Evoluzione e nuove prospettive della responsabilità sociale di impresa
- 15 Giugno 2021

Evoluzione e nuove prospettive della responsabilità sociale di impresa

Scritto da Carlotta Cerri

14 minuti di lettura

Nel panorama odierno un aspetto che senza dubbio colpisce è la numerosissima quantità di definizioni, sia accademiche che istituzionali, tese a descrivere il concetto di responsabilità sociale di impresa. Tuttavia, nessuna di queste risulta in grado di dare una definizione univoca e universale sul cosa si intenda per RSI. Un fattore in grado di spiegare questa divergenza, oltre alla specificità della cultura che contraddistingue ogni impresa, risiede nel rapido cambiamento avvenuto negli ultimi decenni riguardo all’approccio di queste ultime verso doveri etici e sociali.

A partire dagli anni Novanta le istituzioni internazionali hanno cominciato ad interessarsi maggiormente ai problemi globali e a prendere in considerazione le responsabilità sociali ed ambientali delle imprese operanti all’interno del mercato. Una prima importante iniziativa a livello europeo avvenne nel 1995 quando venti leader di altrettante imprese, sotto la guida dell’allora presidente della Commissione Europea Jacques Delors, sottoscrissero l’European Business Declaration against Social Exclusion e il Forum europeo multistakeholder sulla RSI, gettando così le basi per quello che poi sarebbe divenuto nel 2001 il Libro Verde della Commissione Europea. Tale documento, dal titolo Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese, ha dato origine ad un ampio dibattito sulla RSI e ne ha proposto una prima definizione. Con responsabilità sociale di impresa si intende: «l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate».

Nel Libro Verde si afferma inoltre che: «essere socialmente responsabili significa non solo soddisfare pienamente gli obblighi giuridici applicabili, ma anche riuscire ad andare oltre investendo di più nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con le parti interessate». Sottolineando così che un’impresa socialmente responsabile, per essere considerata tale, non dovrà limitarsi al solo rispetto delle leggi o delle norme sociali di comportamento, ma dovrà essere in grado di includere un significativo investimento in termini di capitale umano e di integrare all’interno delle proprie strategie obiettivi sociali ed ambientali in grado di garantire una migliore coesione sociale. Sempre secondo la Commissione europea, tali azioni porteranno a significativi miglioramenti anche in termini di competitività e di crescita delle imprese stesse.

Negli anni successivi la RSI è stata poi progressivamente integrata in vari atti e documenti quali l’Agenda sociale europea, la strategia dell’Unione Europea per lo sviluppo sostenibile e la Piattaforma europea contro la povertà e l’esclusione sociale. Nel 2006 dopo anni di dibattiti e consultazioni, la Commissione Europea si è fatta ideatrice di un’Alleanza europea per la responsabilità sociale d’impresa con lo scopo di dare vita a partenariati e offrire nuove opportunità per favorire ed incentivare lo scambio di buone pratiche connesse alla RSI.

Un ulteriore fondamentale contributo che ha segnato il cammino delle politiche europee in tema di responsabilità sociale d’impresa è rappresentato dalla comunicazione della Commissione Europea del 2011 dal titolo: Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-2014 in materia di responsabilità sociale delle imprese. Il documento, definendo la RSI come: «la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società» pone l’attenzione sui cambiamenti in termini economici e sociali, che le scelte di ogni impresa possono produrre dentro la società nella quale operano. In questo senso, il documento presentato dalla Commissione nel 2011 sancisce un nuovo corso di azione riguardo al tema della responsabilità sociale di impresa sottolineando come, attraverso l’integrazione di questioni sociali e ambientali all’interno della propria strategia, l’impresa sarà in grado di dar vita ad un nuovo valore condiviso.

