Imprenditorialità diffusa e filiere di prossimità. Il Patto per accompagnare il terziario nella transizione
- 20 Dicembre 2021

Imprenditorialità diffusa e filiere di prossimità. Il Patto per accompagnare il terziario nella transizione

Scritto da Enrico Postacchini

8 minuti di lettura

Enrico Postacchini, autore di questo articolo, è il Presidente di Confcommercio Emilia-Romagna


Il tempo della pandemia ha cambiato nel profondo il nostro modo di vivere, come solo i grandi fenomeni collettivi fanno, dentro la comunità e nelle esistenze individuali. Da subito ci siamo resi conto che, se la normalità fosse tornata, sarebbe stata una normalità diversa, per molti aspetti “nuova”. C’è stato dunque un prima e ci sarà un dopo: resilienza e ricostruzione.

Confcommercio Emilia-Romagna ha dimostrato attraverso i suoi associati grande resilienza, rimanendo sempre accanto alle imprese di ogni settore e di ogni dimensione, rimanendo salda, senza improvvisazioni e con forte senso civile e di responsabilità, anche andando in piazza ma sempre nel perimetro della legalità. Abbiamo dimostrato una “disponibilità responsabile”, senza mai esitare nel segnalare provvedimenti nazionali talvolta contraddittori e qualche volta insufficienti, ma sempre con forte spirito costruttivo, consapevoli di avere in Regione interlocutori seri e attenti ai bisogni del territorio e delle sue imprese.  Prima abbiamo affrontato l’emergenza, ora ricostruiamo il futuro, insieme. Ed è proprio il ricostruire, e il farlo insieme, l’obiettivo di questi difficili prossimi anni. E quando parliamo di ricostruzione non pensiamo a riproporre il vecchio, ciò che il tempo ha consumato e rovinato, ma a “costruire il nuovo” avendo il coraggio di osare e di proporre lungimiranti riforme strutturali impiegando le straordinarie disponibilità economiche che confluiranno anche nella nostra Regione per trasformare la pandemia in una occasione storica di rilancio.

La partecipazione e il confronto hanno sempre guidato il nostro lavoro quotidiano con le Istituzioni e in particolare con la Regione. Questa è la strada per giungere insieme ad un nuovo modello di sviluppo in cui lavoro e impresa possano essere pienamente riconosciuti, attraverso una nuova stagione di politiche pubbliche che, a partire dai risultati raggiunti fino ad oggi, guardino coraggiosamente al futuro con rinnovato desiderio di costruire e con spirito di sperimentazione e di innovazione.

Il coinvolgimento di tutte le forze sociali deve continuare ad essere pratica costante di lavoro, valorizzando pienamente le specificità di tutto il tessuto imprenditoriale, a partire dal terziario che produce valore aggiunto “sul” territorio e “per” il territorio attraverso la prossimità delle reti di vicinato e la socialità della relazione diretta con il consumatore e la comunità locale. Questo metodo, che ha permesso negli anni di affrontare e superare uniti i momenti più difficili, deve continuare ad essere il punto centrale di confronto tra privati e pubblico in tutte le future politiche della Regione.

Occorre riaffermare le ragioni, mai scontate, del nostro esistere come comunità perché istituzioni, imprese e forze sociali possano lavorare tutte insieme, per il bene comune. Senza perdere la propria identità e i propri valori, mettendo al centro il lavoro e i temi ambientali. E allora il Patto per il Lavoro e per il Clima, il progetto condiviso per il rilancio e lo sviluppo dell’Emilia-Romagna fondati sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale attraverso il contributo di enti locali, sindacati, imprese, scuola, atenei, associazioni ambientaliste, terzo settore e volontariato, professioni, camere di commercio e banche ha in questo impegnativo obiettivo l’occasione per ribadire la sua straordinaria valenza, confermandosi il luogo ove definire le mete strategiche verso cui orientare tutte le risorse disponibili e per condividere gli interventi urgenti e soprattutto quelli strutturali necessari per rimettere in moto l’economia e la società. La complessità, così come le grandi rivoluzioni, si affrontano solo con il coinvolgimento e una reazione corale della società, con la partecipazione e la progettazione condivisa.

