Scritto da Riccardo Carnevali, Niccolò Doni, Alberta Ivaldi, Sofia Lipparini, Stefano Vernamonti
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Investitore e manager la cui attività si colloca nell’intersezione tra tecnologia, finanza e public policy, è ora General Partner in Primo Space, fondo di venture capital specializzato nella space economy e nelle imprese deep tech. In passato è stato Managing Director di Endeavor Italia, tra le sue pubblicazioni: I cancelli del cielo. Economia e politica della grande corsa allo spazio 1950-2050 (con Alessandro Aresu, Luiss University Press 2022).
Questa intervista esplora la nuova frontiera della space economy, con l’obiettivo di comprenderne i meccanismi strutturali e il ruolo svolto all’interno del contesto globale contemporaneo. Ripercorse le origini e l’evoluzione del settore aerospaziale, l’analisi approfondisce le relazioni tra gli attori internazionali coinvolti e ne valuta le applicazioni tecnologiche, nel tentativo di sondare le possibili prospettive future. L’intervista è stata realizzata nell’ambito del corso 2025 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.
Durante la Guerra Fredda, lo spazio costituiva un campo di competizione tra grandi potenze, in particolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel libro I cancelli del cielo, scritto con Alessandro Aresu, viene analizzata l’evoluzione dell’economia e della politica dello spazio dal 1950 al 2050. Quando e in che modo si è passati dalla “corsa allo spazio” a quella che oggi definiamo “nuova economia dello spazio”? Quali fattori hanno reso possibile questa trasformazione?
Raffaele Mauro: Il passaggio verso la nuova economia dello spazio ha preso forma nella seconda decade degli anni Duemila, grazie all’accelerazione di due fenomeni chiave. Il primo riguarda la drastica riduzione del costo di accesso all’orbita: tradizionalmente, uno dei principali limiti dell’industria spaziale risiedeva nelle ingenti risorse economiche richieste, nella complessità tecnologica e nei rischi elevati. Nei primi decenni delle esplorazioni spaziali, il costo per trasportare un chilogrammo di materiale – o payload – in orbita ammontava a svariati milioni di dollari. Oggi, grazie all’evoluzione dei lanciatori, questo valore oscilla tra i 5.000 e i 15.000 dollari per chilogrammo e, con veicoli riutilizzabili come gli Starship di SpaceX, potrebbe scendere sotto i 1.000 dollari. L’avvento dei razzi riutilizzabili, di fatto, ha trasformato la sostenibilità economica del settore: come accadrebbe per un viaggio in aereo o in treno, pensate quanto sarebbe impensabile dismettere il mezzo dopo ogni viaggio. Anche un numero limitato di riutilizzi, di otto o dieci missioni, comporta l’abbattimento dei costi permettendo anche a startup e a piccole imprese, non più soltanto a Stati e agenzie spaziali, di eseguire esperimenti e avviare progetti innovativi. Il secondo fenomeno riguarda la trasformazione dei satelliti, oggi sempre più simili a computer per la loro capacità di gestire dati e di processare informazioni. Il valore economico dei satelliti è sempre più connesso alla qualità e quantità con la quale sono in grado di generare, elaborare e trasmettere dati in modo efficace ed efficiente. Negli ultimi anni, tali dispositivi hanno beneficiato di un processo di ottimizzazione e miniaturizzazione delle componenti che ha favorito un passaggio dai grandi e costosi satelliti del passato a flotte di smallsats, microsatelliti e nanosatelliti, ovvero unità dotate di funzionalità avanzate ma con volumi e costi sempre più ridotti. La convergenza tra questi due trend ha reso possibile una democratizzazione dell’accesso allo spazio, favorendo la nascita di un ecosistema sempre più aperto, dinamico e competitivo: da questa trasformazione ha avuto origine la space economy che conosciamo oggi.
Il mondo che ha descritto richiede finanziamenti e tecnologia: quali sono oggi i principali attori della space economy e che relazione intercorre tra soggetti pubblici, grandi gruppi privati e piccole startup in questo settore in rapida evoluzione?
