“Oltre il mito”: riflessioni su storia e letteratura a partire dalla vicenda di Giuseppe Ungaretti ed Enrico Pea ad Alessandria d’Egitto
- 08 Febbraio 2026

“Oltre il mito”: riflessioni su storia e letteratura a partire dalla vicenda di Giuseppe Ungaretti ed Enrico Pea ad Alessandria d’Egitto

Scritto da Costantino Paonessa

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«Bisogna però che io faccia un po’ di ordine prima di cominciare. Perché, ad esempio, non è che sia tutto un sogno. Certe cose sono successe e ne hanno fatto succedere delle altre». Inizia con queste parole la storia di Saverio, il protagonista del celebre romanzo di Maurizio Maggiani Il coraggio del Pettirosso[1]. Figlio di un fornaio di Alessandria d’Egitto, Saverio riscopre tra la “roba” lasciata dal padre la raccolta di poesie Il porto Sepolto Giuseppe Ungaretti. Nato ad Alessandria nel 1888, da genitori toscani emigrati negli anni Sessanta dell’Ottocento, il libro diventa per Saverio la chiave di volta di un racconto «in cui la Storia incrocia la memoria», come si legge nella quarta di copertina.

 

Pea, Ungaretti e la Baracca Rossa di Alessandria

Sul periodo alessandrino di Giuseppe Ungaretti esistono poche tracce documentarie. Il resto delle notizie proviene principalmente dalle memorie postume lasciate dal poeta e dagli articoli pubblicati durante la sua collaborazione con alcuni giornali italiani di Alessandria. Di recente, la studiosa Laura Giurdanella ha ricostruito le vicende di quegli anni nel volume Giuseppe l’Affricano: gli anni egiziani di Ungaretti tra anarchia, giornalismo e poesia[2]. Ben più noti sono invece i racconti dello scrittore Enrico Pea, istallatosi in Egitto attorno al 1894, che hanno contribuito a creare l’aura ribelle dei due giovani scrittori e a fissare nell’immaginario collettivo la figura della “Baracca Rossa”, luogo divenuto simbolo della presenza radicale italiana nel Mediterraneo nei primi anni del Novecento. Nel romanzo Vita in Egitto (1949), Pea scrive: «Giuseppe Ungaretti fin da ragazzo si infervorava, dunque in dispute di anarchici e di atei. Poi, in quella “Baracca Rossa” famosa di Hamman al-Zahab, malfamata per la gente scomunicata e sovversiva che da tutte le parti del mondo ivi si dava convegno con i propositi ribelli alla società e a Dio. Di quella “Baracca” io ero il fondatore e il padrone»[3]. Gli stessi tratti si ritrovano ne Il servitore del diavolo (1931) dove Pea scrive: «Era una di quelle sere in cui la Baracca Rossa accendeva tutti i suoi lumi. Una di quelle sere plenarie di poco complotto ma di molto numero: promiscuo di sesso e di razza: convegno di lingue babeliche. L’anticamera dell’inferno non deve essere dissimile, quando arrivano da ogni parte del mondo creature di ogni età, ancora vestite coi panni del loro paese […]»[4]. Dal canto suo Ungaretti, nel breve brano Ricordo di Pea scrive: «Conobbi Pea per caso. Facevo parte di un circolo anarchico – le ho fatte tutte, ma se uno a quell’età è un ribelle correndo dietro magari all’errore, sarà un vivo nella vita. Il Circolo pubblicava un settimanale di propaganda atea, Il Risorgete! e lo distribuiva la domenica, alle porte delle Chiese […]. Pea aveva ereditato dal suocero un’ebanisteria […] al piano superiore, uno stanzone l’aveva destinato a conferenze, assemblee, sproloqui, cospirazioni di sovversivi ad Alessandria, ch’era allora la città più ospitale del mondo, capitavano d’ogni dove»[5]. Se questi sono i toni con cui i due letterati rievocano il luogo e le azioni della loro permanenza ad Alessandria, le prove documentarie che li riguardano direttamente sono scarse, e quando disponibili, restituiscono un ruolo meno importante e incisivo nel radicalismo della città di quello da loro evocato. Diventa quindi necessario fare un po’ di chiarezza.