Crediamo molto nel Patto, che da subito abbiamo accompagnato con forte convinzione, convinti che il confronto e la condivisione rafforzano la democrazia e generano coesione, un patrimonio che questo territorio ha saputo coltivare anche nei momenti più critici, facendo di questa capacità un vero e proprio tratto distintivo. Il Patto dovrà anche indicare la direzione per un utilizzo intelligente delle risorse del PNRR e dei fondi strutturali – aumentati questi ultimi per il prossimo settennio da 1,4 a più di 2 miliardi di euro – nella consapevolezza che la vera competitività dei territori si concretizza quando tutti i settori economici viaggiano alla stessa velocità, in una logica di stretta interconnessione.

Allora in questo contesto occorre dedicare grande attenzione al terziario di mercato, e soprattutto verso quei settori, come il commercio e il turismo, che non hanno ancora pienamente intercettato la ripresa post pandemia e che necessitano ancora di adeguati strumenti e sostegni.

Con il Next Generation EU e con la sospensione del Patto di Stabilità fino a tutto il 2022, l’Unione Europea ha recuperato la sua storica funzione di solidarietà e ha dimostrato la determinazione verso una ripresa comune. E proprio la sospensione del Patto di stabilità, in chiave anticrisi, apre la strada ad un ripensamento complessivo sul tema della “stabilità per il futuro”. In altre parole, l’Europa ha bisogno di nuove regole che rendano più efficace e trasparente non solo il merito, ma anche il metodo: a partire dai meccanismi per rafforzare democrazia e vicinanza ai cittadini, attraverso la piena partecipazione delle parti sociali. Anche perché nei prossimi anni saremo chiamati a gestire gli strumenti e le opportunità che derivano dalle politiche di coesione tradizionali insieme a quelli del piano europeo. Ricordiamo che, per il nostro Paese, ai 195 miliardi di euro del PNRR, si affiancheranno ulteriori rilevanti risorse provenienti tanto da fondi speciali nazionali quanto da quelli strutturali europei. Si tratta di ingenti risorse che dovranno essere spese bene e in tempi molto brevi. Senza una spesa di qualità rischiamo, infatti, di costruire un futuro economico debole e vulnerabile, lasciando alla next generation, per l’appunto, soltanto debiti. Per questo occorre da subito pensare a come convertire il piano di rilancio in uno strumento europeo strutturale.

La ripresa dell’economia italiana è, per ora, più intensa delle attese. Noi prevediamo una crescita al 5,9% nel 2021, che si attesterà al 4,3% per il prossimo anno. Non dimentichiamo però che la spesa per alberghi, bar e ristoranti, alla fine del 2021, sarà ancora inferiore di circa 34 miliardi di euro rispetto al 2019. Occorre tenere ben presente che, nei primi sei mesi di quest’anno, le presenze complessive sono ancora inferiori di 115 milioni sempre rispetto al 2019 e, di queste, 77 milioni sono assenze di turisti stranieri. Certo, ci aspettiamo incoraggianti consuntivi per i mesi estivi, ma da qui al pieno recupero dei livelli pre-crisi la distanza è ancora ragguardevole. E non dimentichiamo che le perdite inflitte alla grande filiera del turismo italiano e regionale possono tradursi in lesioni permanenti nelle attività della cultura, dei teatri, del cinema. Ma anche nel comparto del gioco pubblico, dell’intrattenimento e dello sport.

