in quanto idea, risieda, come ebbe a notare Derrida poco dopo la caduta del Muro di Berlino, nella spettralità che gli attribuivano Marx ed Engels nel 1848 – pur volendola rimuovere scrivendo appunto un Manifesto del partito comunista. Non è nelle sue concrete manifestazioni storiche che sta la capacità di mobilitare milioni di individui – la quale, dopo quasi duecento anni di capitalismo, possiamo a buon diritto considerare coestensiva a quest’ultimo – bensì nel suo essere il nome delle aspirazioni di emancipazione dallo sfruttamento e da tutta una serie di dolori che gli esseri umani di volta in volta a esso rivolti considerano storici, contingenti e quindi superabili. “Comunismo” si configura così come un concetto costitutivamente polivoco e privo di un significato determinato: non rimanda cioè a un oggetto storico preciso. Non deve essere dimenticato che un intero capitolo del Manifesto è interamente dedicato alla critica di altri comunismi. Da questa spettralità, che gli sembra connaturata, deriva al contempo la sua forza e la sua debolezza: il movimento comunista è in quanto tale eternamente rinnovabile; vi saranno cioè sempre dei nuovi comunisti, per ogni tempo e ogni luogo, finché vi sarà rapporto di capitale, perché entro quest’ultimo sarà sempre possibile dare il nome di comunismo alle proprie aspirazioni – a una volontà di fuga in questo mondo dal dolore che questo mondo, nella sua determinazione storica concreta e quindi sempre differente, produce.

D’altra parte, questa assoluta spendibilità rende il comunismo necessariamente indeterminato: per questa ragione sotto questo nome sono passati atroci crimini, grandi pianificazioni, sogni e speranze. Per questo il sottotitolo che Luciano Canfora dà al suo libro Comunismo, cioè un’altra storia, ha qualcosa di tautologico: ogni storia del comunismo è sempre un’altra, perché non riflette una cosa in sé che si tratterebbe di riconoscere. Anche Canfora, all’interno di una ricostruzione la cui erudizione straordinaria e precisione filologica sui testi marxiani ed engelsiani è degna di nota, assegna a tale nome, comunismo, alcune delle proprie prospettive sul presente. Naturalmente, dire questo non significa confutare il valore scientifico del libro, ma semplicemente mostrare come l’osservatore (in questo caso lo storico) non può mai essere totale e quindi restituire l’oggettività di una storia – quella del comunismo – che non solo è troppo vasta, oramai, per essere ridotta a unità, ma che è consustanziale a una molteplicità di attribuzioni, come si è detto.

La tesi fondamentale del libro è limpidamente esposta dall’autore nelle primissime pagine del volume: «Per dirla in modo schematico, e perciò chiaro, il “comunismo” è Marx e Lenin. Tutto il resto è la ragguardevole storia della socialdemocrazia: cioè Engels, Turati, Kautsky, Togliatti. (Gramsci è certamente rimasto ostile al necessario, in Occidente, rifluire nel solco della socialdemocrazia, forse anche per la sua sensibilità verso l’orientamento scientifico elitistico che lo portò, in una pagina memorabile del Quaderno 13, alla distinzione tra cittadino-militante e “comune cittadino legale”.) L’esito del comunismo occidentale è la socialdemocrazia (da cui si era separato nel momento della grande speranza palingenetica del 1917-1921); l’esito del comunismo leninista ha un orizzonte più ampio, internazionale, ed è il processo inarrestabile e contrastato della “decolonizzazione” in lotta quotidiana contro la “ricolonizzazione” occidentale» (p. 19).

Non si può dire che Canfora non abbia il coraggio necessario al pensiero. Non solo egli spezza in due la storia del movimento operaio e pone Togliatti allo stesso livello di Turati (va detto, per correttezza, che più avanti l’autore userà il “Migliore” come bibliografia secondaria per analizzare alcuni passaggi storici), ma 1) colloca Engels senza clausole nell’ala “socialdemocratica”; 2) sostiene che quella che più avanti chiamerà “traiettoria occidentale” del comunismo (p. 327) consista nell’abolizione assoluta di quest’ultimo nella socialdemocrazia – come se la storia del comunismo in Occidente fosse sostanzialmente terminata nel 1914, con il gingoismo dei partiti socialisti occidentali (con l’eccezione di quello italiano). Bisogna qui porre un sovrappiù di attenzione, prima di addentrarci nei meandri delle analisi di Canfora, che naturalmente non abbiamo intenzione di esaurire. Lo storico parla della storia del movimento reale che chiama “comunismo” l’insieme delle proprie aspirazioni e non del suo concetto. Che queste cose siano così radicalmente distinguibili – mettendo ad esempio completamente da parte l’operaismo italiano come se fosse stato una questione puramente teorica – lo daremo ora per acquisito, riservandoci di riprendere la questione in conclusione.

