Recensione a: Stefano Caselli, Il futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere, Egea, Milano 2025, pp. 160, 16,90 euro (scheda libro)
Scritto da Vittorio Mario Limata
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«Il futuro ci tormenta, il passato ci trattiene, ecco perché il presente ci sfugge», scriveva Gustave Flaubert per lanciare una riflessione sulla condizione umana. Se è vero, come osservava Flaubert, che non possiamo cambiare il passato e non possiamo controllare il futuro, possiamo, però, scegliere come reagire a queste forze che ci plasmano, possiamo cioè abbracciare con coraggio l’incertezza del futuro «portando il futuro nel presente» proprio come si prefigge Stefano Caselli nel suo saggio Il futuro non aspetta.
Il libro, edito da Egea, vuole essere una risposta dell’autore al senso di incertezza e al disorientamento che attanaglia tutti noi dinanzi alle repentine trasformazioni sociali. Si pone come obiettivo, infatti, quello di “fermare” la frenesia del presente, analizzando a mente lucida i frame delle trasformazioni in atto con lo sguardo di un “ottimista resiliente”, evidenziando rischi e opportunità, al fine di aumentare la consapevolezza delle scelte che ci attendono per diventare i “costruttori del futuro”.
Lo sguardo dell’autore si rivolge sin da subito agli annosi problemi dell’Italia, in primis l’enorme debito pubblico, figlio di un modello di sviluppo basato sulla centralità dello Stato. Un tema sempre più preoccupante a causa dei tassi di crescita contenuti del PIL italiano, che mina la credibilità del nostro Paese a causa delle previsioni di innalzamento del rapporto deficit/PIL che lo espongono sempre di più ad attacchi speculativi. Dobbiamo quindi scegliere se «il nostro Paese vuole essere un Paese da numeratore» ovvero concentrato sulla componente del debito nel rapporto debito/PIL, oppure diventare un «Paese da denominatore» puntando a far crescere il PIL per mezzo del private equity, ovvero il capitale di rischio. La posta in gioco è alta e non è legata solo in senso stretto alla capacità dell’Italia di ripagare il debito o di mettersi al riparo dagli attacchi speculativi – a cui abbiamo assistito nel recente passato e di cui conosciamo gli effetti nefasti – bensì, rappresenta lo spartiacque per dare una nuova immagine di credibilità al sistema Paese e alle politiche economiche a favore del debito buono, che genera un impatto positivo sulla crescita. L’opportunità è da cogliere, in modo particolare, per evitare di sprecare risorse che danneggiano il futuro della nostra economia, e di tutti noi.
Caselli traccia quindi le direttrici da seguire: da un lato quella della crescita a mezzo capitale di rischio, sia proprio che reperito sui mercati di capitali, invitando le aziende italiane ad aprirsi al private equity affinché dalla spina dorsale delle nostre PMI, caratterizzate da investimenti ridotti e legati all’ambito familiare, nascano sempre più aziende che diventano grandi e grandissime in modo tale da competere a livello globale e fare da volano alla crescita interna; dall’altro, quello della riduzione certosina del debito pubblico, tagliando la spesa improduttiva e focalizzando le risorse su quella produttiva nonché passando per il recupero dell’evasione fiscale e la creazione di risorse finanziarie pubbliche nuove con la quotazione dell’insieme degli immobili di Stato.
Alla luce di tutto ciò emergono due quesiti a cui Caselli prova a dare risposta: di quale capitalismo e di quali imprese il nostro Paese ha bisogno? Di quale spesa pubblica e di quali riforme?
Poiché la spina dorsale della nostra economia è costituita dalle piccole e medie imprese, osserva Caselli, il dibattito sulla prima domanda è stato sempre terreno acceso di discussione, che ha visto confrontarsi posizioni contrapposte e radicate ora a difesa delle piccole e medie imprese, ora a difesa delle aziende familiari, ora a difesa delle aziende pubbliche contrapposte a quelle private. La recente storia contemporanea, caratterizzata da pandemia, guerre, dazi, saliscendi dell’inflazione, ridisegno delle catene produttive e distributive a livello internazionale, impone una riflessione priva di preconcetti e di difesa dello status quo. Dinanzi a questi avvenimenti, Caselli non ha dubbi nel tracciare i tre tratti che le imprese sono chiamate ad avere: grande dimensione, sostenibilità e apertura.
