Concern for Community. Piattaforme cooperative vs piattaforme estrattive
- 25 Gennaio 2021

Concern for Community. Piattaforme cooperative vs piattaforme estrattive

Scritto da Piero Ingrosso

8 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.


Concern for community, che in italiano si può tradurre come ‘interesse per la comunità’, è il titolo di uno dei sette principi fondamentali della Dichiarazione di Identità Cooperativa, che fu scritta dai Pionieri di Rochdale 176 anni fa e che ancora oggi, promossa dall’International Cooperative Alliance, ispira l’intero movimento cooperativo nel mondo. Era il 1844 quando a Rochdale, nel nord dell’Inghilterra, un gruppo di operai tessili, provati dalle dure condizioni di lavoro causate dalla rivoluzione industriale, decisero di dare vita a quello che viene considerato il primo prototipo di cooperativa moderna. Oggi, che siamo nel pieno di un’altra rivoluzione, quella digitale, i principi contenuti in quella dichiarazione sono ancora fortemente attuali. Sono cambiati i contesti di riferimento e, a causa di una emergenza sanitaria con incalcolabili impatti sulla società, stanno mutando anche gli scenari di prospettiva. È cambiato, o meglio si è ampliato il concetto di comunità. Difficile immaginare cosa avrebbero pensato i Probi Pionieri di Rochdale a proposito di comunità che sviluppano le proprie relazioni sociali ed economiche con modalità che prescindono da ogni spazio fisico. Eppure, rileggendo il 7° principio del loro statuto emerge la lungimiranza della loro visione cooperativa. Quel principio, tradotto in italiano, dice che «le cooperative lavorano per uno sviluppo durevole e sostenibile delle proprie comunità attraverso politiche approvate dai propri soci». La rivoluzione digitale, che sta radicalmente trasformando la vita delle persone e quella delle organizzazioni, ci ha abituato a scoprire quotidianamente strumenti, linguaggi e contenuti inediti. Alcuni di questi vengono velocemente superati da nuove innovazioni, altri sono destinati a durare perché in grado di rispondere in maniera puntuale ai bisogni della società. Tra questi ci sono le piattaforme digitali, strumenti che, incrociando efficacemente domanda e offerta, stanno modificando le relazioni personali e lavorative delle comunità. Durante l’emergenza sanitaria provocata dal virus Covid-19 si è registrato un aumento esponenziale nell’uso delle piattaforme digitali: dalla didattica a distanza al commercio elettronico, dallo smart working alla mobilità, dalla tutela della salute alle consegne a domicilio. In realtà la fase di lockdown ha semplicemente accelerato una tendenza che da alcuni anni sta portando le piattaforme digitali a incidere direttamente o indirettamente sugli scambi di molte attività economiche e sociali. Se inizialmente sono stati salutati con entusiasmo i benefici introdotti dalle piattaforme digitali, con il tempo sono emerse anche le loro distorsioni: l’assenza di tutele per i lavoratori, un uso spregiudicato dei dati, l’evasione fiscale promossa a sistema di gestione globale, l’impatto sulle comunità locali e un conseguente aumento delle disuguaglianze. La crescente consapevolezza dei consumatori-utenti ha aperto a livello internazionale una riflessione su nuovi modelli di piattaforme digitali che puntano a mettere il bene degli utenti prima del profitto. Trebor Scholz, con i suoi studi sul Platform Cooperativism, ha indicato il modello cooperativo controllato democraticamente come quello più adatto a permettere agli utenti di gestire il proprio lavoro, superando tutte le contraddizioni delle piattaforme digitali che estraggono valore senza redistribuirlo in modo equo. Le piattaforme digitali, infatti, sono uno strumento formidabile: in ambiti diversi hanno mostrato la capacità di diminuire gli sprechi, rendere più efficace l’apprendimento, più economica la comunicazione, più accessibile la conoscenza, più veloci gli scambi. Ma quale potrebbe essere il beneficio per la comunità se questo modello di business fosse messo a disposizione anche delle persone e non solo del profitto? Da questa domanda è iniziato il progetto di sperimentazione di Vicoo Platform, il primo acceleratore di comunità per piattaforme digitali cooperative in Italia.