Il libro è costituito da due parti, divise ciascuna in una molteplicità di capitoli. A tale suddivisione corrisponde una duplicità di discipline impiegate: filologia e storia, che l’autore usa con grande perizia. Canfora, infatti, analizza nella prima parte (Il 1848), la storia del Manifesto del partito comunista. Lo fa con una perizia filologica invidiabile, attenta alle disparate edizioni, ai momenti della sua pubblicazione, all’utilizzo di singole parole al posto di altre e alle contraddizioni interne a un testo a cui – questo è quanto emerge dalla ricostruzione – in fondo Marx ed Engels tenevano relativamente poco, avendolo scritto con urgenza dietro la sollecitazione del Comitato centrale della Lega dei Comunisti. Perché Canfora indugia tanto, per decine e decine di pagine, sulla costruzione di questo testo? Sostanzialmente, per distruggerne il mito, che si articola in due sotto-miti: 1) il Manifesto è all’origine della rivoluzione del 1848; 2) il Manifesto rappresenta l’unità d’intenti del movimento comunista (è cioè un Ur-Manifesto, un’origine a cui rifarsi nei momenti di difficoltà). Il primo sotto-mito viene smontato passo-passo da Canfora attraverso la paziente ricostruzione di cui si diceva, che giunge infine a riconoscere che la prima bozza del Manifesto arriva a Londra qualche settimana dopo e non prima il 24 febbraio 1848. Il Manifesto è un testo scritto dietro l’urgenza delle sollecitazioni della Lega – di cui Canfora riporta la lettera con un vero e proprio ultimatum al “fratello” Marx, che non si decideva a onorare i propri impegni, affaccendato già allora nei primissimi approfondimenti in merito all’economia politica – e per questo pieno di contraddizioni, di oscillazioni nonché, nella storia delle sue varie edizioni di lavori di editing che Marx ed Engels interromperanno solo nel 1872 assegnando al Manifesto la qualifica di “documento storico”.

Il risultato teorico generale della prima parte del lavoro di Canfora consiste dunque nell’acquisire l’impossibilità del riferimento al Manifesto come a un’origine del movimento comunista: al contrario, al suo interno sono contenute in nuce alcune delle varie posizioni – tra loro contraddittorie – che lo caratterizzeranno nei due secoli successivi. Vi è l’estremismo intellettualistico di due tutto sommato ancora giovani autori, ma anche la volontà di trasformazione radicale mediante un programma. Soprattutto, vi è ad avviso di Canfora la “mano” evoluzionista di Engels, che darà origine alla prospettiva “occidentale” sul comunismo (quella socialdemocratica): «È la visione evoluzionistica-darwiniana l’elemento unificante, sul piano concettuale, del socialismo ortodosso: visione del movimento storico come ineluttabilmente avviato verso il socialismo, come approdo inerente alla realtà sociale e alla sua proiezione politica». (p. 173). Si noti, en passant, che sul piano teorico nulla è più “occidentale” (nel senso del marxismo occidentale, quello che prende avvio da Storia e coscienza di classe di Lukàcs) di contrapporre un Marx non determinista, antipositivista, “machiavelliano” – interessato cioè a cogliere la specificità del contesto storico invece che a stabilire leggi universali – a un Engels meccanico e sciocco anticipatore dell’ortodossia della Seconda Internazionale. Vero è, come si diceva, che Canfora non parla di marxismo occidentale, ma di comunismo occidentale. Che le due cose vadano separate con nettezza è però tesi la cui dimostrazione spetterebbe all’autore.

