Recensione a: Mauro Bonazzi, Passato, il Mulino, Bologna, 2023, pp. 120, 12 euro (scheda libro)
Scritto da Valerio Ricciardi
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Nel suo saggio Mauro Bonazzi esamina la questione del passato nella società contemporanea, a partire dalle analisi del sociologo e filosofo tedesco Hartmut Rosa, secondo il quale la “logica dell’accelerazione sociale” costituisce la vera e propria essenza della tarda modernità in cui viviamo. Si può senz’altro dire che ognuno di noi sperimenta questa crescente, e a tratti inebriante, velocizzazione nella vita di tutti i giorni: i miglioramenti nei trasporti che consentono spostamenti sempre più rapidi, rendendo di fatto il mondo sempre più piccolo; la produzione di beni di consumo sempre più avanzati e che cadono sempre più velocemente nell’obsolescenza; l’immediatezza delle comunicazioni garantita da Internet e così via. Tutti questi processi e le trasformazioni nella nostra vita da essi prodotti sono chiari esempi di accelerazione sociale. Secondo Rosa, questo processo di accelerazione è sostenuto da una profonda trasformazione delle strutture temporali attorno a cui la nostra vita associata è organizzata. In particolare, nel corrente regime temporale dell’accelerazione ogni oggetto fisico, ogni nostra credenza o conoscenza è caratterizzata da una rapida obsolescenza e, di conseguenza, dalla necessità di lasciar rapidamente posto a ciò che è nuovo. Il risultato di questo processo è una vera e propria “contrazione del presente”, nel senso che le porzioni di tempo definibili come presente si contraggono, riducendo il “presente” ad un vero e proprio “qui e ora”. Al tempo stesso, l’accelerazione sociale produce una “contrazione sul presente” nella misura in cui la vita accelerata conduce ad uno stato di inerzia strutturale, per cui gli episodi di vita individuale e collettiva finiscono per perdere il loro ruolo di tappe di un percorso dotato di senso e indirizzato ad un futuro. Ne viene quella che Rosa definisce “stasi assoluta ad alta velocità”, in cui gli individui conducono esistenze sempre più accelerate e al tempo stesso prive di scopo e di cambiamenti significativi. Sotto questo regime temporale, in cui persino il passato recente sembra perdere la sua rilevanza a favore di un eterno presente, Bonazzi afferma con forza la necessità di parlare di passato, evidenziandone il ruolo centrale e ineludibile nel dibattito politico e culturale odierno. Infatti, l’attuale crisi della tradizione culturale europea e occidentale, e della sua sostanziale egemonia sul resto del mondo, ci spinge a ritornare a interrogare il nostro passato in maniera critica.
Negli ultimi anni, la nostra tradizione culturale è stata fortemente contestata dalla cosiddetta cancel culture, un fenomeno originariamente statunitense che si sta propagando in tutto il mondo occidentale. Secondo Bonazzi, i seguaci della cancel culture leggono il passato in maniera semplicistica cercando di giudicarlo sulla base dei propri valori, ma le loro istanze sono state sostanzialmente banalizzate e ridotte a singoli episodi estremi. Infatti, anche se in maniera ingenua e poco articolata, la cancel culture solleva la questione della problematicità della nostra tradizione culturale, la cui celebrazione come culmine della civiltà umana ha giocato un ruolo essenziale nella giustificazione di logiche di dominio che oggi giustamente disapproviamo, come il colonialismo, il razzismo, la misoginia e così via. Pertanto, si può interpretare la cancel culture come una reazione scomposta alla disillusione che ha portato la presa di coscienza dei crimini commessi dalle potenze occidentali sulla base di una presunta superiorità valoriale e culturale.