Nei primi sei mesi di questo 2021 il terziario di mercato contribuisce alla crescita del valore aggiunto di circa il 38%, nonostante molti settori che lo compongono siano stati chiusi almeno fino a febbraio. E, se lo stesso calcolo viene fatto per il solo secondo trimestre, il nostro contributo supera il 53%. Eppure, facendo nostra la sobrietà del Presidente del Consiglio – che suggerisce cautela sulle grandi performance dell’economia italiana, ricordando che in larga misura si tratta di un rimbalzo statistico – devo sottolineare che stiamo, sì, correndo, ma per tornare al punto di partenza, cioè al 2019. Due anni fa eravamo già molto indietro: il nostro prodotto pro capite era di 1.711 euro inferiore a quello del 2007. Tra il 1995 e il 2019 il PIL reale pro capite del nostro Paese è cresciuto dello 0,6% medio annuo, mentre in Germania è cresciuto dell’1,4%. Ma, dalla fase più drammatica della crisi pandemica a oggi, l’economia italiana ha avuto una maggiore accelerazione, grazie prima alla corsa della manifattura e oggi allo sprint dei servizi di mercato.

Nel complesso, il biennio 2021-22 dovrebbe quindi portare al pieno recupero della perdita di PIL subita nel corso della pandemia, anche se questo non consentirà di tornare sui livelli massimi del 2007. Obiettivo ancora lontano e per il cui raggiungimento sarà di fondamentale importanza utilizzare al meglio le risorse di Next Generation EU e le azioni previste dal PNRR. Sul prossimo futuro c’è, inoltre, l’incognita rappresentata da possibili forti pressioni inflazionistiche, con prezzi che crescerebbero dell’1,9% medio nell’anno in corso e di oltre il 3% nel 2022. Ciò ridurrebbe il potere di acquisto, e quindi i consumi, delle famiglie, incidendo negativamente sulla ripresa. Oggi il sentiment delle famiglie, su livelli storicamente molto elevati, è prevalentemente determinato dalle sensazioni riguardo al buon andamento dell’economia in generale, mentre stenta a migliorare sia la percezione della propria condizione sia l’aspettativa sul futuro. Insomma, la ripartenza dei consumi interni sarà in ogni caso molto faticosa. Le incertezze quindi non mancano.

In Emilia-Romagna è stato fatto un passo molto importante dando nella Strategia di specializzazione intelligente (S3) – un quadro strategico di azioni per orientare le risorse della programmazione europea 2021-2027 con l’obiettivo del rafforzamento competitivo e della crescita occupazionale del sistema economico regionale – pieno riconoscimento al turismo, che con il suo indotto vale quasi il 12% del PIL emiliano-romagnolo, come elemento strategico per il futuro economico della Regione: per approfondire i temi legati al suo sviluppo innovativo e sostenibile sarà costituito un ClustER, mettendo al servizio del settore le migliori esperienze e i migliori talenti, così come si realizzerà, primo in Italia, il ClustER sull’Economia Urbana, contesto nel quale commercio e servizi rivestono un ruolo di fondamentale importanza. I centri di assistenza tecnica – CAT – del sistema associativo rivestiranno per il futuro un nuovo ruolo, sviluppando funzioni di sostegno all’innovazione d’impresa.

Il PNRR porterà – se le sapremo mettere a terra – tantissime risorse dentro l’economia reale, anche cogliendo appieno la transizione digitale. Occorre far leva, in questo ambito, sugli ecosistemi digitali per l’innovazione, in particolare a misura di piccole e medie imprese. La sfida della rivoluzione digitale è una questione di democrazia sostanziale, tra persone, tra generazioni, tra imprese. Abilitare al digitale alcune nostre aziende, magari quelle più tradizionali, significa non solo accettare la sfida del cambiamento per restare sul mercato. Ma rendere migliore il mercato “da dentro”. E per far tutto questo le imprese devono essere messe nella condizione di fare investimenti. Investimenti, liquidità, solidità patrimoniale: è un terreno sul quale resta tanto da fare nonostante gli interventi a sostegno.