 

Dalle comunità del territorio alle community digitali

L’elemento di principale novità del modello proposto dal progetto Vicoo Platform riguarda il ruolo fondamentale delle comunità del territorio nel processo di accelerazione delle piattaforme. Il modello, infatti, prevede che si parta da un preciso bisogno espresso dalla comunità, si individui una piattaforma cooperativa in grado di soddisfare tale bisogno e si avvii un processo in cui accanto ai consueti strumenti di accelerazione siano coinvolti anche rappresentanti della comunità come stakeholder di riferimento. Saranno proprio loro a validare la soluzione proposta dalla piattaforma cooperativa e la sua l’effettiva utilità applicativa sul territorio. In questo modo, dunque, il progetto Vicoo Platform, intende superare il modello estrattivo che caratterizza la maggior parte delle grandi piattaforme digitali e progettare un nuovo modello concentrato sulla ridistribuzione mutualistica del valore per le comunità del territorio e per le imprese cooperative che decidono di farne parte. Immaginare un ecosistema di piattaforma capace di mettere la comunità al centro dello scambio mutualistico digitale è fondamentale per creare nuovi modelli di impresa in grado di superare quelli estrattivi. Fare impresa guardando alla comunità è quanto il movimento cooperativo da sempre si propone di fare ed è la chiave per declinare i principi cooperativi nel contesto presente.

Si tratta di una formula inedita e non priva di complessità. Un contesto eccezionale come quello del Covid-19 è stato un’occasione di stimolo nel provare a sviluppare esperienze di questo genere. Se è vero, infatti, che la crisi innescata dalla pandemia ha portato a una straordinaria crescita delle piattaforme digitali, è anche vero che il contesto che stiamo vivendo ha esacerbato le contraddizioni che già sperimentavamo, rendendo ancora più urgente elaborare una risposta di comunità. Se le grandi piattaforme, basate su un paradigma di estrazione del valore, hanno costruito la loro fortuna proponendosi come mero spazio di incontro tra domanda e offerta è anche vero che in tale intermediazione non si crea alcun valore per il territorio e che la rendita ricavata da tale processo va a beneficio di soggetti che nulla hanno a che fare con la comunità locale, distanti per geografia e ideali e disinteressati rispetto alle esigenze specifiche dei contesti locali. Pensiamo a quello che è successo con Airbnb in molte città. Abbiamo assistito a pervasivi processi di gentrification, a profondi impatti sul mercato immobiliare e ad aumenti delle disuguaglianze. Queste contraddizioni non sono al centro dell’interesse dei giganti dell’economia digitale che si concentrano sul profitto e non sull’impatto sugli attori coinvolti, sulle ricadute economiche e sulle conseguenze di un modello che si è rivelato essere molto pericoloso e distorsivo. Da qui nasce la necessità di un più profondo coinvolgimento delle comunità nell’ideazione di nuovi processi economici. Il cooperativismo di piattaforma può essere una soluzione a tutte queste istanze, ma prima dovrà riuscirà a imporsi sul mercato come un’alternativa etica e competitiva allo stesso tempo.

 

Comunità che generano valore

Per capire le finalità della sperimentazione di Vicoo Platform occorre allargare il campo visivo e soffermarsi a osservare le comunità che l’hanno promossa, gli ecosistemi di innovazione che l’hanno facilitata, il territorio in cui si è sviluppata e le interazioni che l’hanno resa possibile. La sperimentazione di Vicoo Platform è stata avviata da AlmaVicoo in collaborazione con Legacoop Bologna e con il contributo di Coopfond, il fondo mutualistico della Lega delle Cooperative. AlmaVicoo è il centro universitario per la formazione e la promozione dell’impresa cooperativa, fondato da Legacoop Bologna e dall’Università di Bologna, i suoi soci sono Coop Alleanza 3.0, Assicoop Bologna, Granarolo, Cadiai, CNS, Integra e SCS. AlmaVicoo ha una duplice missione: da un lato sviluppa percorsi di alta formazione per rafforzare la competitività delle imprese, mappando i bisogni formativi e individuando traiettorie di intervento come ad esempio la trasformazione digitale, il nuovo welfare e lo sviluppo sostenibile previsto dall’Agenda ONU 2030. Dall’altro lato, AlmaVicoo promuove il modello cooperativo verso la vasta comunità dell’Università di Bologna, coinvolgendo studenti, ricercatori e docenti.