Secondo l’autore, solo la grande impresa ha le risorse per effettuare investimenti consistenti in innovazione e in ricerca e sviluppo, capaci di produrre maggiore occupazione e welfare diffuso fra i dipendenti, nonché la catalizzazione di talenti e maggior vantaggio competitivo nel perseguire politiche sostenibili in ottica di rispetto dei criteri ESG. Essere a favore della grande impresa, precisa Caselli, non significa demonizzare le PMI. Piuttosto, significa lasciare pieno spazio al venture capital, al private equity e al mercato di borsa in sostituzione del ricorso al credito bancario. Da questo punto di vista la sfida maggiore in tempi di inflazione consiste nel collegare il risparmio al capitale di rischio, ovvero, collegare il rendimento finanziario ad un rendimento sociale allargato senza «lasciar cadere il risparmio nelle braccia del debito».
«L’inflazione da questo punto di vista rappresenta il nemico più subdolo perché non solo minaccia direttamente la nostra crescita ma rischia indirettamente di ingannare il risparmio dirigendolo su strade che non contribuiscono a creare un modello virtuoso di crescita». In altre parole, occorre evitare che la riscoperta dei titoli di Stato con tassi interessanti faccia abbandonare gli investimenti nell’economia reale. Per evitare che ciò accada occorre, secondo Caselli, una politica industriale funzionale a creare il tipo di impresa di cui l’Italia ha bisogno, tenendo insieme tre punti fondamentali: l’attrazione delle imprese, la scelta delle filiere e i capitali. «Attrarre le imprese non significa soltanto incentivare il reshoring di attività delocalizzate o aprire canali preferenziali per aziende estere che vogliono investire nel nostro Paese bensì significa creare un insieme di regole che renda rilevante e socialmente riconosciuta l’importanza di fare impresa. Solo in questo modo si potrà superare la contraddizione di essere un Paese ricco a livello privatistico che investe per inerzia in debito anziché in capitale di rischio».
Partendo da questa considerazione, Caselli si focalizza sulle ricette atte a volgere lo sguardo al futuro per invertire la rotta. Le sue parole risuonano come un mantra: bisogna partire dal recupero dell’evasione fiscale per poi passare a tagliare la spesa improduttiva e focalizzare le risorse su quattro grandi macroaree, su cui intensificare i nostri obiettivi di spesa: ricerca e sviluppo, istruzione, salute e sanità, ambiente.
La coperta è corta e non dobbiamo dimenticare che ogni scostamento di bilancio non fa altro che aumentare la spesa per interessi e ridurre le già poche risorse a disposizione dedicate al futuro; quindi, occorre porre particolare attenzione più che sul dare, e sulla politica di sussidi, sul togliere in termini di ostacoli, di regole e di burocrazia, affinché si possa rendere attrattivo fare impresa nel nostro Paese. Il resto verrà di conseguenza.
Se il fardello del debito pubblico e della spesa per interessi ci impedisce di aumentare gli investimenti nei settori strategici, si può, però, implementare la leva fiscale partendo innanzitutto da pratiche burocratiche virtuose – diminuendo, ad esempio, le tempistiche di rimborso IVA – per addivenire a riforme strutturali volte a premiare comportamenti virtuosi – come le aggregazioni aziendali di cui si è detto in precedenza – che generano crescita, occupazione, nuova ricchezza e quindi nuovo gettito per le casse pubbliche. «La riforma del fisco, la definizione di una nuova politica industriale e gli interventi sul mercato dei capitali non possono essere quindi tre tavoli di lavoro separati bensì devono essere figli di un unico disegno volto alla crescita del nostro Paese». Per realizzare questo disegno, secondo Caselli, bisogna partire proprio da una riforma del fisco capace di creare «un ponte tra risparmio e imprese». Affinché questo ponte funzioni, è necessario che la riforma del fisco sia orientata a tre obiettivi distinti: progressività dell’imposta, riequilibrio finanziario delle imprese e volano per il capitale di rischio.
Come per le persone fisiche, anche per le imprese occorre ragionare su un’aliquota progressiva che premi comportamenti virtuosi quali le aggregazioni, la crescita internazionale, l’investimento in innovazione e il ricorso al capitale di rischio. Il nostro sistema fiscale, infatti, premia il debito e non offre incentivi veri e strutturali al capitale di rischio, anche per un retaggio culturale che considera l’investimento azionario quasi sempre come investimento speculativo invece di considerarlo una risorsa di lungo termine per le attività aziendali. La detassazione del capital gain e/o il recupero degli investimenti legati alla dimensione assoluta degli impieghi aziendali sarebbero due mosse più che auspicabili, sottolinea l’autore.
