Ecosistemi dell’informazione
- 25 Gennaio 2021

Ecosistemi dell’informazione

Scritto da Piero Tagliapietra

5 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.


Negli ultimi anni il termine piattaforma è stato impiegato in moltissimi ambiti diversi per indicare strumenti differenti: dal semplice sito ai maggiori social network fino ai tool per la gestione di processi e attività. Piattaforma è quindi un termine ‘ombrello’, che presenta molti significati e sotto il quale ricadono attività abbastanza eterogenee.

Il recente interesse per questo tema deriva da numerosi fattori. Tra i vari elementi di attrazione ci possono essere i benefici in ambito organizzativo, partecipativo ed economico delle realtà che hanno impiegato soluzioni tecnologiche che possono essere ricondotte al concetto di piattaforma. Questi vantaggi sono anche alla base dell’interesse dimostrato dal mondo cooperativo nei confronti delle piattaforme e in particolare verso l’ipotesi della costruzione di piattaforme cooperative, che presentino caratteristiche differenti – meno estrattive – rispetto a quelle mainstream e che siano in grado di dare maggiore spazio all’aspetto collaborativo.

La discussione su questo tema è ancora in corso: dello stesso concetto di piattaforma cooperativa sono state date diverse definizioni, e resta difficile ad oggi identificarne univocamente una. Bisogna fare inoltre attenzione a non confondere le cause con le conseguenze: le realtà che hanno visto una crescita del valore (inteso in senso partecipativo) non sono tanto quelle che hanno identificato una piattaforma, ma quelle che hanno trovato soluzioni per dare maggior forza a un modello già esistente. La tecnologia non è una soluzione (intesa come ‘strumento magico’), ma un abilitatore, un acceleratore o un facilitatore di processi già in essere.

Se torniamo al tema delle piattaforme cooperative, in questa fase iniziale del dibattito, potremmo tentare in ogni caso di identificare alcune caratteristiche di base attorno a cui un’idea di piattaforma cooperativa può essere costruita. Tra i primi due pilastri potremmo trovare la proprietà dei soci (di alcuni aspetti) e la partecipazione (alla costruzione). Questi due elementi si declinano in varie direzioni. Il tema della governance è strettamente legato alla struttura fondamentale della piattaforma e alle decisioni che ne determinano lo sviluppo. La proprietà dei soci non è tanto legata alla dimensione più strettamente informatica ma ha soprattutto a che fare con la consapevolezza nell’utilizzo dei dati, tema che deve essere ben presente e condiviso, ad esempio, dall’assemblea.

Da un adeguato modello di governance e di sviluppo della piattaforma discendono le scelte fondamentali che hanno a che fare con i principi cooperativi. Partecipazione allo sviluppo di una piattaforma cooperativa non significa quindi scrivere materialmente il codice quanto piuttosto contribuire a immaginare e definire in maniera collettiva le linee di sviluppo.

Se, a partire da questo primo inquadramento della questione, vogliamo approfondire nello specifico gli aspetti che riguardano il settore dell’informazione, nel quale si inserisce il progetto di Digicoop – un consorzio cooperativo di piattaforme – dobbiamo in primo luogo soffermarci su due degli effetti principali che la diffusione delle grandi piattaforme social ha avuto su media e sfera pubblica. Da un lato si è molto discusso negli ultimi anni se le distorsioni del dibattito pubblico (fake news, polarizzazione, disinformazione) fossero da imputare o meno ai social network e alla tecnologia. Dall’altro le piattaforme hanno senza dubbio inciso sull’ecosistema, già in crisi, dell’informazione: si sono poste come nuovi intermediari che hanno in parte marginalizzato gli intermediari precedenti, aggravando le loro difficoltà e creandone di nuove nel settore dell’editoria e dell’informazione.

A questo proposito la convinzione che la tecnologia sia neutrale, per quanto teoricamente vera, va considerata falsa nella pratica. Le piattaforme, infatti, non nascono nel vuoto, in assenza di attrito: c’è sempre qualcuno che le disegna, e che rende conto a degli shareholder o alle logiche di mercato che in quanto umane sono fallibili. È l’inserimento della tecnologia in logiche commerciali – la trasformazione in oggetto o in prodotto – a renderla non neutrale in quanto orientata a rispondere a uno specifico modello di business. Se prendiamo in esame piattaforme i cui modelli di business sono basati sulla pubblicità, è naturale che l’obiettivo di chi progetta il sistema sia portare gli utenti a trascorrervi più tempo possibile. Le echo-chamber non sono altro che il risultato di una strategia che fa leva su caratteristiche psicologiche naturali delle persone. Si tratta di meccanismi già presenti e noti in precedenza, ma che le nuove tecnologie portano su una scala completamente nuova.

