Scritto da Francesca Gisotti
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È proprio della natura umana cercare di anticipare gli eventi, interrogarsi sui possibili risvolti di determinate scelte, gettare lo sguardo oltre l’orizzonte per immaginare quello che accadrà o semplicemente per sognare un presente alternativo. Occasioni da cogliere e strade da percorrere, promettendo a se stessi di non ricadere nei medesimi errori del passato. Già, perché accanto a coloro che guardano avanti ci sono coloro che guardano costantemente indietro, che vorrebbero modificare quello che già è stato, convinti che basterebbe tornare, anche solo per un attimo, in un punto preciso della propria esistenza per dare al proprio destino un corso diverso. Illusioni che la letteratura e il cinema hanno raccontato da sempre, declinando le proprie narrazioni in una molteplicità di modi diversi, assecondando il gusto di lettori e spettatori appassionati di mondi alternativi, o proponendo visioni della realtà più complesse e stratificate di quelle che una semplice rappresentazione del mondo potrebbe offrire. È certamente la fantascienza il genere che meglio si è prestato al racconto di universi paralleli, all’esplorazione di luoghi in cui tornare o di distopici e inquietanti scenari per l’umanità futura. Ne parlava già lo scrittore H.G. Wells nel suo romanzo La macchina del tempo del 1895, uno dei primi libri ad affascinare i lettori attraverso il racconto di un rocambolesco viaggio nel futuro compiuto da uno scienziato reso quasi folle dalla responsabilità derivata dalla sua straordinaria invenzione. «Temo di non riuscire a descrivervi le strane sensazioni che si hanno viaggiando nel tempo. Sono veramente molto spiacevoli: ci si sente esattamente come quando ci si trova sulle montagne russe nelle fiere: sembra, cioè, di precipitare inevitabilmente con il capo all’ingiù»[1].
Ma se di macchine che viaggiano nel tempo vogliamo parlare, c’è una visione ben precisa che ha saputo imprimersi nell’immaginario collettivo, legandosi indissolubilmente a un’opera cinematografica destinata a diventare un fenomeno generazionale. È quella della mitica DeLorean che sfreccia a tutta velocità lungo le strade, e i cieli, di un’America molto lontana da quella attuale. Un luogo delle possibilità in cui tutto sembrava fattibile, in cui si nascondevano contraddizioni e fragilità che avremmo imparato a scoprire più tardi ma che, in quel lontano 1985 dell’uscita del primo film di Ritorno al futuro, rimanevano nascoste sotto le pieghe di un meraviglioso mondo di cartapesta. E pensare che per realizzare il primo film della trilogia, Robert Zemeckis e Robert Gale (rispettivamente regista e sceneggiatore di tutte e tre le pellicole) dovettero superare un’interminabile serie di problemi e imprevisti. L’impresa si rivelò, infatti, particolarmente ardua sin dalla ricerca di una casa di produzione disposta a credere nelle potenzialità della storia.
Nonostante il sostegno immediato riservato ai due, niente poco di meno che dal giovane, ma già famoso, regista Steven Spielberg, le grandi major americane erano convinte infatti che il pubblico non avrebbe apprezzato quel racconto tanto lontano dai grandi successi commerciali che spopolavano sul grande schermo in quel momento. Troppo stravagante e sui generis per poter competere con i cyborg dalle fattezze umane e con gli eroi tormentati di pellicole come Terminator o Rambo. Troppo ambiguo dal punto di vista narrativo, con quelle dinamiche familiari così assurde e surreali, per poter coinvolgere emotivamente gli spettatori. Troppo impegnativo a livello economico per poter rischiare un fallimento.
Qualche anno dopo, proprio negli Stati Uniti si sarebbe aperto un dibattito fra gli intellettuali e gli esponenti del settore cinematografico sulla direzione che la cinematografia aveva imboccato a partire dalla fine degli anni Ottanta. Ad alimentare la discussione ci sarebbe stato, fra gli altri, una delle figure più importanti del panorama letterario americano, quel David Foster Wallace capace di scandagliare, con la propria penna, gli aspetti più profondi e articolati degli orientamenti sociali e culturali della contemporaneità. Nel saggio L’importanza (per così dire) seminale di Terminator 2 del 1998, Wallace rifletteva infatti sulla crisi della narrazione nelle pellicole americane a partire degli anni Novanta, identificando nel film di James Cameron il precursore di un tipo di cinema basato unicamente su un uso smodato della tecnologia e degli effetti speciali, a discapito della qualità e originalità della storia. Delle motivazioni reali dietro alle scelte dei produttori di Hollywood, Wallace scrive: «Un film che costerebbe centinaia di milioni di dollari avrà un appoggio finanziario se e soltanto se i suoi investitori potranno avere la certezza assoluta – e dico assoluta – di riavere indietro come minimo le loro centinaia di milioni di dollari. Cioè un film con un mega budget non deve fallire – e qui “fallimento” significa non sbancare al botteghino – e perciò deve attenersi a determinate formule rigorosissime e già collaudate perché il successo al botteghino sia assicurato»[2].
