Non gettiamo Akerlof (e i Clash) con l’acqua sporca

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Leggi gli altri contributi sul tema usciti finora:

1) Le due facce della medaglia neoliberale

2) Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note a una presentazione

3) La sinistra italiana e il liberalismo

4) Brevi cenni sul neoliberismo

5) La società degli individui non esiste

6) Nel labirinto del neoliberalismo

7) Riflessioni sul neoliberismo in Italia


Fino agli anni ’70 il paradigma keynesiano si affermava come dominante sia nella teoria accademica che negli strumenti di governo. Dalla crisi di questa visione del mondo è emerso come preponderante il Neoliberismo. Semplificando, si può dire che a livello teorico il keynesismo teorizzava l’equilibrio delle forze economiche solo come un punto ottimale da raggiungere tramite l’intervento dello stato. Al contrario, il neoliberismo ipotizza che l’economia tenda sempre all’equilibrio, anche senza l’intervento statale. Da qui nasce la rivoluzione copernicana che ha plasmato gli ultimi trent’anni: lo stato interventista non aiuta più l’economia a migliorare la vita dei cittadini ma appare come un elefante in una cristalleria.

Se all’apparenza tutto ciò può sembrarci mera spazzatura perché non ci pare sensata l’idea di un’economia che si aggiusta da sé, non dobbiamo dimenticarci che un paradigma trascina con sé la maggior parte delle idee, anche quelle più illuminate. Quando parliamo di superare il neoliberismo dobbiamo anche comprendere le innovazioni migliori che ha apportato, ovvero di non buttar via Akerlof insieme all’acqua sporca.

L’Acqua Sporca

Molti di coloro che hanno studiato un po’ di economia politica non possono scordarsi quei modellini economici propri della cosiddetta “Nuova Macroeconomia Classica”. Robert Lucas ci insegna che gli agenti economici hanno una forza eccezionale perché indovinano sempre cosa succederà nel periodo successivo. Con uno stile matematico suadente e accattivante dimostra che la macroeconomia è sempre in equilibrio grazie alla razionalità dei suoi agenti. Addio, infelici lidi dove la disoccupazione regna sovrana. Benvenuto, equilibrio economico, dove la disoccupazione non esiste, se esiste è volontaria o causata dall’intervento governativo che innalza l’inflazione (cioè i salari) in modo da ingannare gli incolpevoli agenti.

Questo è il mantra teorico del neoliberismo: l’equilibrio esiste grazie alla razionalità e infallibilità dell’economia. Le teorie postkeynesiane provarono a ridurre l’impatto terrificante della nuova macroeconomia classica. I nuovi keynesiani cercarono di dimostrare che l’equilibrio non fosse raggiungibile a causa di rigidità istituzionali che avevano ben poco a che fare con l’intervento del governo. In questa concezione, l’economia tende verso un equilibrio ma la disoccupazione esiste e va combattuta tramite l’intervento dello stato. Da qui nascono teorie che riconoscono le disfunzionalità del sistema economico in ottica neoliberale.

Cosa Non Buttare

La vera novità delle teorie postkeynesiane risiede nella concezione dell’individuo. Il paradigma keynesiano-fordista aveva plasmato una società basata su individui privi di preferenze individuali: come consumatori avrebbero dovuto guidare la Ford T “di tutti i colori purché nera”, come soggetti morali avrebbero dovuto seguire i precetti cristiani, come soggetti socio-economici avrebbero dovuto seguire la volontà della propria classe sociale. La reazione neoliberale liberò le preferenze individuali solo nell’ambito del mercato: gli uomini diventavano liberi consumatori. Il grande balzo in avanti dell’economia neokeynesiana fu quello di considerare le preferenze sociali dell’individuo.