Questo fenomeno di rifiuto della nostra tradizione, ingenuo ma sostenuto da ben fondate ragioni, è fortemente contestato dalla destra, che considera la cancel culture il simbolo del declino culturale della sinistra; eppure, Bonazzi osserva che, al contrario di quel che si pensa, esiste anche una cancel culture di destra, spesso ben più consapevole ed efficace nella sua opera di cancellazione. Questo accade specialmente negli Stati Uniti, dove la destra cerca attivamente di condizionare i curricula scolastici, escludendo dall’insegnamento non solo questioni spinose come il razzismo e la questione di genere, ma anche quegli autori e quelle tematiche del passato che non sono compatibili con il loro tradizionalismo. Il passato è un luogo diverso e a volte ci sorprende, specialmente quando scopriamo che i nostri antenati vivevano in maniera diversa dalle nostre idee preconcette. Il tradizionalismo di destra vuole offrire un rifugio in un passato idealizzato, che possa fornire consolazione di fronte alle incertezze del presente e al tempo stesso giustificazione per i propri valori, propagandati come quelli fondanti della civiltà occidentale. A differenza dell’impostazione sostanzialmente distruttiva della cancel culture di stampo liberale, la destra persegue una cancellazione selettiva, ritagliandosi un passato fittizio a proprio uso e consumo.
Bonazzi sottolinea giustamente che, sebbene possano sembrare fenomeni nuovi, entrambe queste forme di cancellazione sono comparse più di una volta nella storia, nei momenti più diversi. I tentativi di mistificazione sono stati, di fatto, innumerevoli e si può dire che nella storia ogni società abbia creato una propria versione idealizzata del passato, che doveva fungere o da rifugio da un presente percepito come sconsolante (si pensi ai vari richiami ad un’immaginaria età dell’oro) o da giustificazione ideologica per determinati progetti politici. Al tempo stesso, non sono mancati momenti di rottura in cui il passato è stato rifiutato in blocco. Uno degli esempi più significativi è rappresentato senz’altro dal cristianesimo antico e dal suo rifiuto di alcuni aspetti della cultura greco-romana, considerati troppo legati alla tradizione pagana, da rimuovere per garantire la salvezza delle anime. Questa contestazione radicale si è tradotta anche in episodi distruttivi come l’incendio della Biblioteca di Alessandria da parte dei cristiani. Oggi, la tradizione che si vuole cancellare è quella europea e occidentale.
Ma in cosa consiste effettivamente la tradizione occidentale? La risposta più immediata è che la tradizione occidentale sia fondata sull’antichità greco-romana, completata e portata alla sua forma definitiva dal cristianesimo. Tuttavia, contro questa visione schematica, Bonazzi argomenta che la complementarità di queste componenti è tutt’altro che scontata. In primo luogo, parlare di antichità greco-romana occulta profonde differenze tra le concezioni del mondo dei Greci e dei Romani. Ad esempio, i Greci si concepivano come una stirpe superiore per natura a tutti i non-Greci, siano essi occidentali od orientali, mentre i Romani portavano avanti una concezione giuridica della cittadinanza e dell’appartenenza alla comunità che, di fatto, escludeva una superiorità razziale. Al tempo stesso, è certamente vero che i Romani, dopo aver sottomesso i Greci, avvertirono la necessità di appropriarsi della sofisticata cultura ellenica, ma mantennero una certa ambivalenza verso di loro. Da questo punto di vista, l’autore fa riferimento ad un dettaglio illuminante dell’ideologia imperiale, consacrato nell’Eneide di Virgilio, ovvero la discendenza di Roma dai Troiani, ossia da orientali che nell’Iliade erano rappresentati come i nemici per eccellenza dei Greci. Rivendicare l’eredità troiana significa rivendicare di essere qualcosa di radicalmente diverso dai Greci. Nel corso del medioevo con lo Scisma d’Oriente, la Chiesa latina e la Chiesa greca si separano e «la tradizione greca è respinta sotto il mantello del cristianesimo ortodosso» (p. 63). Paradossalmente nei secoli che precedono la caduta di Costantinopoli, che porterà molti intellettuali greci a rifugiarsi in Occidente con i loro libri, risvegliando l’interesse per la tradizione classica, l’Islam più del Cristianesimo ha rivendicato l’eredità culturale greca, giocando un ruolo essenziale nella successiva riscoperta di Aristotele nell’Europa medievale. Queste considerazioni mostrano come la nostra idea di una tradizione occidentale basata su classicità greco-romana e cristianesimo sia tutt’altro che scontata e che si sia formata in tempi relativamente recenti, tra Seicento e Settecento, per poi imporsi nell’Ottocento.
