“Limes 7/18: Attacco all’impero persiano”
- 10 Settembre 2018

“Limes 7/18: Attacco all’impero persiano”

Scritto da Massimiliano Palladini

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Il quadro geopolitico regionale

Nel contesto geopolitico mediorientale l’Iran deve fare i conti con l’ostilità delle altre tre potenze regionali, ovvero Arabia Saudita, Israele e Turchia anche se tale ostilità varia per natura ed intensità a seconda dei casi. Tel Aviv e Riyad temono l’affermazione dell’egemonia iraniana in Medio Oriente lungo l'”asse imperiale” che da Teheran giungerebbe fino a Beirut, in Libano, passando per Baghdad e Damasco. Questa area d’influenza, detta anche “mezzaluna sciita”, che dall’altopiano iranico giunge al Mediterraneo, viene percepita dagli avversari dell’Iran come un’ambizione imperiale finalizzata a sovvertire lo status quo mediorientale e sostituirlo con un ordine iraniano che si concretizzerebbe nell’esportazione della rivoluzione khomeinista. Effettivamente, l’influenza politico-economica di Teheran in Iraq e nel Levante è aumentata considerevolmente negli ultimi quindici anni. Tutto merito, paradossalmente, del pastrocchio americano causato dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e dal precoce ritiro di Obama nel 2011 in nome della strategia del “perno asiatico”. A ciò si aggiungono le conseguenze della primavera araba in Medio Oriente che hanno prodotto l’esplosione di nuovi conflitti e quindi il fallimento degli Stati iracheno e siriano.L’insieme di questi fattori ha generato i presupposti per l’espansione dell’influenza di Teheran nella regione la cui concretizzazione viene descritta nella seconda parte del volume intitolata “I terreni dello scontro”. Tuttavia, il significato della strategia iraniana viene fatalmente frainteso in Occidente, in Israele e nelle petro-monarchie, perché non tiene conto del perenne senso di insicurezza percepito dalla Repubblica Islamica e dalla necessità di tenere sotto controllo l’intorno regionale per garantire la stabilità interna dell’Iran.

Tra gli avversari regionali, l’Arabia Saudita è quello che nutre la più profonda ostilità nei confronti dell’Iran tanto da considerarlo minaccia esistenziale. Il regno saudita nutre una sorta di paranoia nei confronti dell’Iran e i due giganti petroliferi del Medio Oriente combattono una guerra per procura su diversi fronti il cui fine è impedire che l’avversario raggiunga l’egemonia. In Siria, l’Arabia Saudita ha finanziato le milizie sunnite, anche jihadiste, e le tribù che combattevano contro il governo del presidente sciita Bashar Al-Assad. Contemporaneamente, l’Iran supportava materialmente e finanziariamente il regime di Assad e le milizie sciite e interveniva militarmente inviando i pasdaran sui campi di battaglia siriani, a cui si sono aggiunte anche le milizie di Hezbollah, fondamentale asset iraniano in Libano. Con l’avanzata inesorabile delle forze lealiste supportate da Iran e Russia, l’Arabia Saudita ha perso la sua guerra d’influenza contro l’Iran in Siria. Ma nello Yemen la partita è ancora in gioco. La necessità di limitare l’espansionismo iraniano, divenuta principio cardine della strategia saudita, è la ragione per cui Riyad è intervenuta militarmente nella guerra civile yemenita. Qui il conflitto vede le milizie sciite Huthi, appoggiate dall’Iran, combattere contro le forze del governo legittimo e riconosciuto dalla comunità internazionale del presidente Abdrabbuh Mansur Hadi. Quest’ultimo è supportato da una coalizione internazionale, capitanata proprio dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, a cui partecipano altri paesi arabi ma anche Stati Uniti e Francia. L’Arabia Saudita, che è coinvolta nella guerra yemenita da più tre anni, pensava di andare incontro a una facile, breve e vittoriosa campagna militare.

Ma la palude yemenita ha messo a nudo l’inefficienza delle forze armate saudite che con i loro bombardamenti hanno causato la morte di migliaia di civili. Riyad è intervenuta nella guerra civile per impedire la vittoria delle milizie Huthi percepite come “quinta colonna” dell’Iran in Yemen. In sostanza, l’Arabia Saudita vuole impedire che gli Huthi diventino quello che Hezbollah è in Libano, ovvero un partito-milizia influente in ambito economico, politico, militare dotato di migliaia di miliziani e centinaia di missili che verrebbero puntati su Riyad. L’ostilità tra Riyad e Teheran, mai così elevata, è destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni  per via della profonda inimicizia nutrita dal principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman nei confronti della Repubblica Islamica il quale ha addirittura definito la Guida Suprema Ali Khamenei il “nuovo Hilter”. Sentimento di ostilità condiviso anche dal principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti Mohammad bin Zayid. Entrambe le monarchie del Golfo hanno aumentato e modernizzato notevolmente i propri armamenti, comprando soprattutto dagli Stati Uniti, proprio in funzione della percepita minaccia iraniana.