 

Il radicalismo italiano in Egitto 

Studi recenti hanno profondamente arricchito la storiografia sulla presenza internazionalista e anarchica in Egitto tra la seconda metà del XIX secolo e gli anni successivi la Prima guerra mondiale[6]. Non diversamente da quanto succedeva nel resto del mondo, anche in Egitto i movimenti radicali si configurano come coesistenza, anche conflittuale, tra gruppi locali e nuovi migranti provenienti dall’estero. Tuttavia, il contesto storico e politico egiziano contribuì a circoscrivere il movimento – almeno fino agli anni 1910 – alla sola colonia italiana e altri ambienti europei, con scarse relazioni con le popolazioni autoctone. Quando nel 1876 viene fondata la prima sezione dell’Internazionale ad Alessandria, l’Egitto è ancora una provincia ottomana in cui vigevano le Capitolazioni. Tale sistema garantiva alle “colonie” straniere l’extraterritorialità giuridica, conferendo loro importanti privilegi, tra cui l’immunità dall’arresto da parte delle autorità locali e, soprattutto, il diritto a essere giudicati dai tribunali consolari secondo le leggi del proprio Stato di origine. Le Capitolazioni vennero abolite solo nel 1937, rimanendo in vigore anche durante l’occupazione britannica dal 1882 al 1922.

Se si adotta una prospettiva esclusivamente nazionale, la storia del radicalismo socialista italiano in Egitto può essere divisa in tre periodi principali. Il momento fondativo ha le sue radici nelle numerose società di ispirazione mazziniana e mutualistiche del periodo preunitario. A questi si unirono, nei primi anni Settanta, esuli e migranti formatisi nel mito di Garibaldi e Bakunin, che in Egitto trovavano una fiorente congiuntura economica generata dall’apertura del Canale di Suez e dalle imponenti opere di modernizzazione avviate già da inizio secolo dai governatori locali. Le attività politiche di questo ciclo si limitarono alla propaganda e all’organizzazione di manifestazioni pubbliche volte ad affermare la propria presenza a livello internazionale e, al contempo, criticare le élite e le istituzioni italiane della colonia. Tra gli episodi più noti vi fu il «tentativo fanciullesco» di insurrezione, al quale prese parte anche Errico Malatesta, avvenuto nel contesto del conflitto del 1882 tra le forze egiziane guidate da Ahmad ‘Urabi Pasha e le truppe britanniche dispiegate per occupare il Paese. Al seguito di questo episodio, la repressione attuata dal consolato italiano e il progetto di dare nuova linfa all’Internazionale, spinse molti militanti a lasciare il Paese per spostarsi altrove. Seguì una fase di instabilità, aggravata anche dalla svolta riformista di Andrea Costa (1882), che in Egitto non mancò di spezzare il movimento anarchico. Nonostante un calo delle azioni militanti, limitate prevalentemente alla contestazione della monarchia e della loro famiglia, ad Alessandria, e in misura minore al Cairo, si mantennero comunque attivi dei gruppi che costituirono la base per una forte ripresa del movimento a fine secolo. Il 1899 è l’anno in cui tredici anarchici italiani vennero processati dal Consolato italiano di Alessandria con l’accusa di aver pianificato un attentato esplosivo contro l’imperatore di Germania Guglielmo II. Gli imputati vennero tutti scagionati anche perché emerse che il complotto era stato orchestrato all’interno dello stesso consolato. Sebbene il clima di allarme fosse alimentato dalla paura degli attentati anarchici legati alla cosiddetta “propaganda del fatto”, la vera motivazione dietro il processo risiedeva nel tentativo delle autorità italiane di eliminare un movimento anarchico che, pur nella sua frammentazione interna, manteneva una presenza significativa. A partire da questo momento, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Egitto si affermò come il principale punto di riferimento dell’anarchismo globale nel Sud e nell’Est del Mediterraneo.