Uno dei caratteri fondamentali della costruzione di questa idea di Occidente formatasi nell’età moderna è il suo costruirsi in opposizione alla nozione di Oriente. Questa costruzione per opposizione rappresenta un momento fondativo dell’ideologia occidentale con cui comincia a «farsi strada l’immagine dell’europeo occidentale virtuoso, padrone di sé stesso, temperante e razionale: tutto il contrario degli orientali dominati dalle passioni, e in fondo irrazionali» (p. 70). Questa distinzione netta tra un Occidente razionale e un Oriente passionale è stata funzionale a giustificare su basi morali un dominio di fatto garantito da una superiorità tecnologico-militare schiacciante sui popoli che gli europei si accingevano a conquistare. Nell’odierno mondo globalizzato il blocco occidentale, pur mantenendo una posizione di privilegio, non detiene come in passato un controllo totale sul resto del mondo, e molti Paesi, spesso vittime del colonialismo, contestano in modo crescente l’Occidente. La cancel culture si inserisce in questo smottamento che ha messo in crisi il preteso universalismo dei valori occidentali.
Inoltre, la nozione di Oriente non può che essere una falsificazione, dal momento che si basa su una generalizzazione dei caratteri di popoli diversi sparsi su un continente immenso come l’Asia, che difficilmente può essere considerata un monolite; tuttavia, se abbiamo bisogno di una nozione fittizia di Oriente per definire la nostra idea di Occidente, come di un tutto coerente e dotato di caratteristiche ben definite, allora la stessa idea di Occidente non potrà che essere una falsificazione. Infatti, neanche la tradizione occidentale può essere considerata un monolite con valori ben definiti e stabili nel tempo. Al contrario, diverse tradizioni si sono combattute per l’egemonia culturale sulle società occidentali, esprimendo di volta in volta linee di condotta diverse. Solo per fare un esempio, sia il tradizionalismo cristiano, con i suoi valori comunitari, sia il liberalismo, con la sua enfasi sull’autonomia dell’individuo, sono pienamente prodotti della civiltà occidentale. Ma allora quale di queste due tradizioni riflette l’autentico spirito della tradizione occidentale oggi? Ed esiste ancora un contributo che la nostra tradizione culturale può offrire al mondo?
Bonazzi sostiene che ricadremmo negli stessi errori del passato se ci attestassimo su una nuova contrapposizione schematica tra un Occidente individualisticamente egoistico e un Oriente collettivista. Le civiltà e le culture non sono entità eterne e immutabili, ma «concetti dinamici, tentativi di fare ordine, interpretazioni» (p. 94), e la loro definizione è un processo in costante negoziazione con il passato. Da ciò ne deriva che: «ci sono tanti Orienti, così come ci sono tanti Occidenti, tutti impegnati, in modi differenti, nel tentativo di negoziare le coordinate di un terreno comune, in cerca di principi universali, o comunque condivisi» (p. 92). Non deve esserci quindi una rigida contrapposizione tra un “noi” e un “loro”, ma il riconoscimento di una pluralità di prospettive. Secondo l’autore, la vera contrapposizione è «tra chi ha fiducia nell’intelligenza umana e chi invece ne dubita» (p. 92), due schieramenti che, non essendo né occidentali né orientali, sono trasversalmente presenti all’interno di tutte le civiltà. Oggi la sfida è quindi quella di costruire un dialogo capace di negoziare principi condivisi tra visioni del mondo diverse, non vincere uno scontro tra civiltà.
