“La periferia nuova”. Intervista ad Agostino Petrillo

Periferia Agostino Petrillo

La periferia oggi riveste un ruolo chiave all’interno di numerose dinamiche sociali, ma viene spesso proposta dai media esclusivamente come violenta e pericolosa, brodo di coltura del rancore sempre più diffuso, e descritta e discussa per lo più in termini generici. Per approfondire il tema, nelle sue numerose dimensioni – urbanistica, sociologica, storica, economica e culturale – abbiamo intervistato Agostino Petrillo a partire dai temi trattati nel suo recente La periferia nuova. Disuguaglianza, spazi, città, edito da Franco Angeli.

Agostino Petrillo è Professore presso il Politecnico di Milano nel Settore Scientifico Disciplinare: Sociologia dell’ambiente e del territorio. Laureato in Architettura e in Filosofia, con un dottorato di ricerca in Sociologia, si occupa di conflitti, metropoli e problematiche urbane. Più nello specifico, fra i numerosi ambiti e interessi di ricerca, si è interessato delle relazioni tra crisi urbana e trasformazioni del lavoro, dei mutamenti delle identità urbane e degli effetti che la globalizzazione ha nel contesto urbano.


Nel suo ultimo libro ‘’La periferia nuova’’[1], lei parla degli sviluppi moderni del termine periferia. È possibile rintracciare un’evoluzione del termine anche in epoca preindustriale? Adottando dunque un punto di vista prettamente storico, a quando si può far risalire il momento della nascita delle cosiddette “periferie”?

Agostino Petrillo: C’è un lungo dibattito storiografico intorno al momento iniziale delle periferie moderne, dibattito che ha anche alcuni difetti dato che non si può ragionare sulla questione senza avere un chiaro concetto di quello che si intende con il termine di periferia. Quindi prima occorre una riflessione epistemologica sulla parola periferia. Per dirla con Wilhelm Dilthey[2]: non dobbiamo pensare alle periferie del passato unicamente con gli occhi delle periferie attuali. Fatta salva questa assunzione possiamo analizzare le diverse posizioni presenti nel dibattito urbanistico. Alcune partono con una boutade dal pensiero che le periferie siano in fondo sempre esistite, qualcuno ha preso spunto addirittura da Erodoto e dal suo racconto dell’assedio di Babilonia. Da qui l’idea che anche le grandi città antiche abbiano avuto delle periferie. Idea discutibile, e continuità storica forse più apparente che sostanziale, smentita per esempio dal fatto che la città medioevale si forma e si presenta come una città conclusa e compiuta, dove si esistono certo divisioni e ripartizioni interne, ma molto lontane dal termine di ‘’periferia’’ odierno.

Quando nella società industriale, in primis con la nascita delle mushroom towns, si assiste ad una specifica ri-semantizazzione del termine “periferia”, in che maniera la sua trasformazione arriva ad influenzare le dinamiche evolutive della città stessa?

Agostino Petrillo: Qui si inseriscono le teorie successive sulla nascita delle periferie, per l’appunto emerge un altro tipo di posizione, che sostiene che le periferie europee nascano con la rivoluzione industriale e la città industriale. Una posizione che insiste sul modello di rapporto centro-periferia che si va a delineare a Parigi dopo l’intervento haussmanniano,[3] che rappresenta il modello che poi, alla lunga, si imporrà in Europa: il centro ad uso quasi esclusivo della classe borghese e una parte della popolazione che prima viveva in luoghi centrali che viene respinta ai margini dell’urbano. Alle percées e ai grands travaux haussmanniani corrisponde lo sviluppo della petit banlieue; è la nascita delle periferie concentriche, delle periferie areali ed è un modello che in Europa verrà ripreso frequentemente fino ad imporsi come egemonico. Un’altra, distinta posizione valuta che le periferie moderne nascano negli anni Venti e Trenta, in parte negli Stati Uniti d’America, quando si afferma il mezzo di trasporto individuale, e simultaneamente, dall’altra parte dell’Atlantico, in un’Europa in cui si consolida fino a divenire “normale” la produzione di abitazioni popolari: ulteriore fattore di nascita di periferie nuove. Proprio sulla questione abitativa e sullo sviluppo di una politica della casa nei sistemi welfariani si concentra una ancora differente visione delle periferie, che ne individua l’alba solo nel periodo post bellico, dopo il 1945, quale risultante delle politiche dei Governi volte a fornire su larga scala delle abitazioni sociali, a prezzi ragionevoli, ai lavoratori. La stagione della città pubblica quindi, dall’INA casa italiana agli HLM francesi. Concludendo ci sono molte risposte possibili e nessuna di esse è del tutto soddisfacente. Anche perché nelle periferie italiane ci rendiamo conto di come questi casi siano sovrapponibili e riconducibili a una periferia molto complessa, articolata, in cui antichi nuclei sono mescolati confusamente con il nuovo e in cui a tratti periferie anni Venti, successivamente gentrificate, cedono il passo a periferie degli anni Sessanta.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La nascita della “periferia”

Pagina 2: La periferia nuova

Pagina 3: Una grande questione sociale


[1] A. Petrillo, La periferia nuova. Disuguaglianza, spazi, città, FrancoAngeli Milano 2018.

[2] Wilhelm Dilthey: filosofo e psicologo tedesco, rappresentante dell’indirizzo filosofico post-hegeliano della seconda metà del XIX secolo.

[3] Con ‘’modello Haussmanniano” si intende la rivoluzione urbana operata dal Barone Hausmann nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento su mandato di Napoleone III.


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Nato il 18 Giugno 1995, ciseranese, Architetto, studente del Politecnico di Milano. Assessore di Ciserano dal 2014, militante, attivista, volontario.

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