Recensione a: Annie Ernaux e Frédéric-Yves Jeannet, La scrittura come un coltello, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’orma, Roma 2024, pp. 168, 18 euro (scheda libro)
Scritto da Marianna Scarinci
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Sento la scrittura come il coltello, quasi l’arma, di cui ho bisogno
Annie Ernaux
Un carteggio digitale lungo sei anni, un «unico interrogativo dialogico» (p. 9) che insegue con precisione entomologica cause, basi, relazioni della creazione artistica. Si tratta di Frédéric-Yves Jeannet, docente di Letteratura comparata in Messico, che intervista via mail la vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 2022 Annie Ernaux. La scrittura come un coltello – pubblicato per la prima volta in Italia a novembre 2024 per L’orma editore nella traduzione di Lorenzo Flabbi, ma già uscito in Francia per Gallimard nel 2011 – è un «esame di “coscienza letteraria”» (p. 147) in cui le domande chirurgiche di Jeannet incidono (con la stessa affilatezza che lui attribuisce all’autrice) l’intera produzione artistica, la poetica e la vita di Ernaux, seguendo un «mandato di sincerità e precisione» (p. 12) e interrogando la scrittura come luogo di tensioni, verità, appartenenze. Proprio nella triangolazione fra indagine di sé, di classe e letteraria si apre una questione più ampia: che cosa significhi assumere la scrittura come forma di responsabilità nel passaggio dall’esperienza alla rappresentazione del reale, e come tale responsabilità si giochi nella negoziazione continua tra individuale e strutturale.
La scrittura come un coltello è un doppio imperativo: da un lato, è lo strumento che Ernaux usa nei suoi libri per incidere a fondo nel reale e nel lettore; dall’altro, è l’operazione di scavo interno che, nel dialogo con Jeannet, attraversa retrospettivamente tutta la sua produzione. Il dialogo si apre con una doppia dichiarazione d’intenti: prima di Frédéric-Yves Jeannet, poi di Annie Ernaux. Entrambi confessano una tensione a rendere visibile ciò che nelle opere resta implicito, attraverso una forma di scambio così fuori dall’ordinario anche per il genere dell’intervista: la dilatazione temporale fra la domanda e la risposta propria del carteggio digitale, così diversa dall’immediatezza delle interviste orali, consente alle domande di Jeannet di sedimentare, di familiarizzare con l’autrice per permetterle di articolare con maggiore precisione l’esperienza e le riflessioni alla base della sua scrittura. Al cuore del libro sta la convinzione che la scrittura non si dia mai al di fuori del mondo sociale e politico, ma, al contrario, ne sia costitutivamente impregnata.
I ventuno capitoli dello scambio, organizzati per aree tematiche, corrispondono ad altrettante differenti angolazioni da cui indagare la relazione fra letteratura e politica, attraversando in retrospettiva il “cantiere” letterario di Ernaux, ma anche gli aneddoti e le esperienze alla base dei suoi romanzi. Lo spirito chirurgico di questa indagine a due voci è teso a mettere a fuoco l’affilato mandato della scrittura ernauxiana: incidere nel reale con la scrittura, spaccare le narrazioni dominanti e, attraverso quel varco, documentare il mondo dei dominati. In questo contesto, il dialogo interroga il linguaggio artistico come luogo decisivo della scrittura, mettendone alla prova le potenzialità espressive e la capacità di incarnare la lama del coltello di cui Ernaux si serve per affettare la realtà. L’indagine non riguarda soltanto la porzione di mondo che l’autrice sceglie di rappresentare nei libri, ma investe direttamente la sua poetica: il linguaggio adottato, le implicazioni della “scrittura della distanza”, quel modello espressivo che Ernaux definisce, ne Il posto (L’orma 2014), “piatto”, clinico, privo di effetti retorici. Allora, il confronto con Jeannet si fa più stringente, perché mostra come l’incisività della scrittura ernauxiana non risieda in una trasfigurazione del reale, ma nella scelta di una forma linguistica capace di restare aderente all’esperienza, senza attenuarne la violenza né addomesticarne il senso.
