Note su “Ripensare il capitalismo” di M. Mazzucato e M. Jacobs

Capitalismo

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Stato e imprese innovative

Secondo William Lazonick la teoria dell’economia di mercato impedirebbe di «comprendere le origini microeconomiche della produttività». Sarebbero le organizzazioni, non i mercati, a investire sulle risorse che fanno aumentare la produttività; i mercati si limiterebbero a garantire l’accesso a manodopera, finanza, terreni e beni intermedi. La concorrenza perfetta è sostanzialmente impossibile da ottenere e non può essere considerata particolarmente efficiente. «Se le condizioni della tecnologia e del mercato rendono possibile la concorrenza perfetta, com’è possibile che un’azienda (o un ristretto numero di aziende) arrivi a dominare un settore?» si domanda Lazonick.

La teoria neoclassica prende per data la struttura dei costi che le imprese affrontano, mentre la teoria dell’innovazione afferma che l’impresa innovativa riesca a determinarla tramite gli investimenti sui costi fissi. Sui manuali di economia viene riportato che i motivi per la ridotta dimensione delle imprese sono legati alla produttività marginale decrescente del lavoro[4] e alle difficoltà che il datore di lavoro affronterebbe nel monitorare i suoi dipendenti. Tuttavia, sostiene Lazonick, la concorrenza perfetta ignora lo spirito imprenditoriale e il ruolo del management[5].

Lo sviluppo delle imprese innovative è legato ai processi di apprendimento, collettivi e cumulativi, che fanno aumentare i costi fissi dell’impresa. Così facendo, tali aziende possono guadagnarsi una quota di mercato più ampia e trasformare i costi fissi elevati in costi unitari contenuti tramite le economie di scala. Poiché l’innovazione è incerta non è detto che gli investimenti in apprendimento generino risultati positivi, infatti l’impresa innovativa affronta tre tipi di incertezza:

Incertezza tecnologica: sviluppare prodotti di qualità.

Incertezza di mercato: accedere a quote di mercato sufficientemente ampie.

Incertezza competitiva: resistere alla concorrenza di altre imprese che possono sviluppare prodotti di qualità. 

Queste forme di incertezza conducono al tema del rapporto fra imprese e Stato. Sarebbe gravissimo pensare che siano solo le imprese innovative a determinare ritmo e direzione dell’innovazione. I tre gradi di incertezza possono essere pesantemente influenzati dall’intervento statale, che può aiutare le imprese innovative a superare i momenti difficili della loro esistenza e anche a commercializzare i loro prodotti.

La riflessione di Mariana Mazzucato sottolinea la necessità di non relegare lo Stato alla correzione dei fallimenti di mercato e, invece, di usare l’intervento pubblico per stimolare forme di crescita economica più forti, sostenibili e inclusive. Lo studio delle potenzialità innovative di un paese non può fermarsi al livello di spesa in ricerca e sviluppo (R&S), ma deve guardare alla circolazione della conoscenza e alla sua diffusione attraverso l’economia in generale. Eppure parrebbe che in questo momento le economie avanzate stiano andando nella direzione opposta. La calante quota del settore pubblico negli investimenti su R&S e la preferenza per la ricerca applicata da parte del settore privato ne sarebbero la dimostrazione.

Negli USA la spesa in R&S è rimasta invariata ma ne è significativamente cambiata la composizione[6]: nel 1964 il pubblico finanziava il 67% della spesa, mentre nel 2000 ne finanziava solo il 25%, per poi risalire al 30% nel 2012[7]. A ciò bisogna aggiungere anche che il settore privato ha fatto «più sviluppo che ricerca», penalizzando fortemente la ricerca scientifica di base, che «con ogni probabilità ridurrà le opportunità di innovazione future». Seguendo l’idea di «massimizzare il valore dell’azionista», le imprese utilizzano una quota sempre più ampia dei loro profitti per manipolare il prezzo delle stock option, spesso legato alla retribuzione dei manager. Questa preferenza per il breve termine, più che un’imposizione dei mercati, sarebbe il risultato di tipologie specifiche di strutture manageriali, modelli proprietari e culture finanziarie.

Questo genera relazioni parassitiche fra Stato e imprese, con le seconde che fanno pressione per ottenere riduzioni sulle aliquote delle plusvalenze e per allentare la regolamentazione. Tuttavia, se abbassano gli investimenti in ricerca di base, le aziende dovranno appoggiarsi sempre di più su una spesa pubblica che lo Stato farà sempre più fatica a finanziare se continueranno le pressioni per abbassare le aliquote e per chiedere, più in generale, un minore intervento statale.

Cosa fare? La risposta di Mazzucato è che alla socializzazione dei rischi dovrebbe unirsi quella dei benefici. In ogni economia vi è uno Stato che si è assunto dei grossi rischi nel finanziare l’innovazione[8]. Tuttavia, poiché l’innovazione è un processo incerto, collettivo e cumulato, il fallimento va visto come fenomeno fisiologico[9]. Ad un grande successo come l’automobile Tesla S, che ha contato su un prestito di 465 milioni di dollari da parte dello Stato, si accompagnano fallimenti come quello della Solyndra, che ha goduto di un prestito di 535 milioni di dollari e che ha dovuto dichiarare bancarotta. Poiché gli investimenti possono fallire è giusto che lo Stato riceva dei benefici diretti, specialmente per gli investimenti “a valle” su aziende e tecnologie specifiche, che verrebbero trattate come un portafoglio, «coprendo il rischio di insuccesso con i ricavi assicurati dagli investimenti riusciti».

Oltre a queste criticità vanno però considerate anche le conseguenze che la teoria neoclassica e il neoliberismo hanno prodotto nella ridefinizione del ruolo dello Stato e nella redistribuzione della ricchezza nelle imprese.

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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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