Il passato gioca un ruolo decisivo nel determinare chi siamo, anche in relazione agli altri. Ma possiamo veramente accostarci ad un passato carico di nefandezze come il nostro senza ricadere negli stessi errori? L’autore risponde a questo interrogativo facendo riferimento ad Hannah Arendt, che, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e degli orrori del Nazionalsocialismo, si è trovata di fronte ad un analogo momento di crisi della tradizione occidentale. Infatti, che affidamento fare su un passato che ha preparato la comparsa del Nazismo? Arendt sosteneva che, in realtà, questa crisi dell’Occidente offriva l’opportunità di metterne in discussione il passato, che non è da considerare come una gabbia che ci condanna ad un esito predeterminato, ma «è piuttosto un insieme di possibilità, è come una forza di resistenza al presente che ci mostra possibilità diverse, alternative» (p. 104). Non bisogna quindi rifiutare il passato in blocco, ma esplorarne le possibilità, ricostruendo le traiettorie che ci hanno portato ad essere ciò che siamo, e a partire da ciò determinare che cosa vogliamo diventare. Alla luce di ciò, «pensare al passato è un modo eccellente per prepararsi al futuro e cominciare al costruirlo» (p. 112). Questo ritorno ad un rapporto critico con il passato è quindi funzionale a far ritornare il futuro, ovvero la dimensione della progettualità, in un’epoca completamente schiacciata sul presente come la nostra e incapace di concepire un’alternativa alla ripetizione accelerata di dinamiche ben consolidate. Questo ritorno, per così dire, ad una struttura temporale carica di progettualità è quanto mai necessario, dal momento che l’idea che ci sia solo un presente eterno e immutabile è una mera illusione che ci rende incapaci di affrontare le grandi sfide del nostro tempo, che richiedono per l’appunto la capacità di progettare un futuro diverso. Non si tratta solo di costruire una coesistenza sostenibile con le altre civiltà, ma anche con il mondo in cui abitiamo. Infatti, il tempo della natura e del cambiamento climatico da noi causato scorre inesorabilmente e incombe minaccioso su di noi, senza curarsi del nostro presentismo.
Nel complesso, Passato offre interessanti spunti di riflessione che contribuiscono alla comprensione di una tematica di grande urgenza, senza ricadere in generalizzazioni semplicistiche. Da questo punto di vista, Bonazzi si serve efficacemente degli strumenti dello storico della filosofia, garantendo una maggiore profondità storica a questioni che tendono a essere schiacciate esclusivamente sul contemporaneo. Da un punto di vista teorico invece, è particolarmente interessante l’inserimento della questione del passato nella cornice dell’accelerazione sociale, un paradigma interpretativo che Hartmut Rosa utilizza per comprendere delle dinamiche sociali ed economiche che abbracciano le società tardo moderne nel loro complesso. Di fatto, la problematicità del passato e dei processi attraverso cui costruiamo la nostra identità culturale e il tentativo di comprendere le trasformazioni economico-sociali scandite da un cambio delle strutture della temporalità contemporanea sono questioni perlopiù trattate separatamente. Questo ci porta a sollevare la domanda sul rapporto tra la struttura temporale dell’accelerazione e la questione del passato come fatto culturale e oggetto del contendere di vari gruppi che si contendono l’egemonia culturale all’interno della propria tradizione, una dinamica che, come l’autore giustamente fa notare, si ripropone costantemente nella storia umana. Da una parte è utile tenere presente il contesto sociale all’interno del quale un determinato dibattito culturale si svolge, e in effetti, la dinamica dell’accelerazione, divorando programmaticamente il passato, è un fattore che strutturalmente ci predispone a disinteressarci verso un passato, per il quale non resta letteralmente tempo di accostarsi, se non in maniera schematica e superficiale. Allo stesso modo, un discorso culturale sul tema del passato può giocare un ruolo importante nella società dell’accelerazione. Secondo Rosa, il ciclo dell’accelerazione è ormai diventato un sistema chiuso che si autoalimenta. Questo processo poggia primariamente sulla logica competitiva del sistema capitalistico, ma ha anche componenti culturali connesse all’idea di modernità; quindi, una battaglia culturale per recuperare un rapporto critico con il passato può rivelarsi un passo necessario a rompere la gabbia del ciclo dell’accelerazione e recuperare la capacità di progettare un futuro alternativo.