In tale contesto, Ritorno al futuro ha rappresenta uno dei più grandi rischi produttivi della storia della cinematografia anni Ottanta. Una scommessa che continua a dare i suoi frutti a distanza di più di quarant’anni dall’uscita del primo film. Sul perché la trilogia abbia avuto un tale successo e sulle motivazioni che hanno determinato la creazione di un legame tanto profondo fra l’opera e i suoi estimatori, ho cercato di dare il mio personale punto di vista nel libro A Hill Valley con Marty e Doc. L’universo di Ritorno al futuro, pubblicato da Giulio Perrone editore per la collana Passaggi di dogana.
Il motivo che mi ha spinto a voler scrivere un libro dedicato all’argomento è principalmente quello di essere una grandissima fan dei tre film, con una particolare predilezione per il primo. Sono nata e cresciuta negli anni Ottanta, un momento liminale e di passaggio fra due modi diversi di percepire la realtà e di interagire con essa. La mia adolescenza, un periodo di per sé estremamente instabile e complicato, sì è andata a sovrapporre a un processo di trasformazione globale in cui ci si affacciava alla rivoluzione del digitale, attrezzati solo di una lente analogica come strumento di indagine della realtà. Una realtà che però era terribilmente più sfuggente e incomprensibile di quella che avevamo imparato a conoscere fino a quel momento.
Tutti noi, nati e cresciuti in quel periodo, abbiamo dovuto cercare disperatamente degli appigli a cui ancorarci per trasformare il senso di perdita rispetto a quello che ci stavamo lasciando alle spalle: un ottimismo ingenuo e fiducioso per quello che stava per arrivare e che i mezzi di comunicazione continuavano ostinatamente a venderci come il migliore dei mondi possibili. La trilogia di Ritorno al futuro ha saputo cogliere esattamente quella sensazione fra lo smarrimento e l’entusiasmo che ci ha attraversato tutti, restituendoci un ultimo sguardo spensierato su un mondo destinato a cambiare per sempre e in maniera irreversibile. Ecco allora che la macchina del tempo costruita dal Dottor Emmett Brown, interpretato da uno straordinario Christopher Lloyd, è diventata il luogo simbolico in cui far convergere tutti i possibili risvolti di un presente in continua evoluzione. Veloce come il pensiero, capace di viaggiare a ottantotto miglia orarie, questa automobile, la DeLorean DMC-12 disegnata dal designer italiano Giorgetto Giugiaro, ha saputo rappresentare realmente il veicolo capace di farci volare lontano, avanti e indietro nel tempo, oltre l’orizzonte del visibile. Ma niente di tutto questo sarebbe stato possibile, o perlomeno così entusiasmante, se in questo viaggio non fossimo stati trascinati da un ragazzetto audace e sognatore, quel Marty McFly che è diventato emblema di un’intera epoca e che l’attore Michael J. Fox ha saputo incarnare in tutti gli aspetti che il personaggio già si portava dietro in fase di sceneggiatura, ma che risultavano difficili da restituire a livello interpretativo. Prima di Michael J. Fox ci aveva infatti provato l’attore Eric Stoltz, mancando completamente l’obiettivo. La sua interpretazione cupa e drammatica, infatti, era priva di quella vibrante energia e di quell’ironia sfacciata che Fox riuscirà poi a trasmettere al personaggio di Marty, determinando la chiave del successo di tutto il film e anche della sua carriera futura.
Ma vediamo, per ogni singolo film della trilogia, quelli che possono essere considerati gli aspetti più significativi a livello narrativo e stilistico.
Ritorno al futuro: edonismo vs nostalgia
Dopo un lungo e travagliato percorso realizzativo, il primo film della trilogia esce nelle sale statunitensi il 3 luglio del 1985, proprio nel fine settimana che celebra la festa dell’Indipendenza del Paese. Contrariamente a quanto accade da noi, infatti, le grandi produzioni negli Stati Uniti sono solite uscire in piena estate, sfruttando il clima vacanziero e la maggiore disponibilità di tempo dei potenziali spettatori. Il film è un successo clamoroso sin da subito, rimanendo in cima alla classifica dei botteghini per settimane e diventando immediatamente un vero e proprio caso mediatico. A determinare la grandissima attenzione del pubblico e la sua adesione emotiva alla storia sono la combinazione perfetta fra una sceneggiatura ideata come un meccanismo impeccabile, costruita su equivoci e colpi di scena, un uso innovativo degli effetti speciali e, soprattutto, un effetto nostalgia che attraversa tutto il racconto filmico, donando alla pellicola un’aura romantica e sentimentale.