Il progressivo indebolimento della rete di servizi di prossimità per i cittadini ha reso evidente, da più di un decennio, la necessità di arginare la perdita di funzioni nelle città. È quindi necessario definire un nuovo quadro di politiche per le città che mettano al centro le economie urbane, consentendo l’attuazione di strategie rigenerative locali condivise con amministrazioni pubbliche, associazioni di imprese, cittadini e ampi partenariati locali. Il coinvolgimento del tessuto imprenditoriale urbano è determinante per rispondere in modo efficace alle sfide di innovazione e di transizione digitale, ecologica e demografica a partire dai valori identitari.

Perseguire strategie fortemente integrate significa affiancare la riqualificazione degli elementi fisici della città e le questioni green con lo sviluppo dei fattori sociali ed economici, specialmente in relazione alle nuove tecnologie e al digitale. Solo così si otterrà un rilancio complessivo delle aree urbane, creando al contempo occasioni di sviluppo sostenibile, duraturo e inclusivo con la creazione di nuove occasioni di lavoro.

Ma particolare attenzione dovrà essere comunque rivolta anche allo sviluppo delle aree interne: si dovranno definire percorsi, riforme e investimenti, strategie per colmare i divari tra aree urbane e montane, tra centri e periferie, tra città e paesi. Divari che aumentano e che creano ulteriori disuguaglianze, oltre a spopolamento, fragilità, desertificazione economica e sociale. La transizione ecologica e quella digitale possono invertire questi processi, nella logica dell’ecologia integrata. E il patto necessario tra città e montagne diventa fondamentale.

Siamo sicuri che ci siano già molte imprese pronte ad affrontare le nuove sfide ambientali, imprenditori e imprenditrici che si interrogano sulla dignità del proprio lavoro e delle proprie imprese. Nella società del mercato in cui la domanda è «quanto costa», noi siamo quella parte di operatori economici che ritengono che la nuova stagione si debba basare anche sul «quanto vale». Crediamo che l’economia del futuro debba essere l’economia del “Bene Essere”, consapevoli che ciò richiederà un cambio di approccio da parte di tutti gli stakeholder e il coinvolgimento fattivo del sistema-Paese nel suo complesso. Occorre che questo percorso sia graduale e progressivo e che si sorregga su un processo strutturato di analisi costi e benefici, misurando gli effettivi impatti sui diversi comparti economici e, soprattutto, prevedendo l’accompagnamento delle imprese verso questo percorso con strumenti incentivanti e misure alternative e compensative.

È importante accompagnare e sorreggere le trasformazioni necessarie del modello italiano di pluralismo distributivo. Di un commercio italiano e regionale, cioè, complessivamente chiamato a confrontarsi con le prove della multicanalità e della sostenibilità, ma anche con un ripensamento degli spazi urbani, che sottende un modello di rigenerazione urbana profondamente collegato a politiche e strumenti di rivitalizzazione del tessuto economico e sociale territoriale e di contrasto dei processi di desertificazione commerciale. Rimane strategico il ruolo della formazione in un sistema di “imprenditorialità diffusa” come il nostro in cui la persona è ancora il primo fattore di innovazione per l’impresa. I necessari percorsi di digitalizzazione delle imprese e di sostenibilità ambientale nascono dalla consapevolezza e dalla conoscenza che solo la formazione continua, a tutti i livelli, può offrire alle persone, così come diventerà strategico investire sulla formazione tecnica-superiore, per trasferire nuove competenze e favorire il ricambio generazionale.

Scritto da
Enrico Postacchini

Presidente di Confcommercio Emilia-Romagna e Presidente Confcommercio Ascom Bologna. È inoltre Presidente di Iscom Bologna (Ente di Formazione dell’Associazione Commercianti); Presidente Aeroporto Marconi di Bologna S.p.A. e Presidente Cedascom S.p.A.

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