La seconda parte del volume, Strangolare il bolscevismo, tratta perlopiù del rapporto tra le potenze occidentali e l’URSS negli anni successivi alla rivoluzione, con una breve analisi della figura di Stalin in conclusione. Il punto di vista adottato da Canfora è costruito, dopo uno studio dell’atteggiamento di assoluta chiusura delle potenze alleate (con l’eccezione degli USA, che fino al 1946 avranno tutto sommato un atteggiamento non particolarmente oppositivo nei confronti dei sovietici) verso l’URSS leninista, attraverso l’analisi delle relazioni di giornalisti e diplomatici occidentali sulla situazione sovietica e della ricezione di queste ultime in Occidente: in particolare, Canfora si spende lungamente nell’analisi del lavoro di William Bullitt, diplomatico americano che si reca in Russia per informare il suo governo dello stato dell’URSS e stabilire un primo contatto con la dirigenza bolscevica e sugli articoli di Lincoln Steffens, giornalista statunitense presente in Russia negli immediati anni del dopoguerra. Dall’analisi minuziosa di quanto appena detto, emergono due punti, che riassumiamo per restituire una chiarezza al percorso di Canfora che a volte nel libro, a causa dello svilupparsi così nel dettaglio del processo analitico, il lettore meno esperto rischia di perdere. Il primo punto fondamentale è relativo all’originalità della figura di Lenin. Essa è da declinarsi in due direzioni: da un lato il rivoluzionario russo è colui che riuscendo ad emanciparsi dalla prospettiva “occidentale” sul comunismo (quella socialdemocratica-evoluzionista) riesce a cogliere l’occasione per realizzare il comunismo in un altro contesto, trasformandone così il senso e restituendo spazio, per così dire, all’azione. È Steffens, in un suo rapporto citato da Canfora, che scrive: «Quando la rivoluzione arrivò, lui la afferrò con tutte e due le mani”; e quando tutti volevano “essere ragionevoli […] lui non voleva mollare neanche un punto dell’intero gioco. Lo voleva tutto. Per una volta nella storia, una rivoluzione stava prendendo ogni cosa. Vero bolscevico, aveva la sua strada, prese tutto» (p. 285). D’altro lato, Lenin è universalmente riconosciuto da chi lo analizza senza ideologia come un pragmatico: questo rapporto con la realtà si manifesta nella volontà del “rivoluzionario assoluto” di aprire il Paese ai mercati stranieri (in particolar modo statunitensi), di instaurare la NEP, di far terminare la guerra e di attendere un momento più favorevole (giacché egli non ha alcuna fiducia, già nel ’18, nella possibilità di una rivoluzione in Occidente). Capo di governo alieno «alla dogmatica devozione a “principi”» (p. 200) e alla filologia talmudica del testo marxiano tipica di un Kautsky, Lenin si scontra con Trockij proprio su questo punto: l’URSS deve durare a qualsiasi costo e non suicidarsi in avventure oltre il Volga. È per questo che Canfora pare tra le righe condividere il messaggio di Steffens a Soviet Russia Today, il giornale con cui egli collaborava, del 1936 «– la direzione sovietica era ed è tutto collegiale; – non c’è dittatore ma una dittatura di classe; – i contadini si riconoscono nel regime, protetti da Lenin contro gli estremismi dei suoi “sinistri”; – l’erede di Lenin, all’altezza del suo compito, è Stalin» (p. 287). Canfora è così convinto da Steffens da affermare che «sbattendo la testa contro la dura realtà effettuale, già Lenin e poi Stalin [sic] hanno posto in essere la sola possibile traduzione in “prassi” dell’astrazione concettuale» (p. 331). Affermazione curiosa per chi ha molto giustamente affermato poche pagine prima che il compito dello storico è la valutazione dell’evento singolo e non la ricerca di leggi generali: ritenere che il processo storico sia andato nell’unica direzione possibile coincide con la certezza di conoscerne interamente le condizioni.

Il secondo elemento fondamentale, immediatamente legato al primo, è il vero centro politico del libro ed evidenzia fino in fondo quanto si diceva iniziando il presente commento sulla imprescindibilità di un punto di vista specifico. Esso è relativo al significato oggettivo della Rivoluzione d’Ottobre (e dunque del più grande esperimento “comunista” della storia dell’umanità sinora). Sul termine “oggettivo” nella storia del marxismo si potrebbero scrivere enciclopedie, ed è noto come tale termine (o suoi sinonimi) siano stati utilizzati per giustificare le più grandi sciocchezze o veri e propri errori politici. Canfora costruisce il suo argomento in una modalità per così dire speculare a quella del grande storico britannico Eric Hobsbawm, che in una nota intervista sosteneva come il risultato più duraturo di quell’evento storico fosse la sopravvivenza delle democrazie liberali in Occidente a causa della distruzione della Wehrmacht operata dall’Armata Rossa tra il 1941 e il 1945. Canfora critica aspramente tale affermazione – qui non rileva seguire i dettagli di tale confutazione – ma soprattutto la inverte: il vero, durevole, risultato della Rivoluzione d’Ottobre è il processo di decolonizzazione. Ad avviso di Canfora, infatti, tale stravolgimento storico non è l’apogeo del comunismo occidentale in terra straniera, ma la «prima rivoluzione del Terzo mondo» (p. 337): laddove, prima del 1917, le potenze occidentali trattavano la Russia come l’ennesimo territorio da sfruttare (ed è per questo, oltre che per la paura di un “contagio” bolscevico nel Primo e nel Terzo mondo, che cercheranno in tutti i modi di strangolare il bolscevismo), Lenin è colui che prima di tutto strappa quel pezzo di mondo (e a seguire, indirettamente, molti altri) alle grinfie del dominio occidentale.

