Recensione a: Simonetta Armondi, Geografie delle crisi. Dati, logistica e urbanizzazione del mondo, Mimesis, Milano 2025, pp. 142, 16 euro (scheda libro)
Scritto da Alberto Bortolotti
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«L’epoca urbana, segnata da molteplici crisi sistemiche e complesse, interroga gli studi urbani e territoriali, chiamandoli a decifrare metamorfosi e trasformazioni dello spazio attraverso la materialità delle operazioni e delle relazioni che caratterizzano il modo di produzione capitalistico» (pp. 9-10).
Con queste parole Simonetta Armondi, Professoressa di Geografia economico-politica presso il Politecnico di Milano, apre Geografie delle crisi. Dati, logistica e urbanizzazione del mondo, pubblicato da Mimesis nella collana Kosmos. Il volume propone una lettura originale dei processi contemporanei di urbanizzazione, spostando l’attenzione su quegli spazi apparentemente marginali che, in realtà, costituiscono alcune delle infrastrutture più strategiche del capitalismo globale: i poli logistici e i data center. Attraverso un percorso teorico rigoroso e costantemente ancorato alla dimensione territoriale, Simonetta Armondi dimostra come questi luoghi, «spesso liquidati come luoghi ancillari» (p. 11), rappresentino invece quelle che David Harvey definisce le “prese” del capitalismo, ovvero dispositivi materiali capaci di connettere le logiche estrattive globali ai territori locali. Si tratta di infrastrutture essenziali che sostengono la finanziarizzazione dell’economia mondiale e rendono possibile il funzionamento di reti economiche sempre più interdipendenti.
Il tema dell’interdipendenza economica nell’epoca della globalizzazione costituisce uno dei fili conduttori sottotraccia dell’intero volume. Sin dai primi anni Novanta, importanti studiosi come Henri Lefebvre, Saskia Sassen, Marc Augé e Manuel Castells hanno evidenziato come i processi di mondializzazione avessero ridefinito le relazioni tra economia, città e società. Tuttavia, se quelle interpretazioni si sono rivelate straordinariamente lungimiranti, spesso hanno lasciato in secondo piano la concreta spazializzazione di tali fenomeni. In altre parole, le trasformazioni del capitalismo globale sono state frequentemente raccontate come dinamiche immateriali, fluide e pervasive, difficili da localizzare nello spazio fisico.
È proprio in questo vuoto interpretativo che si inserisce il contributo di Simonetta Armondi. Uno dei principali meriti del volume consiste infatti nel restituire materialità ai processi economici contemporanei, mostrando come la logistica e i centri dati rappresentino l’ancoraggio territoriale di fenomeni spesso descritti come «invisibili, fluidi ed eterei» (p. 11). L’autrice dimostra che la globalizzazione non elimina lo spazio, bensì lo produce continuamente, attraverso infrastrutture, reti e dispositivi che ne modellano la geografia e ridefiniscono gli equilibri politici, economici e sociali.
Il volume è articolato in tre capitoli, ciascuno dedicato a una delle principali questioni che caratterizzano il capitalismo contemporaneo: l’urbanizzazione estesa e il rapporto tra territorializzazione e deterritorializzazione del capitale, la geografia della logistica e la crescente centralità delle infrastrutture digitali. Pur affrontando temi differenti, i tre capitoli risultano strettamente intrecciati e costruiscono una riflessione unitaria sulla produzione dello spazio nell’economia globale. Uno degli aspetti più interessanti del saggio è la capacità di mostrare come questi processi non siano soltanto economici, ma anche profondamente politici. Essi dipendono infatti da politiche territoriali, strumenti di pianificazione, strategie di governance urbana e forme di statecraft che variano a seconda dei contesti nazionali e locali.
Nel primo capitolo Armondi affronta il rapporto tra crisi e “urbanizzazione”, riprendendo un concetto ampiamente sviluppato da Henri Lefebvre, successivamente rielaborato da David Harvey e approfondito, negli ultimi anni, da Neil Brenner e Christian Schmid. L’autrice interpreta l’urbanizzazione come una componente strutturale dello sviluppo capitalistico, mettendo in luce come il capitale produca continuamente nuovi territori funzionali ai propri processi di accumulazione.