Questa incisività prende forma, innanzitutto, nella dimensione al tempo stesso personale e collettiva dei romanzi di Ernaux. L’autrice conia il termine «auto-socio-biografia» (p. 22) per definire una scrittura in cui la voce individuale si inscrive in una rete più ampia di cultura e condizione sociale. La narrazione si colloca così in una zona liminale «tra la letteratura, la sociologia e la storia» (p. 54), restituendo un’esperienza individuale costantemente tesa al collettivo: una voce narrante ordinaria, ma profondamente solcata dalla propria situazione sociale e di genere.
L’etica romanzesca di Ernaux si configura come un’etica della testimonianza, orientata non a reinterpretare il reale ma a restituirlo nella sua evidenza. Proprio in questo programmatico rifiuto di trasfigurazione, la scrittura diviene un’esperienza sensoriale e concreta, un coinvolgimento radicale che dal piano del vissuto si incarna in una forma linguistica. Ernaux rivendica una scrittura intima che si faccia corporea, senza mediazioni, capace di rappresentare ciò che la letteratura “istituzionalizzata” non sa o non vuole dire, adottando una «scrittura della distanza» (p. 74) che contamina gli strumenti linguistici dei dominanti con l’esperienza viva dei dominati.
In questo senso, la scelta poetica ernauxiana dialoga con Roland Barthes e con l’idea che scrivere significhi «scegliere l’area sociale all’interno della quale lo scrittore decide di collocare la natura del suo linguaggio» (p. 73). La sua postura anti-trasfigurativa è insieme letteraria e politica, come emerge quando afferma: «a un certo punto prendo in giro la letteratura istituzionalizzata, quella che studio all’università e che […] quando sento la necessità di un testo che sappia “trasfigurare” la sonda che ho nell’utero, non mi serve a niente» (p. 26). Nel dialogo con Jeannet, Ernaux ribadisce così la responsabilità della scrittura di rappresentare «la cultura del mondo dominato» (p. 73).
La questione del linguaggio come area sociale si riflette, infine, nella condizione che Ernaux definisce la sua, di «transfuga di classe» (p. 69). Proveniente dal mondo popolare, operaio e contadino, che tuttavia scrive nella “lingua del nemico” (Ernaux cita Jean Genet in questo caso, p. 32). Questo gesto prometeico di effrazione contro il sapere (nello specifico il saper-scrivere) dei dominanti per dare voce al mondo dei dominati comporta una tensione etica che Ernaux vive come necessità di espiazione: il privilegio della scrittura, per chi «non ha mai lavorato con le mani» (p. 49), esige un prezzo, pagato attraverso una radicale poetica della distanza. Il tradimento della classe d’origine diventa così l’innesco di una scrittura che rescinde ogni complicità con il lettore colto, rifiuta i toni familiari e costruisce uno sguardo capace di rendere oggettivo il mondo dalla prospettiva degli oppressi.
L’aggiornamento finale al carteggio del 2002, aggiunto da Annie Ernaux nel 2011, riattualizza con forza la necessaria connessione fra poetica e politica. Di fronte alla costruzione del nemico interno, in Francia (come anche altrove) incarnato nella figura della «donna col velo» (p. 152), e l’inasprimento delle politiche di marginalizzazione, l’autrice rinnova l’urgenza di una scrittura che sappia incidere nel reale, non per consolarlo, ma per formare coscienze critiche.
In definitiva, il dialogo letterario fra Jeannet ed Ernaux è un’autoanalisi che si fa collettiva, un’operazione di scavo interiore che, nel momento stesso in cui interroga una coscienza individuale, mette in questione le strutture sociali che la attraversano. La scrittura come un coltello si rivela, così, non solo come un bilancio retrospettivo di un’opera, ma come un laboratorio teorico in cui la scrittura riafferma la propria funzione politica: rendere visibile ciò che tende a restare invisibile e costruire, attraverso la lingua, una possibilità di coscienza collettiva.