Pure Israele percepisce l’Iran come minaccia principale alla sicurezza nazionale, ma Teheran e Tel Aviv non stanno combattendo una guerra per procura in Medio Oriente, né gli israeliani percepiscono l’Iran come minaccia esistenziale. Per Israele il problema consiste nella presenza militare iraniana in Siria, aumentata esponenzialmente in seguito all’intervento nella guerra civile. Israele già confina con il Libano dove si trova Hezbollah, storico alleato di Teheran, e quindi percepisce lo schieramento di forze militari iraniane in Siria come un’ulteriore, intollerabile minaccia alla propria sicurezza nazionale. Negli ultimi mesi si sono registrate diverse scaramucce che hanno alzato molto rapidamente e pericolosamente la tensione tra i due paesi. Israele conta sull’amicizia della Russia per garantire la limitazione della presenza militare di Teheran. La Turchia è l’attore più ambiguo nei confronti dell’Iran infatti viene definito da Limes “paese pseudo-amico”. Di certo Ankara non vede nell’Iran una minaccia per la sicurezza nazionale e i legami storici e culturali tra i due paesi sono molto profondi. La Turchia vuole tenere buoni rapporti con l’Iran perché proprio questi due paesi, insieme alla Russia, definiranno il futuro post-bellico della Siria, nell’ambito del processo di pace di Astana. Inoltre, Ankara, a differenza di Tel Aviv e Riyad, crede che all’Iran spetti un naturale ruolo di primo piano nel Medio Oriente, come dettato da geografia, demografia e ricchezze energetiche.

Ma il nemico Numero Uno dell’Iran è, senz’ombra di dubbio, l’America. A dirla tutta, tra Washington e Teheran non ci si ferma alla semplice inimicizia. In effetti non è sbagliato parlare di odio reciproco. Il capitolo “L’odio innegoziabile degli Stati Uniti per la Repubblica Islamica” illustra quanto istituzioni, classe politica ed opinione pubblica odino profondamente l’Iran. L’ostilità della politica americana nei confronti dell’Iran risale al 1979, anno della rivoluzione khomeinista che provocò l’abdicazione e la fine del regno degli scià e l’instaurazione dell’attuale repubblica teocratica. Di punto in bianco l’Iran passò dall’essere Stato filo-occidentale e cliente, nonché pilastro della politica estera in Medio Oriente, a Stato che una volta liberatosi dell’influenza americana divenne apertamente ostile nei confronti di Washington. Tanto che la Guida Suprema Ruhollah Khomeini, già leader della rivoluzione, bollò gli Stati Uniti come “Grande Satana”. Ma per gli americani al danno si aggiunse l’umiliazione.

Dal novembre 1979 al gennaio 1981 l’ambasciata statunitense di Teheran venne occupata da un gruppo di studenti universitari rivoluzionari e i 52 funzionari dell’ambasciata vennero tenuti in ostaggio per tutti i 444 giorni dell’occupazione. L’umiliazione della crisi degli ostaggi tramutò l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti della neonata Repubblica Islamica in vero e proprio odio. Kenneth Pollack, esperto di Medio Oriente, in passato analista per la Cia ed ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale definisce in questi termini il sentimento che gli americani provano nei confronti dell’Iran a causa di quell’evento. “La crisi degli ostaggi ha lasciato una terribile cicatrice nella psiche americana. È un episodio così frustrante che la maggior parte di noi ha semplicemente preferito dimenticarlo, ignorarlo e minimizzarlo il più possibile. Tuttavia, pochi americani hanno mai perdonato gli iraniani (…) Non ne parliamo mai apertamente, ma la rabbia residua che così tanti americani provano nei confronti dell’Iran per quei 444 giorni ha caratterizzato ogni decisione al riguardo da quel momento”.

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Scritto da
Massimiliano Palladini

Nato a Modena nel 1997. Studente del corso di laurea triennale in Scienze Politiche, Sociali ed Internazionali presso l'Università di Bologna. Si interessa di politica interna ed estera, geopolitica, aree di crisi, storia del Novecento. Collabora con il giornale online ilformat.info.

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