Per quanto riguarda l’ecosistema dell’informazione, ad essere messo in crisi è stato soprattutto uno dei principali modelli di business dell’editoria, quello basato sulla raccolta pubblicitaria. I social network infatti, grazie alla raccolta di dati e informazioni, forniscono agli inserzionisti la possibilità di targettizzare in maniera più specifica i propri annunci, raggiungendo i segmenti di pubblico desiderati in maniera più mirata di quanto fosse possibile per un editore tradizionale. Questo ha determinato una riallocazione degli investimenti e ha portato a distorsioni: un modello di business che si basi sulle visualizzazioni determina inevitabilmente una serie di incentivi volti alla diffusione di un certo tipo di contenuti, che finiscono per peggiorare la qualità dell’informazione nel suo complesso.

D’altra parte però in questi anni nel mondo del giornalismo sono nati anche esperimenti di successo, sia in Italia sia a livello internazionale, soprattutto attraverso la ricalibrazione del modello di business a partire dal tema della community. In questo periodo abbiamo assistito anche alla nascita di nuove piattaforme che permettono di sostenere il giornalismo d’inchiesta, e che dimostrano l’esistenza di un mercato per l’approfondimento e l’informazione di qualità. Restano invece fumose le possibilità di trovare ancora spazi di mercato per un giornalismo che potremmo definire ‘intermedio’ e con un modello di business basato sull’advertising. Questo segmento è infatti oggi reso molto più competitivo dai nuovi attori in gioco, che attraggono l’attenzione di inserzionisti e lettori, e da un numero sempre più ampio di soluzioni verticali e di creatori di contenuti indipendenti.

Quello che ho velocemente delineato è il quadro generale in cui si inserisce l’attività di Digicoop, un progetto che è partito come consorzio verticale di editori indipendenti e oggi porta avanti una riflessione complessiva sulla digitalizzazione, che mira a trovare soluzioni per abilitare comportamenti virtuosi. All’interno di questo percorso ci siamo posti il problema di identificare delle piattaforme compatibili con i pilastri valoriali della cooperazione e che consentissero un utilizzo dei dati consapevole, che permettesse un’attività di profilazione interna dei soci, capace di mettere a valore il vero patrimonio di tutte le cooperative: le persone. Il nostro obiettivo era quindi quello di individuare tutte quelle soluzioni che, se inserite all’interno di un modello virtuoso come quello cooperativo, potessero farne crescere esponenzialmente le potenzialità.

Una delle caratteristiche della digitalizzazione è infatti la sua replicabilità, e l’ambizione del consorzio è accompagnare il mondo cooperativo insieme ad altre realtà in questa nuova sfida, mettendolo nelle migliori condizioni per affrontare questa transizione che nell’ultimo anno ha subito una fortissima accelerazione forzando molte realtà a fare quanto non si credeva possibile da un punto di vista organizzativo (tecnologicamente non vi sono stati infatti scossoni o cambiamenti radicali).

Quelle che erano delle sperimentazioni, adesso sono attività consolidate, se non addirittura date per scontate. È necessario però che questo percorso venga intrapreso e affrontato sempre a partire da una consapevolezza diffusa: la soluzione non sono le piattaforme in quanto tali. Occorre invece innanzitutto identificare i problemi da risolvere e, in seconda battuta, progettare un utilizzo conseguente delle piattaforme.

Si può scegliere la migliore piattaforma, ma se è il modello stesso ad andare in crisi anche la migliore scelta tecnologica non genera valore. La tecnologia è un abilitatore e un acceleratore di valore, ma un suo utilizzo corretto presuppone l’individuazione, da un punto di vista umanistico prima ancora che tecnologico, dei cambiamenti dei bisogni e dei consumi delle persone. A partire da una corretta comprensione della realtà e da una adeguata individuazione della soluzione tecnologica più adatta, un modello operativo come quello cooperativo potrebbe essere molto efficace. Questo apre potenzialmente grandi prospettive per il mondo della cooperazione, un modello dove è centrale il concetto di condivisione.

Scritto da
Piero Tagliapietra

Presidente di Digicoop e di Hypernova Società Cooperativa. Ho conseguito la laurea Triennale e la Specialistica in Semiotica all’università di Bologna e un master in sicurezza informatica. Strategist e Project manager, è autore di “Leader digitali. Dall’analisi dell’influenza online all’influencer management” (FrancoAngeli 2015) e “Gestire progetti digitali. Gli strumenti a disposizione del Project Manager” (FrancoAngeli 2020).

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