Neoliberismo e soggetto: una problematizzazione

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Leggi gli altri contributi sul tema usciti finora:

1) Le due facce della medaglia neoliberale

2) Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note a una presentazione

3) La sinistra italiana e il liberalismo

4) Brevi cenni sul neoliberismo

5) La società degli individui non esiste

6) Nel labirinto del neoliberalismo

7) Riflessioni sul neoliberismo in Italia

8) Non gettiamo Akerlof (e i Clash) con l’acqua sporca

9) Una breve ricostruzione del dibattito storico-teorico sul neoliberismo


L’impostazione di quest’articolo diverge radicalmente da quella dei precedenti. In questo caso, si tenterà di problematizzare il concetto su cui stiamo discutendo su Pandora, cioè di evidenziare un problema teorico di fondo emerso nel dibattito, come fondamento inspiegato della discussione. Sono precisamente questi fondamenti che devono essere illuminati, nella loro problematicità.
La problematica di questo articolo non è dunque né quella di rispondere a domande (ad esempio “che cos’è il neoliberismo?), né quella di fare proposte. Si tratta di evidenziare un problema di fondo che un concetto come quello di neoliberismo impone. Lo riassumerei così: il problema del soggetto.

Il problema del soggetto è formulabile in questo modo: ammessa una riconfigurazione dell’Occidente capitalistico e dell’economia globale in senso neoliberista nei termini in cui se ne è parlato anche negli altri interventi, chi ne è il protagonista? In linea di massima, se a questa domanda è stata data risposta nel nostro dibattito, se ne è parlato in termini di classe. Si è parlato, cioè, dell’azione di una classe che avrebbe agito per la costruzione di questa nuova egemonia: è questa la posizione ad esempio, di Matteo Giordano, “La società degli individui non esiste”. Per Giordano, marxianamente, sono le classi sociali il soggetto della storia, il suo protagonista. E’ attraverso la lente dei loro scontri che vanno lette le trasformazioni ed i processi storici.
Nota a tutti non la falsità, ma la problematicità, oggi, di una risposta simile. L’esistenza medesima delle classi sociali è messa in dubbio; figurarsi la loro centralità. Non si vuole certo qui avvallare la tesi dell’inesistenza delle classi e contraddire Giordano. Si vuole prendere coscienza da un lato della scarsa popolarità teorica di un approccio di classe classico (si perdoni il gioco di parole) ai fenomeni neoliberisti; dall’altro che, se di classi si può parlare oggi, è forse più nell’ottica dell’eterogeneità e della moltiplicazione, piuttosto che dell’omogeneità.
Ad esempio, una posizione che  è emersa relativamente meno nel nostro dibattito è quella di Dardot e Laval (che prendono a riferimento Michel Foucault) i quali, in La nuova ragione del mondo, trattano il neoliberismo come costituitosi a partire da una strategia senza soggetto, cioè da un insieme di pratiche le quali avrebbero concorso tutte insieme a creare questo nuovo sistema governamentale. Non c’è una classe egemonica che abbia guidato questo processo (neanche dal punto di vista marxiano, il quale, conviene ricordarlo, non presuppone ed anzi rigetta sempre la consapevolezza dell’azione storica delle classi – eccetto che per quella proletaria). Non c’è, in questa prospettiva, soggetto storico.
E’ del tutto evidente anche la problematicità di questa posizione. Qual’è lo spazio per la politica se non esistono soggetti politici? Come si costruisce la liberazione, se la costituzione del neoliberismo è solo un insieme di pratiche? Dardot e Laval parlano di contro condotte. Ma si ha l’impressione che sia la stessa nostra domanda ad essere mal posta.
O meglio, si ha l’impressione che il problema qui abbia un respiro filosofico più profondo dell’analisi relativa al neoliberismo. Chi è il soggetto della storia? O meglio, come gli uomini entrano in relazione gli uni con gli altri nella trasformazione del reale? Ne deriva in effetti la necessità di una più ampia ricognizione sulle strutture stesse dell’umano, e sul tema dell’Altro.
E’ anche possibile che la risposta alla questione sul soggetto storico sia anch’essa storica, e circoscritta magari. Non è in effetti filologicamente corretto affermare che Marx pensasse che l’intera storia umana è storia di lotta di classe; in ogni caso dopo lo sviluppo della ricerca antropologica e storica, oggi ci pare quanto meno assurdo. Il soggetto è probabilmente diverso a partire da società a società, e magari da tempo a tempo. E’ forse in termini di creazione che va concepito il tema del soggetto, per un verso, e per l’altro in termini di oggettività della condizione storica. Perchè? Questa è la questione. Come si vede e come è evidente oggi, l’empirismo radicale non è mai un approccio valido, anche perché è inevitabilmente influenzato dalla struttura del pensiero dominante: non c’è mai oggettività effettiva nello sguardo di superficie; in effetti, in nessuno sguardo.