Ancora una volta, a causare l’arrivo di nuovi militanti in Egitto è la repressione in Italia dopo l’eccidio di Bava Beccaris (1898). A livello regionale, contribuì la progressiva fine dei privilegi capitolari per gli italiani di Tunisia diventata protettorato francese nel 1881, dove risiedeva un’altra storica comunità anarchica. Tra il 1902 e il 1906, secondo il consolato italiano, risiedevano in Egitto almeno 66 anarchici o presunti tali. Tra il 1900 e il 1904 vennero schedate decine di persone. Ciò fu senza dubbio dovuto al perfezionamento dei metodi di sorveglianza internazionali. Tuttavia, nello stesso periodo, gli anarchici attivi ad Alessandria e al Cairo si distinsero per una vivace e continua attività politica. Scioperi e manifestazioni, la creazione di Leghe operaie e di circoli di studio, la fondazione dell’Università libera di Alessandria e dei Soccorsi d’urgenza contro il colera, la pubblicazione di numerosi giornali e un’intensa propaganda anticlericale sono solo alcune delle attività portate avanti. A metà degli anni Dieci del Novecento, ad Alessandria era molto attiva anche una sezione socialista denominata “C. Pisacane”, destinata, come vedremo, ad assumere un ruolo molto importante nell’episodio “dei tre russi”. Sebbene molte di queste esperienze risultarono effimere per la loro durata, ebbero il merito di preoccupare le polizie europee ed egiziane. Più ancora, contribuirono a creare un terreno fertile di dissenso e contestazione che, pur in modo indiretto, ebbe un impatto notevole nella formazione del movimento sindacale, socialista e comunista egiziano. In questo clima di fermento si formarono anche Pea e Ungaretti, i quali durante la loro giovinezza in Alessandria si lasciarono coinvolgere dagli ideali di sovversione e rivoluzione.

 

Pea e Ungaretti ad Alessandria 

Nonostante l’enfasi con cui Pea parla della Baracca Rossa nei suoi romanzi, nessun rapporto della polizia finora a conoscenza ne riporta il nome. Il dettaglio è particolarmente rilevante dal momento che gli anarchici, e in minor misura i socialisti, erano soggetti a una sorveglianza particolarmente meticolosa. Quello che invece appare certo è che nel 1909 il magazzino sito in via Hammam el-Zehab fosse divenuto la sede del Circolo Ateo.

Sulla militanza anarchica di Ungaretti la documentazione è più numerosa, anche se rimane circoscritta a un periodo di vita ben preciso. Nell’ottobre del 1909 il Ministero degli Interni italiano domanda informazioni su «Ungaretti e Rosenthal», redattori del nuovo giornale anarchico L’idea[7]. In risposta, il console di Alessandria invia questa nota: «Giuseppe Ungaretti, è oriundo di Lucca ma nato in Alessandria: convive con la sua madre benestante; fa il giornalista e il rappresentante di case commerciali. È attualmente redattore dell’Unione della Democrazia. È anarchico». Nei rapporti della polizia egiziana, tuttavia, i fratelli Giuseppe e Costantino sono confusi. Quest’ultimo viene descritto come: «Agent de commerce. Socialiste pechant vers les anarchistes. Pas d’antecedent»[8]. Secondo quanto riportato da Pea, l’impegno militante di Ungaretti cominciò con la frequentazione dei circoli atei e anticlericali attivi ad Alessandria. In questo contesto, come si è visto, egli collaborò con il giornale Il Risorgete!, periodico settimanale gratuito di propaganda atea, fondato dall’anarchico Bambini, e edito tra il 1907 e il 1909. Più o meno in questo periodo egli diventò anche redattore del giornale l’Unione della Democrazia, un «foglio settimanale» fondato nel 1907. In una nota del consolato italiano, il giornale veniva definito come «organo dei partiti popolari», «sovversivo tra i moderati, moderato tra i sovversivi»[9]. Il «foglio» era vicino agli ambienti borghesi, intellettuali e progressisti della colonia italiana d’Egitto assumendo posizioni anche molto critiche nei confronti del consolato. È in questi ambienti che Ungaretti entrò in contatto con frange politiche più radicali e cosmopolite di Alessandria. Il 1909 rappresentò un punto di svolta per il giovane Ungaretti. In quell’anno, il suo nome compare nei documenti della polizia in due occasioni. Egli fu fortemente coinvolto nel Comitato pro-Ferrer, costituito in occasione dell’esecuzione del pedagogo anarchico catalano Francisco Ferrer, le cui riunioni si tenevano anche presso la Baracca Rossa[10]. Sempre nello stesso anno, il poeta fece parte della redazione di Alessandria del giornale L’idea, pubblicazione irregolare – “esce quando vuole” – del movimento anarchico[11]. La testata pubblicò soltanto due numeri e, con la sua chiusura, scomparve anche il nome di Ungaretti dai rapporti della polizia.