Attualmente, la strategia dell’Unione Europea in materia di RSI si basa sulle indicazioni contenute all’interno della Strategia Europa 2020. L’obiettivo è quello di creare condizioni favorevoli per una crescita declinata sotto tre aspetti: intelligente, sostenibile e inclusiva. Secondo l’Unione Europea, la crescita intelligente fa riferimento allo sviluppo di un’economia poggiata sulla conoscenza e sull’innovazione; la sostenibilità tende invece alla promozione di un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva; infine la crescita inclusiva attiene la promozione di un’economia in grado di favorire la coesione sociale e territoriale. Risulta chiaro quindi come gli interventi messi in atto a livello europeo negli ultimi decenni in ambito di RSI cerchino di adattarsi ad un periodo storico in continua evoluzione, dove i ruoli delle istituzioni e delle comunità cambiano rapidamente e dove la globalizzazione dei processi economici richiede la partecipazione di tutti gli attori della società civile che devono svolgere un ruolo determinante per contribuire in modo sostanziale, ad una crescita e ad uno sviluppo che siano parte di un più vasto e generale miglioramento.

La condotta socialmente responsabile è divenuta un fattore che è entrato a far parte della cultura e del patrimonio dell’impresa. Questo si deve al fatto che il crescente ed evidente interesse verso la responsabilità sociale dell’impresa non è assimilabile ad un fenomeno passeggero, di transito, ma è il risultato di un lungo percorso culturale nel quale l’impresa reagisce al mutare delle condizioni di mercato. Tutto questo sta diventando sempre più chiaro alle imprese, ed è testimoniato dal fatto che il numero di soggetti impegnati attivamente nell’inserimento all’interno della propria strategia aziendale di tematiche sociali ed ambientali è in costante crescita.

Tuttavia, per poter parlare veramente di responsabilità sociale è essenziale riuscire a comprendere ciò che sta alla base, ossia la consapevolezza da parte delle imprese che responsabilità economica e sociale non possono essere più viste come qualcosa di disgiunto e lontano dalla propria realtà. La RSI deve fondarsi sulla decisione volontaria di voler autenticamente superare gli obblighi che le leggi stabiliscono e impongono, e non a limitarsi all’applicazione di una serie di regole prestabilite e “accortezze” burocratiche. Il rischio che si potrebbe generare sarebbe quello di considerare la responsabilità sociale unicamente come mezzo per migliorare la propria immagine e reputazione, per generare maggiori profitti o per sentirsi legittimati a compiere azioni talvolta persino disoneste.

Il dibattito sulla responsabilità sociale resterebbe dunque vago se non si precisasse verso quali soggetti le aziende devono essere socialmente responsabili. Un primo modo di concepire la RSI è quello lungamente sostenuto da Milton Friedman, il quale la definisce come addirittura una pratica pericolosa per l’impresa stessa, in grado di distogliere l’impresa dal profitto, solo e unico obiettivo. Nella sua opera, Capitalism and Freedom, l’autore scrive: «C’è una e una sola responsabilità sociale dell’impresa: usare le sue risorse e dedicarsi ad attività volte ad incrementare i propri profitti a patto che essa rimanga all’interno delle regole del gioco, il che equivale a sostenere che competa apertamente senza ricorrere all’inganno o alla frode»[1].

Nelle parole di Friedman il messaggio risulta chiaro: l’unica responsabilità a carico dell’impresa è quella di rendere massimo il profitto e, dato che «il profitto rappresenta un indicatore sintetico dell’efficienza allocativa, massimizzare il profitto significa utilizzare al meglio risorse scarse quindi in ultima istanza, operare per il bene comune»[2]. Sempre l’economista americano, fondatore della Scuola di Chicago, prosegue: «Poche tendenze possono minacciare le fondamenta stesse delle nostra libera società come l’accettazione da parte dei responsabili di impresa di una responsabilità sociale che sia altro che fare tanti più soldi possibile per i loro azionisti». Secondo Friedman e i suoi sostenitori, l’unica e sola responsabilità a cui ogni impresa deve rispondere è quella tesa a rendere massimo il vantaggio dei propri azionisti. Secondo questa logica infatti Sacconi[3] definisce i manager veri e propri “agenti fiduciari degli azionisti” il cui solo ed unico scopo è utilizzare il denaro affidato da questi ultimi per ricavarne il maggior guadagno possibile. Sempre secondo le parole dell’autore, tuttavia: «se i manager impiegano questo denaro per contribuire a cause sociale che essi ritengono moralmente pregevoli, e ciò rappresenta un costo addizionale per l’impresa, allora in effetti ciò che i manager fanno è imporre una tassazione sugli azionisti, senza che nessuno abbia loro conferito l’autorità di farlo». Sotto quest’ottica quindi, qualsiasi pratica riguardante la responsabilità sociale si configura come un vero e proprio “furto” a danno degli azionisti. L’azione più giusta da porre in essere è far in modo che i manager perseguano esclusivamente gli obiettivi degli azionisti, secondo la logica dello shareholder value. Sarà poi compito dei destinatari dei dividendi, di scegliere volontariamente se indirizzare parte dei loro profitti a scopi di utilità sociale.