Raffaele Mauro: I grandi attori tradizionali non sono scomparsi e continuano a mantenere un ruolo rilevante, però l’ecosistema si è profondamente diversificato. Oggi esistono differenti tipologie di finanziatori. In primo luogo, gli Stati e le loro agenzie spaziali pubbliche rappresentano la componente principale: un esempio è la European Space Agency (ESA), sostenuta da più Stati europei in collaborazione. Accanto a esse ci sono le grandi aziende aerospaziali che lavorano a stretto contatto con gli enti pubblici – in Italia, per esempio, Leonardo S.p.A. è un punto di riferimento. Un ruolo importante è svolto anche dagli apparati della difesa, che in molte nazioni sviluppate hanno istituito comandi interforze dedicati al presidio terrestre, del cielo, del mare, del cyber e, oggi, anche dello spazio. Negli Stati Uniti la Space Force è divenuta un attore chiave: dispone di un budget maggiore di quello della NASA e di una catena di comando autonoma, dedicata alla gestione delle risorse strategiche e alla superiorità nel controllo delle informazioni nel dominio aerospaziale. A questi si affiancano i fondi privati di venture capital e private equity che negli ultimi anni hanno iniziato a investire in questo settore, prima considerato troppo rischioso e complesso. Pur restando un campo sfidante, lo spazio oggi risulta accessibile anche al capitale di rischio, come dimostra l’attività di fondi specializzati, tra cui Primo Space. Infine, le diverse tipologie di concessioni pubbliche per la ricerca rimangono una fondamentale fonte di investimento. Dal lato di chi riceve questi fondi, invece, si è assistito a un profondo cambiamento: in passato, le risorse erano destinate a grandi aziende o PMI coinvolte nella costruzione di piccoli sistemi per agenzie spaziali; oggi, invece, emergono startup con un’impostazione più simile alle aziende del mondo digitale, caratterizzate da business model scalabili, un’operatività veloce e un approccio internazionale.
Le grandi aziende tecnologiche stanno investendo in modo crescente nella space economy. Quali sono le motivazioni principali di questi investimenti? Oltre al ritorno economico, quali altri interessi strategici e tecnologici guidano la loro partecipazione al settore aerospaziale?
Raffaele Mauro: Nel caso di aziende come Amazon, Google e Microsoft, l’obiettivo principale resta il ritorno economico. Tuttavia, possono agire anche con l’intento di procurarsi un vantaggio di posizionamento strategico nel lungo periodo. Un esempio, al di fuori della space economy, è rappresentato dal comportamento di Amazon: spesso, infatti, tende a entrare in alcuni mercati in perdita, con l’obiettivo di diventarne l’attore dominante. Allo stesso modo, le Big Tech partecipano al settore aerospaziale rendendo difficile l’accesso ad altri soggetti. È interessante, inoltre, notare come sia Uber sia Apple abbiano acquisito in passato alcune startup in ambito aerospaziale, perché necessitano delle loro competenze nel campo delle tecnologie di geolocalizzazione. Queste grandi aziende tecnologiche hanno infatti compreso che l’infrastruttura di Internet si sta fondendo con quella dei satelliti a bassa orbita, in quanto l’accesso alla rete sarà sempre più mediato da tecnologie aerospaziali. Per esempio, nel bilancio di SpaceX la componente di Starlink – una costellazione di satelliti progettata per garantire l’accesso a una rete Internet globale via satellite – sta assumendo un peso sempre più rilevante. Infatti, rende il loro bilancio molto più solido, meno dipendente dalle oscillazioni politiche degli Stati Uniti, con una base di utenti globale che si abbona al servizio e che può proteggere dai rischi finanziari. Riassumendo, quindi, per imprese come Amazon, Google e Microsoft sono molto importanti le tematiche legate al posizionamento strategico di mercato, alla comunicazione, all’accesso alla rete e alla geolocalizzazione. In via puramente speculativa, infine, si sta esplorando l’idea di posizionare i data center nello spazio, aumentando potenzialmente il livello di sicurezza, favorendo l’approvvigionamento energetico ed evitando di dover gestire sistemi di raffreddamento a terra. La questione, tuttavia, è ancora incerta per quanto riguarda la sua reale fattibilità tecnica, per i problemi di manutenzione, i costi elevanti e l’effettiva sostenibilità economica.