Non serve leggere gli espliciti rimandi che Canfora fa alla Cina contemporanea per capire che uno degli obbiettivi impliciti della sua ricostruzione è sostenere come il Partito Comunista Cinese si muova ancora, in buona sostanza, nel solco tracciato da Lenin. Un po’ stupisce che Canfora – così attento a identificare la fallacia logica hobsbawniana che giungerebbe a far concludere che la Rivoluzione francese è il risultato del rifiuto di Maria Antonietta di sfamare il popolo – recuperi un argomento fondato sulla consequenzialità oggettiva, pericoloso in quanto potrebbe portare a concludere che la Cina contemporanea sia ciò che è non in seguito alla vittoria di Lenin, ma alla dissoluzione dell’URSS: e chi potrebbe mai negare quest’ultimo fatto? Ma il problema decisivo ci pare sorgere quando Canfora schiaccia il comunismo di Lenin alla decolonizzazione nella sua generalità astratta. Non si può leggere la famosa affermazione leniniana per cui «tutti i movimenti di liberazione nazionale delle colonie e dei Paesi oppressi [sanno che] non v’è salvezza (per loro) all’infuori dell’unione col proletariato rivoluzionario e della vittoria del potere sovietico sull’imperialismo mondiale» come la semplice constatazione della necessità di una liberazione nazionale che costruisca un campo alternativo a quello delle potenze occidentali. O meglio: può essere questo, a patto che si qualifichi – determinandone i contenuti politici – la forma socioeconomica che questo campo persegue attraverso la propria vittoria. Il potere sovietico non è un qualsiasi “altro” potere rispetto a quello Occidentale, secondo Lenin, non vi è contrapposto come il bianco al nero: è uno specifico potere, che mette in atto l’abolizione – progressiva, certo, pragmatica – del capitale come relazione sociale. La liberazione dall’Occidente è prima di tutto liberazione da una determinata forma di relazione sociale, nella prospettiva di Lenin. Da questo punto di vista noi non mettiamo in dubbio che comunismo possa essere – e sia effettivamente stato – il nome di alcuni movimenti decoloniali: ci pare solo, da un lato, che comunismo non sia il nome di una qualsiasi decolonizzazione, ma di una ben specifica (quella di Lenin in Russia, appunto: compromesso con la realtà ma a partire da una posizione determinata, che non è ad esempio quella degli Ayatollah iraniani). Dall’altro lato, ci pare che Canfora guadagnerebbe molto se abbandonasse la ricerca del risultato “oggettivo” della Rivoluzione d’Ottobre, semplicemente perché cercare i risultati oggettivi dei processi storici è una fatica di Sisifo, per quanto forse abbia un effetto retorico di una qualche rilevanza.

Peraltro, uno degli effetti certi della Rivoluzione d’Ottobre è tutto quel movimento comunista (non solo teorico) occidentale che ha continuato a opporsi alla socialdemocrazia in Italia, in Francia, in Germania, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e così via. I ragazzi di piazza Statuto, per non citare che un esempio a noi prossimo, non erano socialdemocratici. Che questo contromovimento (in un campo occidentale in cui certamente sul piano istituzionale l’elemento socialdemocratico era costitutivamente egemonico) non abbia vinto è un dato di fatto: che esso sia esistito e non possa essere schedato come “evoluzionismo” lo è altrettanto.

Scritto da
Paolo Missiroli

Dottore di ricerca in Filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Université Paris Nanterre. È docente a contratto di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e cultore della materia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove collabora con la cattedra di Storia della filosofia francese contemporanea. Membro del comitato editoriale dell’“Almanacco di Filosofia e Politica” e del gruppo di ricerca “Officine Filosofiche”, studioso del pensiero filosofico francese contemporaneo, in particolare di Merleau-Ponty e della filosofia francese degli anni Trenta, si interessa di Antropocene, del rapporto uomo-mondo, dell’ecologia e di una sua possibile declinazione in termini politici.

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