Sorge a questo punto spontanea una domanda: come fare a riconoscere un’impresa che ha deciso di allargare la propria vision, inserendo all’interno del proprio core business obiettivi di utilità sociale e attenzione all’ambiente, da una che pone in essere pratiche socialmente responsabili solamente per trarne un vantaggio esclusivamente economico?

Una prima risposta può essere fornita osservando le diversa modalità con cui queste scelte vengono adottate. In particolare, le imprese che decidono di utilizzare pratiche di responsabilità sociale con la sola finalità di un ritorno economico agiranno ex post, cioè seguendo il ragionamento per cui se al termine dell’esercizio l’impresa avrà registrato un risultato economico soddisfacente, si deciderà di destinare parte del surplus conseguito ad iniziative con finalità solidaristiche o di utilità sociale. Le azioni risulteranno quindi interventi ed iniziative sicuramente apprezzabili, che però non possono identificarsi come RSI ma solamente come forme di filantropia d’impresa[4]. Da qui emerge un chiaro elemento di distinzione, e cioè la non continuità nel tempo di pratiche socialmente responsabili, che vengono adottate solo quando il risultato economico conseguito lo permette. Per questo motivo uno degli aspetti cruciali riguarda il fatto che è possibile parlare si RSI solo se questa viene integrata all’obiettivo dell’impresa e non vista semplicemente ed esclusivamente come una serie di interventi periferici che, per quanto interessanti e meritevoli, vengono compiuti solo al raggiungimento di determinati obiettivi economici.

Un secondo aspetto si riferisce alle organizzazioni che intraprendono azioni di responsabilità sociale al fine di compensare comportamenti socialmente irresponsabili. Imprese che nel perseguimento del proprio obiettivo si trovano ad adottare pratiche dannose per l’ambiente o lesive dei diritti fondamentali, corrono oggi l’alto rischio di essere oggetto di denunce da parte delle istituzioni, da enti non profit e dall’opinione pubblica, subendo così pesanti perdite economiche sia a seguito di possibili sanzioni, sia dal punto di vista dell’immagine e della reputazione. In questo secondo caso la RSI rappresenta per l’imprenditore esclusivamente un costo da sostenere. Un esempio di questa pratica è il crescente sviluppo del fenomeno denominato greenwashing, termine coniato in America a partire dai primi anni Novanta per indicare strategie comunicative mirate a far emergere un’immagine positiva dell’impresa sotto il profilo dell’impatto ambientale, senza tuttavia mettere in atto un’effettiva strategia di sostenibilità. Anche in questo caso, si può riscontrare una discontinuità nell’adozione di pratiche socialmente responsabili, le quali verranno subito abbandonate una volta che le pressioni dei cittadini e delle organizzazioni della società civile verranno meno.