Per facilitare la connessione tra imprese cooperative e mondo universitario, Alma Vicoo ha individuato nell’open innovation lo strumento più efficace, varando progetti tematici che coinvolgono i settori più strategici della cooperazione: dai servizi all’agroalimentare, dalla grande distribuzione alla mobilità, dalle cooperative sociali a quelle culturali. Per promuovere il modello di impresa cooperativa tra gli studenti, AlmaVicoo e Legacoop da quattro anni hanno scelto di sostenere attivamente lo StartUp Day dell’Università di Bologna, nato da una brillante intuizione di Alessandro Cillario e Stefano Onofri e in poco tempo diventato il più grande evento di imprenditorialità studentesca in Italia. Questa scelta è maturata in seguito alla constatazione che, in un territorio ad alta densità cooperativa come quello bolognese, questo modello di impresa era poco conosciuto proprio dagli studenti con una maggiore attitudine imprenditoriale. Nell’immaginario collettivo, non solo quello degli studenti, il modello di startup estrattive mutuato dalla Silicon Valley continua ad essere quello che alimenta le maggiori suggestioni: aspiranti imprenditori sognano di trasformare rapidamente la propria idea in un’impresa che attraverso processi di incubazione e di accelerazione consenta loro di scalare per dimensione e per capitale. Tipicamente l’aspirazione finale è un’operazione di exit. La moderna epica dell’autoimprenditorialità digitale, prima con le dot.com poi con le startup, propone questo come modello di riferimento. In questo modello, però, la comunità resta sullo sfondo senza mai beneficiare del valore generato. Le startup cooperative sono diverse da quelle estrattive, non solo per motivazioni valoriali, ma soprattutto per una questiona genetica. Il DNA cooperativo, infatti, prevede che l’impresa nasca per durare nel tempo, venga dotata di una governance controllata dai soci, sia radicata sul territorio, incentivi lo scambio mutualistico con le sue comunità.

Questi tratti distintivi, spesso, rendono una startup cooperativa di difficile comprensione e conseguentemente meno attraente agli occhi dei giovani aspiranti imprenditori. Consapevoli di questa difficoltà, AlmaVicoo e Legacoop Bologna hanno scelto di adottare il modello di open innovation per connettersi alla community universitaria bolognese. In altre parole, invece di limitarsi a misurare la propria distintività su una scala valoriale, l’ecosistema cooperativo ha avviato un processo di contaminazione reciproca con la vasta comunità dell’Università di Bologna. Da questa contaminazione sono nati progetti di innovazione inediti per l’ecosistema cooperativo, citiamo a titolo di esempio: Millennials.coop, un percorso di co-design per la cultura d’impresa cooperativa; Think4Food una call for ideas che mette in connessione le imprese cooperative dell’agroalimentare con startup, ricercatori e studenti universitari; Coopstart Bologna, il bando promosso da Coopfond proprio in occasione dello StartUp Day; CBI – Challenge Based Innovation il programma promosso con Ideasquare del CERN di Ginevra. Queste progettualità, nate proprio dalla contaminazione tra l’ecosistema cooperativo e quello universitario hanno creato un terreno comune ed estremamente fertile per la generazione di nuove idee. Per i promotori di Vicoo Platform, quindi, è stato un passaggio naturale chiedere all’Università di Bologna di collaborare a questa sperimentazione attraverso il suo incubatore Almacube. Il passo successivo è stato quello di chiedere proprio ad Almacube di costituire un team di progetto multidisciplinare composto da cinque giovani professionisti coordinati da Mario Di Nauta con la supervisione di Matteo Vignoli e Francesco D’Onghia. A questo team è stata affidata una sfida ambiziosa: progettare l’impianto teorico su cui costruire il primo acceleratore di comunità destinato alle piattaforme digitali cooperative. Dopo aver definito gli obiettivi e costituito il team di progetto, per avviare la sperimentazione di Vicoo Platform è emerso il bisogno di individuare dei prototipi di piattaforme digitali cooperative su cui testarlo. Anche in questo caso ai promotori è sembrato naturale cercare questi prototipi all’interno del proprio ecosistema di riferimento, vale a dire territorio, comunità e tessuto imprenditoriale cooperativo. Così insieme alla Fondazione Innovazione Urbana del Comune di Bologna, a Innovacoop e ad alcune imprese cooperative sono stati selezionati tre progetti di piattaforma, con tre diversi livelli maturità tecnologica e imprenditoriale, in tre diversi contesti: turismo, educazione al digitale e consegne a domicilio.

