Le “Buone Scuole”: vent’anni di riforme incomplete. La riforma Berlinguer

Luigi Berlinguer

Il quadro normativo della scuola italiana nell’ultimo ventennio ha visto il susseguirsi di tentativi di riforma della struttura dell’intero sistema: tentativi che, come vedremo, da una parte hanno delineato fortemente volontà ideologiche, dall’altra si sono ispirati alla mera volontà di contenimento della spesa pubblica.

In questo contributo si cercherà di esaminare il quadro storico-istituzionale in una fase che ha segnato inesorabilmente il cambio di rotta dell’istruzione italiana: dalla riforma del ministro Berlinguer, con la legge n. 30 del 10 febbraio 2000, poi abrogata dalla legge delega n. 53 del 28 marzo 2003 coi successivi decreti attuativi1, meglio nota come riforma Moratti, alla riforma Gelmini, che ha modificato l’ordinamento dei licei e degli istituti professionali e tecnici attraverso il D.P.R. n.89, n.87 e n.88 del 15 marzo 2010, per giungere infine alla legge 13 luglio 2015, n. 107, promossa dal ministro Giannini, e giornalisticamente definita la “Buona Scuola”.

Al di là delle caratteristiche politiche e delle divergenze ideologiche, i provvedimenti elencati rispondono ad un comune orizzonte di intenti che la scuola italiana ha inteso raggiungere dotandosi di una normativa derivante dallo scenario europeo. Questa impostazione delinea una esigenza di investimento sul capitale umano, in conformità “all’adeguamento dei sistemi di istruzione e di formazione professionale”2, al fine di valorizzare la formazione lungo l’intero arco della vita. Facendo riferimento al tema dell’occupazione e della competitività, la Commissione Europea palesa l’esigenza per i cittadini di disporre di una formazione specializzata in continuo arricchimento. È proprio questo principio il riferimento da cui si è partiti per l’attuazione di un rinnovamento in seno ai paesi dell’Unione relativo al settore dell’istruzione.

Agli inizi del nuovo millennio si inaugura la svolta per le politiche comunitarie in tema di formazione, quando il nuovo fermento riformatore prende forma nel Consiglio Europeo di Lisbona3 in cui si ribadisce il principio della sussidiarietà, della cooperazione internazionale e del rispetto delle peculiarità delle singole Nazioni. È proprio in questo passaggio che si rafforza l’attenzione sulla formazione e sulla conoscenza lungo tutto l’arco della vita. È questa istanza più delle altre a determinare il ripensamento dei sistemi di formazione, ripensamento che non ha riguardato invece direttamente i contenuti curricolari della didattica, espressione questa del tessuto identitario e culturale di ciascun Paese.

Le strategie innovative, che hanno come perno l’adeguamento degli apprendimenti adeguati ai soggetti nelle diverse fasi della vita, includono anche le nuove competenze4 offerte da centri territoriali, inseriti in una rete ampia, a dimensione europea, attraverso l’uso delle nuove tecnologie.

Negli anni 1975-1995 le azioni di riforma avevano riguardato in particolare il ciclo della scuola primaria, senza apportare grandi cambiamenti all’intero impianto strutturale. Infatti è stato questo il periodo delle sperimentazioni portate avanti dalle amministrazioni scolastiche, sperimentazioni che non appartenevano ad un sistema di riforma complessivo e quindi prive di obiettivi comuni e poco rispondenti alle reali esigenze che il comparto richiedeva.

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Nato nel 1979 a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Da oltre dieci anni vive a Roma dove lavora nella scuola come insegnante di lettere. E’ attivo in numerosi progetti di integrazione e scolarizzazione di ragazzi stranieri nelle periferie romane.

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