Abbiamo parlato di diversi attori multinazionali, ma ragionando a livello sovranazionale, qual è oggi il ruolo dell’Unione Europea nel mercato aerospaziale globale? Soprattutto in confronto agli altri grandi attori geopolitici, come Stati Uniti, Cina e India. L’Europa sta svolgendo un ruolo principalmente economico, tecnologico, politico o tenta di mantenere unite queste dimensioni, per quanto possibile?
Raffaele Mauro: Il noto problema dell’Unione Europea è che è lenta e divisa. Gli altri attori continentali investono masse critiche di risorse, mantenendosi sempre fedeli a una visione di lungo termine. La Cina, in particolare, sta sviluppando un programma ambiziosissimo con risultati già significativi, come la Stazione spaziale modulare Tiangong, già operativa e incorso di espansione, ma anche l’India sta raggiungendo traguardi rilevanti. Da questo punto di vista, il mondo va molto veloce. A livello europeo, l’ESA è una struttura interessante, relativamente ben finanziata, che promuove progetti di natura sia scientifica sia commerciale e che, tuttavia, deve affrontare ancora divisioni interne, come quelle tra Francia e Germania, la cui soluzione non è né rapida né semplice. Nonostante ciò, oggi è possibile agire da protagonisti soltanto operando su scala europea, perché è molto difficile pensare di realizzare obiettivi significativi perseguendo un’ottica puramente locale.
Tornando al libro, ma con uno sguardo al futuro: quali sono, secondo lei, le prospettive più rilevanti per lo sviluppo dell’economia spaziale nei prossimi decenni? E in che modo il tema della sostenibilità – sia in termini di impatto ambientale sulla Terra che di gestione dello spazio orbitale – si inserisce in questa nuova fase della corsa allo spazio? Inoltre, considerando che l’economia spaziale ha effetti trasversali su vari settori, ritiene che ci siano opportunità concrete per investimenti che mettano al centro l’impegno verso la sostenibilità e la lotta ai cambiamenti climatici?
Raffaele Mauro: Le tecnologie e le infrastrutture aerospaziali possono prestarsi a moltissime applicazioni puramente civili o scientifiche, ad esempio l’archeologia: si può infatti osservare la Terra per individuare in una foresta tracce di infrastrutture abbandonate o di città sepolte. Anche l’ambito ambientale offre opportunità enormi: ad esempio, oltre alle classiche applicazioni meteorologiche, si possono osservare lo stato degli oceani, l’irrigazione dei terreni e la qualità dell’aria. A livello di sostenibilità, le infrastrutture spaziali possono anche costituire una base di partenza per nuovi modelli di business. Ad esempio, la società torinese Eoliann, in cui ha investito il fondo Primo Space, fonde dati idrogeologici tradizionali con immagini satellitari, e li processa con algoritmi evoluti – anche di machine learning – ottenendo come output degli indicatori di rischio climatico. In pratica, nel caso si sappia che per una determinata area geografica sussiste un determinato rischio di alluvione, questi output vengono comprati da società di infrastrutture attive nell’ambito dell’energia, da banche o da assicurazioni, le quali sono a tutti gli effetti clienti paganti in questo business.
Inoltre, considerando lo spazio da un punto di vista non commerciale, la ricerca scientifica ricopre un ruolo essenziale: ai fini della comprensione del cosmo, ormai da decenni è fondamentale l’invio di sonde nel sistema solare, negli altri pianeti e anche nello spazio intergalattico – come il Progetto Voyager del 1977, che ha visto il lancio di due sonde spaziali statunitensi con l’obiettivo di esplorare il sistema solare e successivamente lo spazio interstellare, fornendo importanti informazioni su Giove, Saturno, Urano e Nettuno che ad oggi continuano ad essere attive, trasmettendo dati alle stazioni a terra. Attualmente, questo tipo di progetti scientifici corre un forte rischio, perché l’amministrazione Trump ha aumentato il budget della Space Force ma ha tagliato quello della NASA, soprattutto su alcuni progetti scientifici. Questo crea un clima di incertezza globale, poiché l’ESA si affida significativamente alla collaborazione con la NASA. Di conseguenza, molte attività di ricerca scientifica sono a rischio.
Parlando del turismo spaziale, invece, com’è nato questo fenomeno e cosa alimenta la fascinazione generale? Quali sono le possibilità di sviluppo per questa piccola nicchia economica?
