Fallimento e accademia: alla ricerca di una cultura possibile
- 21 Maggio 2022

Fallimento e accademia: alla ricerca di una cultura possibile

Scritto da Mafalda Sandrini, Kata Katz

5 minuti di lettura

Il primo a creare un quadro per il fallimento nella scienza fu Karl Popper, che propose un approccio alla conoscenza e alla sua creazione basato sulla falsificazione empirica. Secondo l’epistemologia moderna, di cui Popper è uno dei principali esponenti, la scienza avanza per ipotesi che vengono confermate o confutate, andando a costituire una conoscenza in continua evoluzione. Una confutazione fallita è pur sempre una verifica, ossia un avanzamento nella conoscenza di un determinato settore. La fallibilità costituirebbe quindi il fondamento della scoperta scientifica, che è fatta di tentativi e procede per errori che vengono via via corretti. Eppure, ciò che vediamo e incontriamo nelle istituzioni accademiche oggi è una cultura che opera solo per il successo, ignorando la base epistemologica stessa della produzione di conoscenza. Paul Feyerabend, allievo di Popper e uno dei pensatori più radicali della filosofia della scienza, attacca ulteriormente i dogmi normativi dell’ideologia razionalista. Secondo la sua visione anarchica, infatti, le ipotesi di conferma non migliorano la conoscenza, ma preservano le vecchie teorie che non sono necessariamente le migliori, poiché un’ipotesi provata risolve una misura, mentre una fallita rappresenta un passo verso una scoperta. Incoraggiando una visione umana della scienza, Feyerabend sostiene che il successo nella scienza è solitamente giudicato dall’uniformità delle procedure, quando in realtà tale approccio non esiste: il progresso avviene perché gli scienziati rompono le regole e spingono le loro idee oltre i limiti, quando si imbattono in incidenti che possono rivelare qualcosa di inaspettato.

Ciononostante, gli insegnamenti di Popper e Feyerabend sembrano essere stati dimenticati, in un’era in cui il mondo accademico e la ricerca hanno dato vita a un ambiente altamente competitivo e orientato al successo. L’approccio “sbagliando si impara” sembra essere stato abbracciato da molte altre sfere sociali, in primo luogo dall’imprenditoria, che ha fatto del modello popperiano il suo imperativo motivazionale. Il mantra degli imprenditori può essere riassunto nell’espressione americana fail fast, fail often, fail better, poiché ogni errore è un passo verso il successo. La narrativa del successo, ove applicata all’approccio della ricerca di oggi, nasconde però delle insidie epistemologiche che eliminano l’accettazione del fallimento come parte intrinseca del percorso di ricerca, e promuovono invece la dicotomia successo/fallimento. Un fallimento è apprezzabile quando è un impasse sulla via del successo, e non un vicolo cieco; si pensi ad esempio alla Hall of Fame dei fallimenti nella scienza, in cui vengono spesso citati Einstein, Fermi, Edison. Che cosa dire, invece, di tutti coloro che pur fallendo hanno contribuito al progresso della conoscenza per la società? Si prenda il sistema delle pubblicazioni. L’obiettivo di pubblicare articoli su riviste scientifiche è quello di comunicare alla comunità scientifica gli obiettivi e il processo seguito per raggiungerli; eppure esiste un fenomeno chiamato publication bias, cioè la tendenza sistematica a pubblicare esperimenti o ricerche che presentano risultati statisticamente significativi o positivi, in contrapposizione a quelli che presentano risultati negativi. Si tratta di una prassi che mina fortemente l’integrità degli scienziati (basti pensare al detto publish or perish) e la validità della scienza. Se è vero che i documenti con risultati negativi possono sembrare meno attraenti, è anche vero che la scelta di non pubblicarli tutela una visione della ricerca basata sul successo, che ostacola la comunicazione tra ricercatori.

Conoscere gli errori degli altri, che si tratti di un errore di metodologia o di un esperimento con risultati negativi, permetterebbe invece di evitare la replica di esperimenti o studi che hanno già fallito. La scienza come processo collaborativo trarrebbe grande beneficio dal condividere gli errori e dal ricevere feedback sulle idee la cui funzionalità è ancora in dubbio, piuttosto che su quelle che già funzionano. Un altro esempio è l’assegnazione di fondi per la ricerca: poiché l’accademia è diventata ferocemente competitiva, i ricercatori si sono adattati a proporre spesso progetti di ricerca con determinati risultati, che saranno più facilmente pubblicati; d’altronde, chi può davvero permettersi di fallire? Fra le conseguenze che ne derivano vi è il fatto che diversi studiosi guarderanno agli stessi problemi, sprecando tempo e risorse e abbandonando quel coraggio e quell’atteggiamento visionario che era tanto caro a Feyerabend. La creatività in un contesto scientifico risiede nel formulare nuove domande, riaprire dibattiti, decostruire nozioni, e questo può avvenire all’interno di un regime in cui la cultura del fallimento non solo è apprezzata, ma incoraggiata, perché l’obiettivo della scienza è quello del miglioramento, non dell’auto-correzione. Se si considera la teoria della falsificazione di Popper o la teoria del cambiamento di paradigma di Kuhn, si vedrà che il sistema attuale non solo impedisce ai ricercatori di riconoscere gli errori metodologici o sistematici, ma li premia per rimanerne all’interno dei confini di ciò che è noto, preferendo quello che già si sa all’ignoto. I risultati insoddisfacenti, che non hanno senso secondo le ipotesi, così come gli esperimenti di pensiero, vengono respinti anche se sono alla base del pensiero critico e creativo che potrebbe permettere agli accademici di riempire gli spazi ancora vuoti o di elaborare nuove teorie.