Esistono una molteplicità di approcci, che non si articolano solamente intorno ai concetti di collettivo-individuale. Individualismo; organicismo; provvidenzialismo, strutturalismo e non da ultimo, il complottismo. Quest’ultimo approccio ha da un lato una teoria del potere la più banale e possessiva possibile. E’ in questi termini, in effetti, che andrebbe criticato: il complottismo ritiene che il potere stia nelle mani di piccole oligarchie (le quali, per tornare al nostro problema, sarebbero esse il soggetto della storia) e si sbarazza cosi del problema che come abbiamo visto, è ben pressante. E lo fa in un modo che teoreticamente è debolissimo.
L’approccio di classe al problema della storia è stato per molto tempo di gran lunga dominante nell’analisi dei processi storici da parte della teoria critica dell’Occidente. Con enormi variazioni  (da Lukàcs a Sartre, da Gramsci allo stesso Deleuze che nell’Anti Edipo ha comunque un particolarissimo approccio di classe), dai tempi di Marx la storia della modernità è stata letta per buona parte in questa chiave. Certamente dopo le ricerche di Foucault ed in generale dopo l’effettiva trasformazione di fine ‘900 e la globalizzazione, il problema assume connotati radicalmente diversi, anche in relazione alle riflessioni sul potere messe in luce dall’ultimo numero di Pandora a questo tema dedicato. Interessanti sono, in questa direzione, i suggerimenti di S. Mezzadra e B. Neilson nel loro libro Confini e frontiere sulla moltiplicazione del lavoro e la necessità di pensare la classe in termini di eterogeneità e di continua riorganizzazione dell’azione e dell’organizzazione (ma, si potrebbe obbiettare, qui si parla di proletariato: e non è davvero questo il punto della nostra questione, che cerca chi ha trasformato il mondo in un campo da caccia per gli animal spirits).
Un ultimo punto, per completare uno scritto che come si è visto, è aporetico. La risposta alla domanda sul soggetto storico è la risposta alla domanda sulla politica oggi. Una risposta in un senso oppure nell’altro costruisce in maniera diversa l’azione politica di liberazione e di contrasto al neoliberismo ed alla sua egemonia. Una risposta strutturalista porta storicamente al riformismo o all’attendismo; una risposta lukàcsiana porta al fervore rivoluzionario; una risposta complottista porta al pianto ed allo stridore di denti contro i signori del mondo, impossibili da sconfiggere. E’ dunque necessaria un’ampia ricognizione sul pensiero della modernità in cerca di tracce di risposta, oltre che di un’analisi approfondita della configurazione del lavoro oggi e delle contraddizioni effettive che il neoliberismo genera. Per concludere, vorrei ricordare che l’eterogeneità e la differenza in politica non sono per forza un danno; in effetti, per la medesima lotta possono essere un vantaggio. Se c’è una classe oggi, è una classe molteplice, polivoca, aperta, differente, legata ad un assioma, ma mai totalizzata. Il neoliberismo non genera le sue contraddizioni solo al livello del lavoro vivo e del suo sfruttamento, o vincolando i bilanci alla regola del 3 %. Il neoliberismo genera una molteplicità di contraddizioni in tutti i campi della vita.
Si tratta quindi non tanto di rispondere, quanto di dare una domanda. E questa domanda potrebbe essere formulata così: “esiste il protagonista attivo che ha costituito il neoliberismo? e se esiste, come dobbiamo intenderlo? E perché la sua struttura si determina in un senso piuttosto che in un altro?” Sono gli uomini come individui o i gruppi sociali ad avere effettiva pregnanza nel processo storico? Esiste forse una soluzione intermedia?
Più di cento venti anni fa, contro a chi sosteneva (e sono tanti ancora oggi!) che la lotta politica è lotta per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai e basta, Lenin scriveva questo:

Una delle condizioni essenziali per il necessario ampliamento dell’agitazione politica è l’organizzazione di denunce politiche in tutti i campi della vita. Solamente con queste denunce si potrà educare la coscienza politica e suscitare l’attività rivoluzionaria […], reagendo ad ogni abuso, ad ogni manifestazione dell’arbitrio e dell’oppressione, qualunque sia la classe che ne è colpita. […] di fronte alle violenze bestiali della polizia contro il popolo, alle persecuzioni contro le sette religiose, alle bastonature dei contadini, agli abusi di censura, ai maltrattamenti dei soldati, alla repressioni delle più innocue iniziative culturali. […] Molti di noi non comprendono neppure ancora che questo è il loro dovere e si trascinano inconsciamente dietro alla grigia lotta quotidiana racchiusa entro i ristretti limiti della fabbrica.


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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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