A conclusione di quanto fino ad ora esposto, sono due i principi sottostanti all’azione di imprese che hanno alla base solamente la massimizzazione del profitto: il principio di restituzione e quello di compensazione. In base a questi principi l’imprenditore sentirà il dovere morale di compiere azioni socialmente rilevanti solo per restituire parte dei propri profitti alla società che ha contribuito a realizzarli e per rimediare ai danni arrecati a seguito delle proprie azioni. Saranno questi i due elementi da applicare per un’analisi che consente di distinguere coloro che hanno deciso di integrare all’interno della propria strategia aziendale obiettivi sociali, da chi invece utilizza pratiche di RSI solo per aumentare i propri profitti. Oltre al fatto che per questi ultimi è necessario aggiungere che i comportamenti tenuti saranno caratterizzati dalla scarsa continuità nel tempo.

Seguendo il pensiero di Friedman, si arriva così ad affermare l’idea del primato dell’azionista che contribuisce a diffondere il modello di shareholder value basato sul rapporto di agenzia secondo cui l’azionista-principale, al fine di rendere massimi i propri profitti si affida al manager-agente. Emerge quindi che l’impresa viene vissuta come una rete di contratti temporanei tra soggetti privati, spesso finalizzati al raggiungimento di obiettivi di breve periodo.

Se Friedman descrive la responsabilità sociale come una pratica pericolosa, ciò che la realtà dei fatti ha dimostrato è che di pericoloso sono proprio queste concezioni riguardanti l’impresa. Una caratteristica che distingue una strategia basata sullo shareholder value si evidenzia in fenomeni di miopia manageriale, che possono esplicitarsi in comportamenti incentrati sulla continua ricerca dell’efficienza come fine a sé stessa, mettendo così in atto scelte dovute ad una mancanza di lungimiranza e finendo così per pregiudicare la crescita nel lungo periodo. Il profilo che contraddistingue le imprese ispirate esclusivamente dalla logica del massimo profitto si evidenzia attraverso alcune caratteristiche. Un aspetto riguarda il rapporto con gli interlocutori, che tengono a configurarsi come relazioni puramente strumentali all’obiettivo dell’impresa. Un ulteriore elemento si riferisce alla strategia che, proprio per il suo esplicito orientamento tende a privilegiare gli interessi dei soli azionisti, non può questa sprigionare forza coesiva nei confronti della generalità degli interlocutori[5]. Per questo, la comunicazione di coinvolgimento degli stakeholder, nei casi in cui non è del tutto assente, tende per la maggior parte dei casi ad assumere delle connotazioni manipolatorie. Inoltre, strumenti come codici etici o bilanci sociali, se attivati, non rappresentano realmente riferimenti e guide per la governance, ma solamente mezzi per far emergere un’immagine di impresa solo apparentemente attenta e rispettosa delle problematiche sociale ed ambientali.

Un’altra interpretazione della responsabilità è quella sviluppata a partire dagli anni Ottanta da Robert Edward Freeman che propone un passaggio dal modello di shareholder value, basato sulla visione dell’impresa come una rete di contratti, a quello della stakeholder value, definendo gli stakeholder come: «[..] tutti gli individui e i gruppi bene identificabili da cui l’impresa dipende per la sua sopravvivenza: azionisti, dipendenti, clienti, fornitori e agenzie governative chiave. In senso più ampio, tuttavia, stakeholder è ogni individuo ben identificabile che può influenzare o essere influenzato dall’attività dell’organizzazione in termini di prodotti, politiche e processi lavorativi»[6]. Secondo la logica di Freeman risulta quindi fondamentale porre al centro della strategia le relazioni tra tutti i diversi attori portatori di interessi nei confronti dell’impresa.

In una visione di questo tipo il ruolo del manager risiede nell’amministrare l’impresa al fine di creare valore per i vari stakeholder, in quanto le aspettative di ciascuno devono essere poste sullo stesso piano. Tuttavia, riuscire a bilanciare tutti gli interessi non è cosa da poco. Se da un lato è vero che tutti gli stakeholder sono portatori di interessi legittimi nei confronti dell’impresa, dall’altro è vero anche che questi interessi sono spesso in conflitto tra loro. La sfida che decreterà il successo per l’impresa sarà quindi trovare il giusto punto di equilibrio tra le diverse aspettative che ciascun soggetto ha nei confronti di essa. Una risposta a questo problema di bilanciamento viene dall’adozione di un approccio multistakeholder. Una domanda allora sorge spontanea: come è possibile in modo concreto riuscire a passare ad un modello di governance capace di equilibrare tutti gli interessi, spesso divergenti, dei diversi stakeholder?