Una delle affermazioni più famose della storia della filosofia europea segna l’inizio epistemologico del continente con il commento: «Io so di non sapere nulla». Le famose parole di Socrate sono riprese nella conferenza di Richard Feynman del 1995, attraverso una richiesta di restituire questo diritto agli accademici: «Permetteteci di mettere in dubbio, di dubitare, di non essere sicuri», […], «è possibile vivere e non sapere». Essere in grado di non sapere è un dono restituito alla mente curiosa che cerca risposte e intuizioni. Non sapere è il dono più importante, perché non è solo la fonte della vulnerabilità e dell’inquietudine, ma proprio ciò che spinge chi si dedica alla produzione di saggezza e conoscenza. L’enigma guida la mente curiosa, se a quest’ultima è concesso intrigarsi delle mancanze. Come scrive Halberstam ne L’arte queer del fallimento, qualsiasi tipo di formazione è un modo di rifiutare il sapere benjaminiano, che esplora la conoscenza perdendosi deliberatamente, e l’ambiente accademico preferisce rimanere in territori ben conosciuti. Per i ricercatori trovare approvazione a fronte di fallimenti significherebbe poter accogliere di nuovo la curiosità nella propria vita, senza la paura di perdere credito e possibilità. Questo aprirebbe una nuova strada al pensiero creativo, permettendo a chi genera conoscenza di pensare maggiormente fuori dagli schemi.

La creatività è un’abilità che è per lo più attribuita alle arti, spesso pensata come qualcosa di originale e unico. Tuttavia, gli esseri umani fanno affidamento su di essa in tutti i settori della vita: la creatività è un’impostazione chiave della mente umana, che concede alle persone di essere sensibili di fronte ai problemi, di avere sussulti di conoscenza, di essere empatiche verso i fallimenti in modo da poter identificare difficoltà e trovare soluzioni – il vero terreno, questo, che le istituzioni accademiche dovrebbero offrire ai propri ricercatori. Al contrario, la struttura delle istituzioni accademiche e le aspettative verso gli scienziati spesso non permettono l’apertura, l’inventiva, l’autonomia e il comportamento esplorativo che porterebbero a un modo fantasioso di pensare e risolvere i problemi. Il già menzionato sistema publish or perish o il fenomeno di bias di pubblicazione sono solo la cima dell’iceberg che sta seppellendo la creatività. Con l’inizio del ventunesimo secolo, le istituzioni accademiche si trovano a dover decidere se cambiare e reimmaginare se stesse per beneficiare dei tempi e delle sfide contemporanee. Il cambiamento può essere operato gradualmente: un primo, significativo passo sarebbe proprio quello di introdurre una diversa cultura del fallimento all’interno del mondo accademico. Il fallimento, come detto, è parte intrinseca del processo scientifico, fonte della creatività, dell’innovazione e del progresso. Permette di essere umani ed empatici verso gli altri, di correggere carenze, di generare essenziali processi di conoscenza collettiva.


Riferimenti bibliografici

Louise Amoore, Doubt and Algorithm: On the Partial Accounts of Machine Learning, «Theory, Culture & Society», Special Issue: Transversal Posthumanities (2016) 0(0): 1-23. Le citazioni di Richard Feynman  sono tratte da pagina 1.

Paul Feyeranbend, Against Method. An Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge, Verso, Londra 1975.

Stuart Firestein, Failure: Why Science is so successful? Oxford University Press, Oxford 2015.

Jack Halberstam, The Queer Art of Failure, Duke University Press, Durham e Londra 2011.

Thomas S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, seconda edizione, The University of Chicago Press, Chicago 1970.

Bruno Latour e Steve Woolgar, Laboratory Life. The Construction of Scientific Facts, Princeton University Press, New Jersey 1979.

Karl Popper, Falsifikation oder Konventionalismus? (1934), in David Miller, Karl Popper Lesebuch, J.C.B. Mohr, Tübingen 2000.

Scritto da
Mafalda Sandrini

Dottoranda all’Università Freie di Berlino, sotto la Divisione di Comunicazione Organizzativa dell’Istituto di studi di Media e Comunicazione. Ha lavorato presso l’Università Macromedia di Scienze Applicate e l’Università di Scienze Applicate di Kufstein. È una delle co-fondatrici del progetto Storie di fallimenti scientifici.

Scritto da
Kata Katz

Ha studiato filosofia, letteratura e studi cinematografici all’Università di Szeged, Ungheria. Dottoranda alla Universität der Künste di Berlino. È una delle co-fondatrici del progetto Storie di fallimenti scientifici.

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