Il primo capitolo della trilogia di Ritorno al futuro è, in tutto e per tutto, una rappresentazione dello spirito degli anni Ottanta e, in particolare, dell’edonismo che costantemente veniva celebrato come un approccio all’esistenza da sposare senza riserve. Sin dalle prime inquadrature, infatti, davanti ai nostri occhi appaiono tutti i simboli della società consumistica del tempo: marchi di prodotti, insegne pubblicitarie, riferimenti costanti a beni di consumo serpeggiano ovunque, raccontandoci un universo in cui gli individui subiscono costantemente le sollecitazioni di una società orientata continuamente alla vendita e all’acquisto. Una grande operazione di product placement troppo manifesta e sfacciata per non voler sottintendere qualcos’altro. Il regista Zemeckis e lo sceneggiatore Gale, infatti, non vogliono affatto celebrare il consumismo dei tempi moderni, bensì raccontarci una contemporaneità in cui è molto complicato rimanere a galla, in cui l’ambizione rischia costantemente di trasformarsi in cupidigia, e il desiderio di realizzazione dei propri sogni si scontra con una società fortemente classista e poco egualitaria. Certo, alla fine emerge un messaggio positivo e a vincere è “il sogno americano” del self made man, ma una così felice conclusione non sarebbe stata possibile senza una macchina in grado di viaggiare nel tempo, permettendo di rimediare agli errori compiuti lungo la strada. Ma perché, nel film, proprio gli anni Cinquanta rappresentano il punto esatto in cui tornare?
Ritorno al futuro è girato e ambientato in piena epoca reaganiana, un momento che coniugava un clima di grande benessere economico e di rottura degli schemi culturali a un tentativo, da parte delle istituzioni, di restaurare, o perlomeno preservare, i “buoni valori tradizionali”. Una contraddizione interna a questo particolare momento storico che fa emergere, in molti, una sorta di nostalgia per un momento considerato meno destabilizzante. Quegli anni Cinquanta, appunto, in cui la società si appoggiava ancora su basi apparentemente solide e su una serie di regole che nessuno osava mettere in discussione. Eppure, proprio questo mondo così rassicurante era espressione di un sistema sociale ormai superato e non più applicabile nella contemporaneità. Una società in cui un cameriere afroamericano non poteva ancora diventare il sindaco della città, ma iniziava a sognare di poterlo fare; in cui i ragazzi fingevano, davanti ai propri genitori, un’ingenuità che abbandonavano dietro l’angolo di casa. Ci troviamo proprio un attimo prima della grande rivoluzione degli anni Sessanta, quel momento in cui la storia sarebbe cambiata senza sconti. Ed è proprio qui che Doc e Marty devono tornare per dare il proprio contributo a una trasformazione che non è solamente quella delle vite dei McFly, ma che reca in sé una portata simbolica molto più ampia. È la possibile alba di un nuovo futuro, pieno di possibilità e speranze per tutti. Ma le cose sono destinate, purtroppo, ad andare diversamente, come ben emerge nel secondo film della trilogia.
Ritorno al futuro II: paradossi temporali e inquietanti universi paralleli
L’impianto narrativo di tutta la trilogia di Ritorno al futuro si fonda su un concetto fra il filosofico e il fantascientifico. Si tratta di quel paradosso temporale citato numerose volte dal Dottor Brown e che il giovane Marty fatica a capire perché non pensa “quadrimensionalmente”. Teorizzato da numerosi studiosi e declinato in vari modi a seconda dei diversi approcci con cui è stato approfondito, il paradosso temporale a cui fa riferimento l’opera di Zemeckis è quello che il matematico Edward Lorenz definisce come “effetto farfalla”. Secondo questo principio, anche la più piccola azione, compiuta nel presente, può avere delle ripercussioni enormi sugli sviluppi futuri, non solo per i soggetti direttamente coinvolti ma per l’intera umanità. Ecco perché le azioni di Marty, a spasso fra i diversi livelli temporali, rischiano continuamente di compromettere non solo le sorti della famiglia McFly ma anche quelle dell’intera cittadina di Hill Valley.