Un valido aiuto è quello della proposta di AccountAbility, lo AA1000 Stakeholder Engagement Standard, documento contenente le linee guida per il miglioramento della qualità dello stakeholder engagement. Un primo aspetto su cui si deve poggiare una governance multistakeholder riguarda innanzitutto la conoscenza degli attori coinvolti e delle loro concrete aspettative. L’impresa dovrà quindi stabilire una metodologia orientata a identificare e mappare i propri stakeholder, e inoltre comprenderne la tipologia di interessi di cui si fanno portatori. La mappatura viene costruita a partire dall’individuazione dei vari stakeholder e dell’analisi della materiality, cioè della rilevanza dei singoli portatori d’interesse rispetto al business dell’azienda e/o alle singole iniziative messe in atto dall’impresa. La fase successiva prevede la comprensione delle aspettative degli stakeholder e il coinvolgimento di questi ultimi. In questa seconda fase un ruolo fondamentale è quello del dialogo. Con l’espressione stakeholder dialogue si identifica difatti l’insieme di tutte le pratiche relative al confronto e al dibattito tra attori su base paritetica, allo scopo di giungere ad una comune visione e a giudizi condivisi su particolari problemi di interesse reciproco. Solo una volta identificati tutti gli stakeholder e dopo aver compreso le loro aspettative, si potrà procedere all’elaborazione di un’efficace linea strategica da seguire, costruita su di un modello di governo capace di equiparare tutti gli interessi in gioco. Con il progressivo diffondersi della CSR le imprese coinvolte hanno verificato che la collaborazione con gli stakeholder può contribuire in modo determinante all’innovazione di prodotto e di processo volti a migliorare la sostenibilità delle attività aziendali. Scopo della stakeholder engagement è aiutare tutte le parti coinvolte a comprendere e a risolvere le problematiche socio-ambientali connesse con l’attività imprenditoriale. Tuttavia questi obiettivi possono essere raggiunti soltanto se la responsabilità sociale diventa una componente essenziale della mission imprenditoriale, determinando la strategia aziendale e orientando le scelte quotidiane nelle diverse aree della gestione, si potrà a questo punto considerare raggiunto l’obiettivo della RSI.

Dalle due visioni proposte emerge chiaramente che ci troviamo in presenza di concezioni diverse circa il mandato sociale dell’impresa. Secondo la versione sostenuta da Friedman, amministratori e manager hanno il compito di agire considerando esclusivamente gli interessi degli azionisti al fine di ricavare il massimo guadagno per conto di questi ultimi. In un’ottica di questo tipo l’impresa non ha nessuna responsabilità nei confronti degli stakeholder, se non quelle definite per legge. Dall’altra parte, la visione proposta da Freeman è tesa invece al sostegno del fatto che l’impresa non può più prescindere da responsabilità sociali ed ambientali e che, per garantirne lunga vita, risulta fondamentale porre al centro della strategia le diverse istanze promosse dai vari stakeholder.

In questo contesto è tuttavia necessario compiere un passo avanti in quanto non è più sufficiente chiedere all’impresa di produrre ricchezza in modo socialmente accettabile. Oggi più che mai, il compito chiesto alle imprese deve essere quello di svolgere un ruolo attivo insieme allo Stato e alla società civile per ridisegnare l’assetto economico e istituzionale della società. L’impresa di oggi deve configurarsi come un’istituzione inclusiva, e cioè in grado di facilitare l’inclusione nel processo produttivo di tutte le risorse, assicurando al tempo stesso il rispetto dei diritti umani fondamentali e la riduzione delle disuguaglianze sociali. È proprio in questo contesto che l’impresa socialmente responsabile deve collocarsi in modo da contribuire al passaggio verso un assetto istituzionale inclusivo. Questo significa che la nozione di responsabilità sociale intesa solo come la capacità di tener conto di tutte le classi di stakeholder non risulta più sufficiente, ciò che è necessario è passare da un approccio multistakeholder al mettere in pratica il concetto definito da Stefano Zamagni con il termine di democratic stakeholding[7], dove l’impresa assolve il compito di concorrere alla democratizzazione del mercato.