Sulla militanza di Enrico Pea non esiste alcun tipo di documentazione ufficiale che possa confermare le sue memorie. Nel volume Vita in Egitto, lo scrittore afferma: «Ero nella “Baracca Rossa” ormai un vecchio milite dell’esercito ribelle, superato felicemente e con lode il periodo di noviziato che in gergo si chiamava “simpatizzante”»[12]. In effetti, nel suo racconto autobiografico Pea cita molti dei militanti italiani dell’epoca, rievocando alcune vicende vissute in loro compagnia. Tuttavia, nei numerosi rapporti redatti da ministeri, consolati e polizie europee finora esaminati il suo nome non compare mai. Unica eccezione è un rapporto che riferisce come nel 1911 «un certo Pea» avrebbe ospitato a Viareggio l’anarchico alessandrino Francesco Cini. Ben più rilevante è il processo tenutosi presso il consolato di Alessandria nel 1907 concernente il cosiddetto «Affare dei tre russi» in cui Pea venne ascoltato dal giudice-console in quanto firmatario del libretto L’arrestation des trois russes, oggetto di una denuncia per diffamazione. Per la sua importanza, la vicenda merita comunque di essere vista più da vicino[13].

 

Il caso dei tre russi 

Nelle memorie di Pea e Ungaretti sul loro vissuto ad Alessandria, la vicenda dei tre marinai russi ammutinati ad Alessandria nel 1907 occupa un posto di rilievo. L’episodio è stato in parte ricostruito dalla studiosa Rim Naguib in un recente articolo[14]. Il 13 gennaio di quell’anno, su richiesta del consolato russo, il marinaio esule Bostoev e due altri commilitoni vennero arrestati con l’accusa di ordire un complotto per fare esplodere una nave commerciale russa. In realtà, come già accaduto per il processo agli anarchici italiani nel 1899, il complotto era stato organizzato dallo stesso consolato al fine di espellere i tre marinai. Tra il 1905 e il 1907 l’Impero russo fu scosso da imponenti mobilitazioni sociali e politiche che avevano portato alla cosiddetta prima rivoluzione, contro lo Zar. In questo contesto marinai e operai dei porti del Mare d’Azov e del Mar Nero ebbero un ruolo di primo piano, anche perché fortemente sindacalizzati e molto recettivi alle idee socialiste e anarchiche. Nello stesso periodo il consolato russo di Alessandria guardava con forte preoccupazione marinai ed esuli russi che passavano per il porto della città. Gli avvenimenti in Russia, infatti, avevano suscitato un notevole movimento di solidarietà internazionale ad Alessandria, in particolare negli ambienti vicini al circolo socialista italiano. Di conseguenza, quando le autorità russe decisero di arrestare i tre marinai la reazione popolare non si fece attendere. Un articolo apparso sul giornale alessandrino La Réforme ad opera di Raoul Canivet, un personaggio conosciuto nei milieu progressisti della città, dal titolo Trois réfugiés russes arretés en Egypte fece scoppiare le proteste. Il quartiere della Borsa diventò presto la sede di accese riunioni pubbliche alle quali parteciparono inizialmente membri dell’élite commerciale, intellettuale e professionale cosmopolita della città. Tra i presenti anche alcuni membri della sezione socialista che in qualche misura svolgevano un ruolo di guida nelle proteste. Una prima richiesta di scarcerazione venne formulata alle autorità russe. Qualche giorno più tardi, il 19 gennaio, una protesta di 4.000 persone raggiunse il porto, dove si presumeva i tre russi fossero su una nave in procinto di essere espulsi. Il corteo era composto anche da molti operai, tra cui «numerosi italiani», una circostanza per la quale il consolato italiano istituì qualche giorno dopo un procedimento su domanda del Governatorato contro il socialista Gaetano Pratano e altre persone per incitazione alla violenza. In effetti, dopo un presidio presso il governatorato e il consolato inglese, la manifestazione sfociò in duri scontri con la polizia “alla marina”, quando alcuni manifestanti riuscirono a salire a bordo del piroscafo Imperatore Nicola al fine di liberare i prigionieri. Il giorno dopo, 20 gennaio, un altro corteo di migliaia di persone marciò nella città. Alcune di queste cercarono di assaltare il consolato russo e ne «abbatterono lo stemma». Nella folla era stato distribuito un volantino in italiano e in greco incitante «a prepararsi all’uso della forza». Intanto, anche al Cairo una protesta venne immediatamente repressa. Ciononostante, i tre russi furono rimpatriati attorno al 27 gennaio da Port Said. In una nota l’ambasciatore russo dichiarò responsabili della protesta: «gli ebrei, i massoni e gli anarchici italiani». Il giornale egiziano al-Liwa invece evocò la presenza di «russi, stranieri di tutte le razze e di qualche egiziano».