Ma in un mondo sempre più dominato da grandi attori internazionali quali Cina e Stati Uniti, osserva Caselli, tutto ciò potrebbe non bastare. Per questa ragione lo sguardo dell’autore si sposta verso l’Unione Europea, in particolar modo sulla sua visione industriale e sul processo di integrazione dei mercati europei lanciato dalla Capital Markets Union (CMU) nel settembre del 2015. Il Piano d’azione CMU presenta tre elementi essenziali: sviluppo di un sistema finanziario maggiormente diversificato che integri la finanza bancaria con gli strumenti dei mercati dei capitali; sblocco della capacità dei mercati dei capitali di sostenere la crescita, offrendo a risparmiatori e investitori un numero maggiore di scelte d’investimento; istituzione di un autentico mercato unico dei capitali nell’UE attraverso la rimozione degli ostacoli agli investimenti transfrontalieri e alla raccolta di capitali
Tra i presupposti – ma anche tra gli obiettivi – della Capital Market Union (CMU) rientra l’istituzione di un codice unico di norme che possa sistematizzare le numerose riforme che negli ultimi anni sono state promosse nella disciplina dei mercati finanziari. In tale contesto, osserva Caselli, la riorganizzazione della disciplina europea sulla gestione collettiva del risparmio dovrebbe costituire un passaggio fondamentale per contribuire alla creazione della CMU e per salvaguardare la competitività del settore del risparmio gestito.
I fondi comuni d’investimento hanno, infatti, un ruolo strategico nella realizzazione della CMU, che si estrinseca non solo nella capacità di assicurare alle PMI l’accesso a fonti di finanziamento alternative al capitale bancario, ma anche attraverso l’offerta di un più ampio spettro di prodotti che consente agli investitori una migliore allocazione dei propri risparmi sull’orizzonte temporale preferito.
Spingere su questa strada, ovvero sul superamento del bancocentrismo europeo, sottolinea Caselli, non deve però indurre a pensare che il ruolo delle banche venga meno; al contrario, è cruciale per allocare direttamente le risorse, fare advisory a imprese e investitori affinché assumano le giuste decisioni sul proprio passivo e sul proprio attivo e, in ultimo, collegare i risparmi al sistema economico nel suo complesso. L’Unione Europea ha insomma bisogno delle banche, o meglio ha sempre più bisogno di «banche alla JP Morgan» necessarie sia per garantire la stabilità finanziaria sia per incentivare la crescita.
Le criticità emerse dalle crisi economiche che hanno colpito l’Europa, come la pandemia e le guerre in atto, con le diverse risposte date dagli Stati membri, hanno evidenziato le fragilità di un sistema basato sull’interdipendenza tra banche e Governi nazionali e sulla presenza di una moneta unica in assenza di un quadro bancario completo ed efficace, con la conseguente frammentazione del mercato interno dei servizi finanziari e l’incremento delle differenze economiche tra i Paesi dell’Unione. Per garantire stabilità economica e competitività, osserva Caselli, occorre pertanto unire le forze all’interno dell’Unione e incentivare le aggregazioni bancarie. Queste potrebbero consentire alle banche europee di avere modelli di business più efficienti, perseguire strategie di crescita e investire nella digitalizzazione. Tutto ciò deve essere però combinato con adeguate misure di salvaguardia.
Dopo un’attenta analisi tecnica degli scenari contemporanei e l’analisi delle sfide da cogliere, l’invito finale di Caselli è volto a ricordare a noi stessi che alla base del progresso scientifico e tecnologico vi è il capitale umano. Al netto di tutte le osservazioni innanzi esposte e delle proposte agli atavici problemi dell’Italia, se non si investe in capitale umano non ci sarà mai una crescita degna di questo nome. E se il capitale umano ha sempre contato in modo sostanziale, mai come in questo momento storico di profondi cambiamenti tecnologici e scientifici, osserva Caselli, le persone di valore si rivelano così importanti proprio per evitare il ritorno del luddismo. Erroneamente, infatti, il dibattito si sta focalizzando sulla sostituzione del lavoro umano che i modelli più avanzati di intelligenza artificiale introdurranno. Ma il punto saliente è che l’impiego di questi modelli e la loro guida dipenderà proprio da acume, empatia e da quella che nella teoria viene definita “razionalità limitata”, che è in realtà il pregio dell’essere umano di non essere iper-razionale. Sono dunque necessarie persone sagge, che in futuro saranno ancora più impattanti sull’operato aziendale.
In definitiva, il libro è un invito a mettersi in gioco e affrontare le sfide che il mondo globalizzato contemporaneo ci presenta in termini competitivi. Caselli si focalizza sulle “ricette” necessarie per competere nel mondo globalizzato accettando il paradigma della competizione spinta, che se da un lato ha prodotto sicuramente maggior progresso tecnologico e scientifico, non ha parimenti prodotto eguali benefici sociali, basti pensare che anche nei Paesi più avanzati (Stati Uniti e Cina) ci sono forti contraddizioni legate alla ricchezza interna. Insieme alla competizione è anche importante equilibrare costi benefici e porre particolare enfasi a quel benessere che il PIL racchiude come già osservava Robert Kennedy decenni fa.