Esempi concreti di tipologie di organizzazioni che negli ultimi anni hanno contribuito concretamente a questo ambizioso obiettivo si possono ritrovare in tutte quelle imprese che hanno assunto la qualifica di Società Benefit, scegliendo così di perseguire un obiettivo multidimensionale che equipara la produzione di profitto alla creazione di un impatto positivo sulla società e sul territorio. Un ulteriore esempio riguarda le Low-Profit Limited Liability Corporation, una struttura ibrida nata anch’essa negli Stati Uniti e in grado di creare un passaggio tra imprese non profit e imprese lucrative, aprendo forme di finanziamento ad organizzazioni che, pur essendo tecnicamente a scopo di lucro, hanno un interesse socialmente rilevante. Un’analoga tendenza si è affermata in Gran Bretagna con le Community Interest Companies (CIC), società a responsabilità limitata che esercitano un’attività sociale. Tornando al contesto italiano, un ulteriore virtuoso esempio è quello offerto dalle Startup Innovative a Vocazione Sociale (SIAVS), identificate come società che, oltre a rispettare gli stessi requisiti posti in capo alle SRL innovative, operano in almeno uno dei settori specifici considerati di particolare valore sociale come: assistenza sociale e sanitaria, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, valorizzazione del patrimonio culturale e turismo sociale.

In tutti questi esempi riportati, oltre alle singole caratteristiche che contraddistinguono le diverse realtà, ciò che veramente conta è l’obiettivo di fondo che le accumuna è cioè la volontà di concorrere ad un processo finalizzato a rendere democratico il mercato. Emerge quindi che la responsabilità sociale delle imprese non può più limitarsi al semplice rispetto di principi etici, ma significa creare nuovo valore. Negli ultimi anni infatti è nato un nuovo concetto di sviluppo sostenibile, basato principalmente sul valore condiviso. Questa teoria si focalizza in particolar modo sulle connessioni tra progresso sociale ed economico, partendo dall’assunto fondamentale che vede entrambi come elementi che possono concorrere a produrre valore. L’obiettivo delle imprese di oggi deve essere ridefinito attorno alla creazione di qualcosa che vada al di là degli interessi del singolo imprenditore e che permetta di contribuire allo sviluppo economico e al cambiamento sociale dell’intera società. Questo porterà a ridefinire il capitalismo e la sua relazione con la società, e darà inizio ad una nuova ondata di innovazione e crescita della produttività nell’economia globale, dove l’impresa riuscirà a dialogare con tutte le sfere attraverso le quali la società si articola, dando così vita ad un nuovo modello che, rispettando gli interessi di tutti gli stakeholder, contribuirà alla creazione del bene comune[8].

A conclusione di questo scritto, doverosa riflessione riguarda le modalità attraverso cui l’azienda riesce a rendicontare il proprio impegno verso l’ambiente e la società nella quale opera. Lo strumento principale utilizzato dalle aziende è sicuramente il bilancio di sostenibilità, all’interno del quale confluisce tutta la rendicontazione non finanziaria finalizzata a esprimere i risultati che l’impresa ha raggiunto nel rispondere alle aspettative dei suoi stakeholder. La crescente attenzione riguardo agli strumenti in grado di riuscire a cogliere e valorizzare questo cambiamento di prospettiva da parte delle imprese ha portato con sé anche una crescente attenzione riguardo al concetto di impatto sociale, sottolineando come si stia cercando di andare ben oltre agli output prodotti dall’attività per arrivare alla creazione di un cambiamento di lungo periodo[9]. Con valutazione di impatto sociale si intende infatti: «la valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato». In questo contesto, l’impatto sociale rappresenta il cambiamento che l’agire dell’organizzazione provoca a più livelli: economico, sociale, ambientale e culturale.