Una delle chiavi di volta è il paper di George Akerlof in cui si considera il contratto di lavoro come un “parziale scambio di doni”. Osservando il comportamento di alcune impiegate di una ditta americana, l’economista di Berkeley nota che le lavoratrici più veloci non terminano il lavoro quando raggiungono gli obiettivi di produzione ma continuano in modo da aiutare le colleghe più lente. L’intuizione di Akerlof è quella che si generano sentimenti reciproci tra lavoratori e imprenditori attraverso il salario. Il salario non è un freddo strumento contrattuale ma un dono che l’imprenditore fa ai suoi dipendenti: le impiegate più veloci continuano a lavorare in modo sia da rispettare gli obiettivi aziendali che da aiutare le colleghe più lente.

Questa intuizione determina la coscienza che l’individuo possieda forti preferenze sociali determinate dal contesto in cui vive e lavora. Ad esempio, la teoria del salario equo scardina la concezione del salario come mero corrispettivo dello sforzo eseguito. Il salario dipende dalle caratteristiche sociali in cui l’azienda opera: maggiore è il sussidio di disoccupazione, minore è la disoccupazione, maggiori sono i salari delle altre imprese, maggiore sarà il salario di una data impresa per attirare i lavoratori.

Il vertice di questa letteratura viene probabilmente toccato dalla teoria che Sam Bowles definisce “preferenze endogene”. Queste rappresentano le preferenze individuali che vengono create dalla società che circonda il singolo individuo. In pratica diventiamo più o meno altruisti a seconda delle interazioni con i componenti del nostro gruppo di riferimento. Il centro dell’analisi economica diventa l’esigenza individuale all’interno del suo contesto sociale.

Lost in the supermarket

Possiamo allora pensare che uno dei motivi per cui il compromesso keynesiano-fordista si è rotto sia stato l’affermarsi di nuove esigenze derivate dal formarsi di nuovi blocchi sociali. La richiesta di libertà del movimento sessantottino ne è l’esempio più lampante. Si contestava l’autorità della chiesa, delle imprese e dello stato. I giovani si ribellavano alla rigidità che soffocava le loro esistenze individuali. Il picco di questo movimento libertario si è probabilmente raggiunto nel ’77 con la nascita del punk londinese.

I Sex Pistols, i Clash e Joy Division infiammarono la Londra laburista prima ancora che Margaret Thatcher salisse al numero 10 di Downing Street. Nel ’77 in “White Riot”, Joe Strummer incita i giovani bianchi a ribellarsi contro l’ordine costituito. Nel ’79 il movimento punk si fa più nichilista: mentre brucia la Londra keynesiana di “London Calling”, non si accetta neanche di diventare meri consumatori neoliberali come si esplicita in “Lost in the Supermarket”. In “Disorder” Ian Curtis canta il disordine che da sociale si trasforma lentamente in emozionale e generazionale.

Negli anni successivi brucia la Los Angeles degli X e dei Bad Religion, mentre in Italia l’icona pop Donatella Rettore fa l’elogio del suicidio in “Kamikaze Rock’n’Roll Suicide”. Il canto del cigno del movimento avviene a Seattle, quando Kurt Cobain, giovane dotato di scarse capacità musicali ma di immense capacità espressive, diventa il simbolo del disagio esistenziale, ormai privo di colore politico.

Il Futuro

E’ cruciale comprendere le novità positive del sistema neoliberale, in modo da sottolineare l’importanza di una società più libera, dove gli individui possano scegliere a quale gruppo appartenere e quali diritti esercitare. Se una sinistra che non mette al centro della sua azione la redistribuzione del reddito e considera solo i diritti civili è superflua, una sinistra che parla solo di redistribuzione è avulsa dalla realtà.

La sinistra deve poter intercettare non solo quel disagio economico-sociale generato dal mercato del lavoro neoliberale, ma anche quello esistenziale scaturito dalla rottura dei vecchi schemi sociali. Pensare che la libertà di sposarsi con chi si vuole, divorziare, abortire, consumare droghe leggere, ricorrere all’eutanasia, etc, sia meno importante della redistribuzione può generare incubi. Ad esempio, oggi si affermano i movimenti dei vari Putin, Orban e Kaczinsky che si presentano come alfieri antiausterità ma in realtà non fanno altro che combattere una rischiosa crociata contro la modernità e la libertà individuale.


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Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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