Come già accennato in seguito alle proteste, il tribunale consolare del Cairo istituì due procedimenti giudiziari. Uno fu intentato da Maurizio Herzenstein, suddito russo, contro «Acco Vittorio e altri» per diffamazione[15]. La vicenda è ampiamente descritta anche da Pea. Herzenstein, all’epoca direttore della Società della tratta delle bianche, venne accusato in una brochure scritta in francese, italiano e arabo di essere in combutta con un’altra spia russa di nome Marcovitch, nell’organizzazione del complotto contro i tre esuli. Furono processati tutti gli 81 firmatari dell’opuscolo, tra cui Pea. Furono interrogate 164 persone tra cui anche Joseph Rosenthal e Leone Stone, due figure di rilievo nella scena politica sovversiva egiziana che saranno sorvegliati anche dalla polizia fascista. Il processo si concluse con un’assoluzione generale. Secondo quanto riportato da Pea, il legale di Herzenstein, avvocato Volpini, sarebbe stato ucciso poco dopo nel suo studio[16]. L’altro processo, invece, coinvolse il dott. Gaetano Pratano, il dott. Arnaldo Calzolari, Beniamino Arbib, Pepe Umberto e Corrida Attilio accusati di incitazione alla protesta[17]. Altri tre, Alfredo Mustachi, Umberto Pinto e Armando Athanasi furono arrestati e poi accusati di «aver lanciato sul Consolato di Russia e sugli agenti di polizia, delle uova, del fango e altre immondizie». Più di sessanta persone furono interrogate dal giudice italiano. Ulteriori processi furono intentanti presso altre corti consolari, tra cui l’austriaca e la francese. Un’altra inchiesta venne condotta dal Governatorato egiziano e gli atti trasferiti al Consolato contro il dott. Pratano, accusato di essersi «recato personalmente presso gli operai» scalpellini della sua azienda «facendogli interrompere il lavoro» al fine di partecipare alla manifestazione alla Borsa. Giuseppe Ungaretti fa riferimento anche ad un altro processo: «Quando un treno carico di cittadini russi stava per arrivare dal Cairo ad Alessandria per condurre poi i prigionieri alla nave, i rivoluzionari della Baracca Rossa decisero di stendersi sulle rotaie per impedire al treno di proseguire la sua corsa e per liberare così i prigionieri. Lo fecero. Liberarono i prigionieri»[18]. Di tutto questo, al momento, non è stata trovata alcuna fonte documentaria.

 

Quando la Storia incontra la memoria 

I rapporti tra storia e letteratura sono sempre stati strettissimi. Nonostante le discussioni e i confronti sui diversi modi di fare storia, così come sulle convergenze e le divergenze tra storia e narrativa, oggi è opinione piuttosto condivisa che il testo letterario possa trasmettere conoscenze storiche. Ciò è possibile, tuttavia, a condizione che il testo venga sottoposto a un’analisi critica interna e a un’attenta analisi del testo. In questo senso le memorie di Ungaretti, e soprattutto i tanti racconti autobiografici di Pea, forniscono informazioni e dettagli importanti per la ricostruzione storica di vicende che hanno riguardato la vita della colonia italiana d’Egitto. Tuttavia, si è voluto dimostrare come la capacità dei due autori di rappresentare con estrema vividezza personaggi e situazioni non sempre corrisponda a verità storica[19]. Il caso della Baracca Rossa rappresenta un esempio significativo in questo senso. Se davvero il magazzino di Hamman al-Zahab esistette, come luogo di ritrovo per militanti di culture, lingue e appartenenze diverse, il suo ruolo all’interno del movimento anarchico e socialista alessandrino è da ridimensionare. Un indizio in tal senso è la quasi totale assenza di riferimenti nei documenti consolari e delle polizie finora esaminati. Proprio come non compare il nome di Pea, che pure nei suoi due romanzi si descrive come un “militante” anarchico. Diverso, come è stato evidenziato, il discorso su Ungaretti, il quale tuttavia parla poco in prima persona del periodo in cui effettivamente frequentò i circoli atei e anticlericali vicini all’anarchismo. La questione che si pone allora oltrepassa la ricostruzione dei fatti storici per spostarsi verso l’analisi del testo e delle mentalità. In questo quadro, è importante rilevare che gli scritti di Pea e quelli di Ungaretti (compresa la sua produzione legata all’Egitto) abbiano giocato, e contribuiscono a giocare, un ruolo importante nella costruzione di quello che una nuova generazione di studiosi e studiose ha definito “il mito degli italiani d’Egitto”.