L’attivazione della valutazione di impatto sociale può essere condotta a due livelli: un primo livello rendicontativo, che confronta i risultati ottenuti con gli obiettivi prefissati ed esprime un giudizio sull’operato; e un secondo livello, di spiegazione, con il quale si avvia un processo di apprendimento organizzativo dove si analizzano gli effetti degli interventi realizzati, individuando così un rapporto causale fra l’intervento e ciò che è stato prodotto[10]. Tale attività, utilizzata principalmente dagli Enti di Terzo Settore, può costituire un importante elemento anche per le aziende che operano nel settore for profit. Da una parte, gli esiti di questa valutazione contribuiranno infatti a costituire una rilevante base informativa per la riformulazione di nuove strategie e per avviare un processo riflessivo circolare all’interno dell’organizzazione. Ulteriori ripercussioni riguardanti l’impresa si configurano anche in un aumento di capitale reputazionale e nella correlazione positiva esistente tra valore sociale prodotto nei confronti dei propri dipendenti e aumento di produttività di questi ultimi. Dall’altra parte, l’importanza dell’utilizzo della valutazione di impatto sociale applicata alle imprese for profit, potrebbe rappresentare la dimostrazione tangibile della volontà delle organizzazioni di concorrere realmente alla produzione del bene comune. Grazie alla valutazione di impatto sociale sarà di fatto possibile distinguere le organizzazioni che producono un valore sociale da quelle che non lo fanno.

In conclusione, risulterà fondamentale affiancare agli strumenti tradizionali come il bilancio sociale o il codice etico, che riescono a rappresentare solo un primo livello di analisi, la valutazione di impatto sociale. Sarà grazie a quest’ultima che si riuscirà così a spiegare il nesso causale esistente tra l’azione promossa e il cambiamento sociale generato, necessario per la produzione di bene comune.


[1] Friedman M. (1962), Capitalism and Freedom, Chicago, University of Chicago Press.

[2] Zamagni S. (2003), “Dell’identità delle imprese sociali e civili: perché prendere la relazionalità sul serio”, in Zamagni S. (ed.), Il nonprofit italiano al bivio, EGEA, Milano.

[3] Sacconi L. (1991), Etica degli affari: individui, imprese e mercati nella prospettiva di un’etica razionale, Milano, il Saggiatore.

[4] Zamagni S. (2013), Impresa responsabile e mercato civile, Bologna, il Mulino.

[5] Sacconi L. (a cura di) (2005), Guida critica alla Responsabilità sociale e al governo d’impresa, Roma, Bancaria Editrice.

[6] R. E. Freeman (1984), Strategic Management: a stakeholder approach, Boston, Pitman Publishin Inc.

[7] Zamagni S. (2006), “Responsabilità sociale dell’impresa e democratic stakeholding”, Rivista della Cooperazione, 1, pp. 53- 62.

[8] Zamagni S. (2013), Impresa responsabile e mercato civile, Bologna, il Mulino.

[9] Zamagni S., Venturi P., Rago S. (2015) “Valutare l’impatto sociale. La questione della misurazione nelle imprese sociali”, Impresa Sociale, 6, pp.77-97.

[10] Bonaga G. (2017), “Valutazione d’impatto: il valore delle imprese sociali”, pp. 261-320 In Matacena A., La cooperativa, impresa altera. Mission, Governance e Accountability, Milano, Franco Angeli.

Scritto da
Carlotta Cerri

Laureata magistrale in management dell’economia sociale presso l’Università di Bologna. Appassionata di economia civile e di imprenditorialità sociale, attualmente sta approfondendo competenze di progettazione di welfare plurale con un master in governance e innovazione di welfare locale.

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