 

I vantaggi competitivi delle piattaforme cooperative

L’ecosistema cooperativo è consapevole di non poter competere, almeno per il momento, sul versante tecnologico con i grandi player digitali che adoperano il modello estrattivo. Le piattaforme cooperative stanno ancora studiando il modo per diventare una valida alternativa a quelle estrattive. La sperimentazione di Vicoo Platform punta a definire processi, strumenti e risorse che possano aiutarle a creare un modello alternativo capace di sfidare quello delle Big Tech. Il forte radicamento sul territorio, l’esperienza sui modelli di governance democratica e la capacità di gestire comunità – siano esse formate da cittadini, lavoratori, utenti o consumatori – costituiscono alcuni importanti vantaggi competitivi rispetto alle piattaforme estrattive. Oltre settant’anni di esperienza sul mercato, infatti, hanno insegnato alle cooperative a disegnare, sperimentare e consolidare diversi modelli di governance e a definire le proprie politiche sociali anticipando le dinamiche che caratterizzano gli attuali processi di community management e a consolidare policy di relazione con il territorio. Per poter soddisfare appieno i bisogni dei suoi utenti e, allo stesso tempo, essere competitiva sul mercato una piattaforma digitale cooperativa deve poter contare su una community vasta, vitale e orientata allo sviluppo sostenibile. Questa community deve essere gestita attraverso un modello di governance democratica e partecipata, guidata da regole chiare e precise che evitino di generare confusioni. Le piattaforme cooperative possono contare un ulteriore – il più importante – vantaggio competitivo: il valore dei propri soci. Saranno i soci delle cooperative a determinare lo scambio mutualistico digitale, il senso di appartenenza a una community che vive sia online che sul territorio, la capacità evolutiva di adattarsi ai cambiamenti in atto. Se le piattaforme estrattive possono puntano a creare e consolidare comunità di semplici utenti digitali, le piattaforme cooperative dovranno trovare il modo di consolidare e creare comunità di utenti-soci digitali. È una sfida ambiziosa, ma l’ecosistema cooperativo potenzialmente ha tutto quello che le serve per poterla vincere. Per fronteggiare la superiorità tecnologica dei grandi player il modello di impresa cooperativa dovrà dunque mettere in campo un approccio human centred per usare la tecnologia come vettore di innovazione sociale.

D’altronde grazie al suo approccio human centred, il modello di impresa cooperativa immaginato dai Pionieri di Rochdale ha attraversato le grandi trasformazioni della rivoluzione industriale ed è arrivato fino ai giorni nostri. Quello stesso approccio dovrà essere usato per gettare le basi per un nuovo modello di impresa, quella fondata sulla cooperazione digitale.

Scritto da
Piero Ingrosso

Vice-presidente di AlmaVicoo, centro universitario per la formazione e la promozione dell’impresa cooperativa. È responsabile dell’area innovazione digitale, comunicazione e progetti strategici di Legacoop Bologna. Prima di entrare in cooperazione ha lavorato per cinque anni alla sede EMEA dei servizi digitali di IBM. Laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna, ha conseguito un Master in Comunicazione pubblica e politica, con specializzazione su strumenti, linguaggi e contenuti digitali all’Università di Pisa.

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