In questa prospettiva, piattaforme logistiche, infrastrutture energetiche, impianti industriali, data center e reti digitali diventano ciò che Neil Brenner e Nikos Katsikis definiscono “paesaggi operazionali”: spazi apparentemente periferici, ma assolutamente centrali per il funzionamento della globalizzazione. Non si tratta semplicemente di nuove periferie urbane, bensì di territori specializzati che sostengono i processi produttivi, finanziari e digitali su scala planetaria.
Il dibattito sulle forme contemporanee della produzione neoliberale richiama, inevitabilmente, anche la riflessione sociologica di Lefebvre sul diritto alla città e sulla produzione dello spazio. Da questo punto di vista, i fabbricati della logistica e i data center, spesso collocati lungo le grandi infrastrutture ferroviarie o autostradali o negli interstizi delle aree metropolitane, ricordano i “non-luoghi” descritti da Marc Augé. Sono spazi privi di una riconoscibilità identitaria e raramente percepiti come parte integrante della città, progettati non per essere vissuti o ammirati, ma esclusivamente per rispondere a esigenze economiche e finanziarie.
Piattaforme logistiche e centri dati costituiscono quindi un paesaggio eminentemente funzionale e operativo, scarsamente estetico. La loro presenza pone interrogativi rilevanti anche dal punto di vista urbanistico, poiché occupano vaste superfici di suolo, modificano gli equilibri territoriali e generano nuove forme di consumo dello spazio.
Se l’architettura industriale del Novecento cercava, almeno in alcuni casi, di conferire dignità monumentale ai luoghi della produzione, basti pensare alle officine AEG di Peter Behrens, al Lingotto FIAT progettato da Giacomo Mattè-Trucco o, in tempi più recenti, al Vitra Campus, le nuove urbanizzazioni del capitalismo digitale sembrano rinunciare completamente a qualsiasi ambizione rappresentativa. Gli edifici della logistica e dei data center sono contenitori standardizzati, replicabili ovunque, progettati secondo criteri esclusivamente funzionali. Il loro valore non risiede nell’architettura, ma nella capacità di inserirsi all’interno di una rete globale di infrastrutture finanziarie, informatiche e commerciali.
Da qui deriva anche la riflessione sui processi di globalizzazione e deglobalizzazione, nonché su quelli di territorializzazione e deterritorializzazione, che descrivono infatti il movimento continuo dei capitali, che investono, disinvestono e ricollocano le proprie infrastrutture seguendo logiche di convenienza economica. Le “prese” del capitalismo emergono, si consolidano e talvolta scompaiono rapidamente, lasciando sul territorio eredità spesso problematiche.
L’esempio dei grandi centri commerciali potrebbe risultare particolarmente efficace. Considerati una delle principali innovazioni urbane del Secondo dopoguerra, essi hanno rappresentato per decenni il simbolo della modernizzazione dei consumi. Oggi molti di questi complessi sono stati riconvertiti, abbandonati o demoliti, lasciando vaste superfici impermeabilizzate e importanti criticità ambientali. Analogamente, anche le nuove infrastrutture logistiche e digitali potrebbero rivelarsi soggette agli stessi processi di obsolescenza, ponendo interrogativi rilevanti sulla sostenibilità di lungo periodo delle trasformazioni territoriali contemporanee.
Il secondo capitolo affronta la logistica come «dispositivo dal potere situato» (p. 47), evidenziando come la sua diffusione sia profondamente intrecciata agli equilibri geopolitici globali e alle catene internazionali del valore. Le infrastrutture logistiche rappresentano infatti gli snodi attraverso cui transitano materie prime, semilavorati e prodotti finiti, costituendo una rete indispensabile per il funzionamento dell’economia mondiale.