[1] Maurizio Maggiani, Il coraggio del Pettirosso, Feltrinelli, Milano 1996.

[2] Laura Giurdanella, Giuseppe l’Affricano. Gli anni egiziani di Ungaretti tra anarchia, giornalismo e poesia, ELiPHi, Strasburgo 2022.

[3] Enrico Pea, Vita in Egitto, Mondadori, Milano 1982, p. 192.

[4] Enrico Pea, Il servitore del diavolo, Elliot, Roma 2008, p. 366.

[5] Giuseppe Ungaretti, Ricordo di Pea, in Laura Giurdanella, op. cit., pp. 120-122.

[6] La bibliografia sull’argomento è ampia. Qui di seguito sono citate tre opere significative da cui sono tratte tutte le informazioni riportate nel paragrafo. Ilham Khuri-Makdisi, The Eastern Mediterranean and the Making of Global Radicalism, 1860-1914, University of California, Oakland 2010; Anthony Gorman, “Diverse In Race, Religion And Nationality… But United In Aspirations Of Civil Progress”: The Anarchist Movement In Egypt 1860–1940, in Steven Hirsch, Lucien van der Walt, Anarchism and Syndicalism in the Colonial and Postcolonial World, 1870-1940, Brill, Ledia 2010, pp. 1–31; Costantino Paonessa, Anarchismo e colonialismo: gli anarchici italiani in Egitto (1860 – 1914), «Studi Storici», Anno 58, No 2 (2017), pp. 401-427.

[7] ASDMAE (Archivio Storico Diplomatico del Ministero Affari Esteri), Ambasciata Cairo, b. 120, Roma 28 ottobre 1909.

[8] ASDMAE, Ambasciata Cairo, b. 120, Note à l’Agence Diplomatique de Sa Majesté Royale d’Italie, s.d. Tradotto in italiano per il Ministero dell’Interno il 2 dicembre 1909.

[9] ASDMAE, Ambasciata Cairo, b. 120, Alessandria 8 aprile 1909.

[10] ASDMAE, Ambasciata Cairo, b. 120, “Pro-Ferrer”, Cairo, 7 ottobre 1909. Laura Giurdanella, op. cit., p. 122

[11] ASDMAE, Ambasciata Cairo, b. 120, Cairo 3 ottobre 1909.

[12] Enrico Pea, Vita in Egitto, op. cit., p. 115.

[13] La ricostruzione che segue si basa sugli incartamenti processuali: ASDMAE, Consolato d’Italia Alessandria d’Egitto, Tribunali consolari, Processi penali 1–22, 1907, fascicoli n° 18 e fascicoli n°19.

[14] Rim Naguib, Alexandrie-Odessa. Réseaux anarchistes-syndicalistes, solidarité internationaliste et répression coloniale, in Isabelle Felici, Costantino Paonessa (dir.), Anarchisme en Méditerranée orientale et occidentale, Atelier de création libertaire, Lione 2024, pp. 99-124.

[15] ASDMAE, Consolato d’Italia Alessandria d’Egitto, Tribunali consolari, Processi penali 1–22, 1907, fascicoli n. 19.

[16] Enrico Pea, Vita in Egitto, op. cit., p. 147.

[17] ASDMAE, Consolato d’Italia Alessandria d’Egitto, Tribunali consolari, Processi penali 1–22, 1907, fascicoli n. 18.

[18] Laura Giurdanella, op. cit., p. 129.

[19] Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni a margine al processo Sofri, Feltrinelli, Milano 2006.

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