Raffaele Mauro: Il turismo spaziale esiste, ormai, da quasi 25 anni. Vi sono persone che, dall’inizio degli anni Duemila, pagano per fare questo tipo di viaggio: è una forma di turismo estremamente di nicchia, che implica costi molto elevati e un certo grado di rischio. Ricordo anche come, ai suoi albori, vi siano state molte resistenze, perché nella Stazione Spaziale Internazionale potevano trovarsi sia astronauti addestrati per anni a svolgere specifiche azioni, sia civili che, anche involontariamente, potevano causare danni ingenti. Non è scontato, quindi, che si sia sviluppato un tale fenomeno. Il turismo spaziale si divide in varie categorie. Vi sono coloro che, semplicemente, effettuano voli suborbitali per pochi minuti, chi effettivamente oltrepassa la linea di Kármán – a circa 100 chilometri sopra il livello del mare, che segna per convenzione il confine tra l’atmosfera terrestre e lo spazio esterno –, e altri che arrivano addirittura nella Stazione Spaziale Internazionale, come ha fatto la turista spaziale statunitense di origine iraniana Anousheh Ansari, nel 2006. È un settore in espansione: rispetto agli anni passati, è cresciuto il numero di turisti spaziali, perché sono aumentate le società e le modalità che lo rendono possibile. Per esempio, non molto tempo fa l’unico veicolo adibito ai viaggi nello spazio era la Soyuz; adesso si è aggiunta stabilmente anche la Dragon di SpaceX.
Vorrei, tuttavia, sottolineare un dettaglio: il turismo spaziale accende molto l’immaginazione ma, se lo analizziamo da un punto di vista economico, costituisce una frazione infinitesimale della new space economy, che si basa invece su altro. Il flusso finanziario deriva dall’utilizzo dello spazio commerciale, delle telecomunicazioni e da altre tipologie di business. Verosimilmente, il turismo spaziale si espanderà gradualmente, ma con una velocità minore rispetto a quanto viene spesso comunicato dal marketing. Tra tre anni non avremo mille e nemmeno duecento turisti in orbita, per fare un esempio, anche per una questione di rischi: un astronauta professionista mette già in conto la possibilità che si verifichi un incidente, come parte del proprio mestiere; al contrario, una coppia di turisti spaziali, come due sposi in viaggio spaziale di lusso, piuttosto che in un tradizionale viaggio di nozze, può sottovalutare le possibili complicazioni: in casi estremi anche la perdita della vita. Da questo punto di vista, devono essere rispettati vincoli di sicurezza molto stringenti.
È interessante notare come il turismo spaziale si sia forse sviluppato prima della space economy stessa, considerando che il primo risale all’inizio degli anni Duemila e il grande boom della seconda a soli quindici anni fa. In conclusione, si potrebbe arrivare a dire che il vero pioniere dello spazio è stato l’essere umano turista?
Raffaele Mauro: L’inizio della space economy in sé è qualcosa di dubbio, non esiste uno spartiacque vero e proprio. Un precedente punto di svolta, rispetto a quello citato all’inizio, risale già al 2002. Poco prima e poco dopo quell’anno, infatti, sono state fondate le principali imprese note al grande pubblico: SpaceX di Elon Musk, Blue Origin di Jeff Bezos e Virgin Galactic di Richard Branson. Dopo l’esplosione della prima bolla delle dot-com, queste figure hanno eletto lo spazio come nuova area d’investimento delle proprie risorse, perché dotate di un’elevata ricchezza personale e di un’alta propensione al rischio. Quella di Elon Musk, in particolare, è diventata una tra le principali imprese private al mondo, senza essere quotata in borsa. Il 2002 si lega poi anche al turismo spaziale: la Virgin Galactic, di cui sopra, era nata esplicitamente per perseguire quell’obiettivo; quindi, tra i due fenomeni esiste una correlazione. Dal mio punto di vista, comunque, il punto di svolta vero e proprio deve essere segnato più avanti, quando l’accelerazione dello sviluppo tecnologico ha avuto un suo impatto, fungendo da catalizzatore; e quando anche i vettori di SpaceX, i Falcon, sono diventati disponibili a un costo relativamente basso.