La crescita della logistica in Europa e, in particolare, in Italia ha avuto effetti che vanno ben oltre la dimensione economica. Da un lato, tali infrastrutture hanno favorito nuove forme di urbanizzazione diffusa e trasformato profondamente il paesaggio delle periferie metropolitane; dall’altro, hanno generato significative ricadute sociali. L’elevata presenza di lavoratori poco qualificati ha comportato un incremento della domanda di servizi pubblici locali, mentre gli oneri di urbanizzazione derivanti da questi insediamenti sono stati spesso destinati soprattutto al potenziamento della viabilità pesante, piuttosto che al miglioramento dei servizi per la cittadinanza.
La logistica emerge così come un settore caratterizzato da una forte volatilità economica e da un’elevata dipendenza dalle tensioni geopolitiche internazionali. Il controllo di porti, interporti e corridoi infrastrutturali diventa quindi uno degli elementi fondamentali della competizione tra Stati e grandi operatori economici, confermando il ruolo strategico dello spazio nella geografia del capitalismo contemporaneo.
Il terzo capitolo è invece dedicato ai data center, probabilmente il tema più innovativo del volume. Se negli Stati Uniti queste infrastrutture costituiscono ormai una presenza consolidata, in Europa, e in particolare nei casi trattati dall’autrice dell’Italia e della Spagna, stanno conoscendo una fase di rapida espansione. I data center rappresentano l’infrastruttura materiale dell’economia digitale. Sono i luoghi in cui vengono archiviati, elaborati e distribuiti i dati che alimentano piattaforme digitali, servizi cloud e sistemi di intelligenza artificiale. Anche il mondo apparentemente immateriale delle reti digitali necessita quindi di solide basi territoriali: grandi edifici, elevati consumi energetici, disponibilità idrica, connessioni in fibra ottica e prossimità alle reti elettriche.
A differenza delle fabbriche del Novecento o degli stessi poli logistici, tuttavia, i centri dati richiedono un numero estremamente ridotto di lavoratori. In questo senso, essi rappresentano forse la manifestazione più evidente della trasformazione del rapporto tra spazio, lavoro e tecnologia. Grandi complessi edilizi occupano superfici sempre più vaste pur ospitando poche decine di addetti. In questa apparente contraddizione risiede uno degli effetti più significativi della digitalizzazione contemporanea: la costruzione di enormi infrastrutture territoriali progressivamente svuotate della presenza umana.
Il volume approfondisce inoltre le implicazioni immobiliari, politiche e di governance connesse alla diffusione dei data center, mostrando come la localizzazione di tali impianti dipenda da precise strategie pubbliche e da specifiche forme di regolazione territoriale. Come ricorda Simonetta Armondi, «i dati sono governati proprio perché sono inseriti in contesti di statecraft» (p. 107): una riflessione che restituisce pienamente la dimensione politica dell’economia digitale e dimostra come anche il cyberspazio sia profondamente radicato nelle dinamiche del territorio.
Nel complesso, Geografia delle crisi si distingue per la capacità di intrecciare geografia economica, studi urbani e analisi politica in una riflessione originale sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Il principale merito del volume risiede nell’aver reso visibili infrastrutture che, pur essendo determinanti per il funzionamento dell’economia globale, rimangono spesso ai margini del dibattito pubblico e della pianificazione urbana. Attraverso una scrittura rigorosa ma accessibile, l’autrice mostra come la globalizzazione non abbia affatto cancellato la dimensione territoriale, bensì l’abbia resa ancora più decisiva.
Il libro rappresenta quindi un contributo significativo non solo per geografi, urbanisti e studiosi delle trasformazioni territoriali, ma anche per chiunque voglia comprendere le nuove geografie del capitalismo digitale. In un’epoca in cui crisi economiche, tensioni geopolitiche, transizione ecologica e rivoluzione dell’intelligenza artificiale ridefiniscono continuamente il rapporto tra spazio e potere, il volume invita il lettore a guardare oltre la superficie delle città e a interrogarsi sulle infrastrutture che ne sostengono silenziosamente il funzionamento. È proprio in quei paesaggi “operazionali”, apparentemente anonimi, nei capannoni della logistica, nei data center, nei margini infrastrutturali delle metropoli, che si giocano oggi alcune delle principali sfide economiche, ambientali e politiche del nostro tempo.