Questo ci appare particolarmente chiaro nel secondo episodio della trilogia. Qui vediamo il ragazzo e il dottore muoversi su ben tre dimensioni temporali. La prima è quella del 2015, un futuro avanti di ben trent’anni rispetto al presente del 1985. Marty e Doc arrivano qui per impedire al figlio del ragazzo di finire nei guai, vittima dei piani criminosi ideati da un certo Griff, nipote proprio di quel Biff che, negli anni Cinquanta, aveva bullizzato George, il padre di Marty. Il futuro che Zemeckis costruisce per i propri spettatori è tutto un tripudio di citazioni e riferimenti agli anni Ottanta. La nuova cittadina di Hill Valley, sviluppatasi completamente in verticale, è una realtà colorata, attraversata da individui che si muovono in maniera quasi automatica, senza badare troppo alla direzione del proprio incedere. Del resto, qui, non c’è il pericolo di essere investiti, perché le automobili non viaggiano su strada ma in cielo. La tecnologia sembra veramente aver invaso ogni spazio con maxischermi e olografie che spuntano ovunque, come quella che pubblicizza l’uscita al cinema de Lo squalo 19, in sala in una nuova versione tridimensionale. L’apoteosi di questo senso di straniamento si raggiunge quando Marty entra all’interno del Cafè 80’s, sorta di simulacro di quella che per gli spettatori era la contemporaneità, ma che il regista e lo sceneggiatore propongono già con uno sguardo a ritroso. Il locale, infatti, espone in bella vista tutti gli oggetti della cultura pop ed evoca costantemente i personaggi più rappresentativi di quel decennio. Ecco allora che, in uno schermo, vediamo l’avatar di Michael Jackson che pubblicizza, come piatto del giorno, i fagiolini alla Springsteen, mentre, su un altro, gli avatar di Reagan e Khomeini litigano per accaparrarsi l’ordinazione di Marty. Se nel futuro si ipotizza che tutto possa essere cambiato a livello globale, tanto da poter ironizzare su alcune questioni politiche estremamente delicate, la famiglia McFly risulta essere sempre incastrata nelle stesse dinamiche fallimentari. Marty, in particolare, continua a commettere sempre i medesimi errori che, oltre a non garantirgli un futuro radioso, trasformano anche il proprio presente in un incubo distopico e disturbante.
La seconda dimensione temporale che il film ci presenta è infatti quella del 1985 alternativo, generato da una serie di eventi a catena che il film rivela poco alla volta. Questo luogo dello spaziotempo incarna, in tutto e per tutto, le preoccupazioni che proprio in quel frangente stavano emergendo rispetto a un contesto storico dominato dall’incertezza e dalla precarietà, sia a livello economico che a livello politico. Del resto, il film viene girato proprio a ridosso della caduta del Muro di Berlino, in un momento di grande preoccupazione per le sorti mondiali e lo sviluppo dei rapporti internazionali. Gli Stati Uniti che emergono in questa pellicola sono, in tutto e per tutto, una realtà in cui dominano violenza, istinto di sopraffazione e sete di potere. I sogni di una società aperta e pluralista sembrano essersi frantumati definitivamente di fronte all’egemonia di pochi, o meglio dell’unico detentore del potere a Hill Valley: quel Biff del presente alternativo, la cui caratterizzazione estetica è quella di un ricchissimo magnate immobiliare, proprio come quel Donald Trump destinato a diventare Presidente degli Stati Uniti d’America. Inquietante anticipazione di come sarebbero andate le cose nel futuro (il nostro presente) o semplicemente capacità, da parte del regista e dello sceneggiatore, di saper interpretare alcuni aspetti ancora in germe di una società già profondamente compromessa dalla rincorsa al potere e dallo sviluppo senza freni del capitalismo. E se quelle dinamiche, proprio negli anni Ottanta, trovavano l’ambiente ideale per insediarsi a livello politico e sociale, per Marty l’unica possibilità di rimettere al loro posto le cose risiede nuovamente nel tornare agli anni Cinquanta, luogo del tempo in cui si collocano tutti gli snodi narrativi decisivi per riscrivere la storia dei McFly. Eppure, sarà un’altra l’epoca storica scelta per concludere definitivamente la trilogia e regalare ai milioni di fan di Ritorno al futuro una prospettiva almeno apparentemente rasserenante sul destino di Marty e, specularmente, su quello di tutti noi, abitanti del futuro.
Ritorno al futuro III: età dell’innocenza o semplice sogno hollywoodiano?
Girato fra i mitici scenari della Monument Valley e la località di Jamestown in California, il terzo capitolo della trilogia è un meraviglioso omaggio al cinema western, con tutta una serie di riferimenti ben precisi ai film di Sergio Leone e alle modalità di ripresa dei grandi registi americani del genere, primo fra tutti John Ford. Del resto, sarà proprio il regista Zemeckis ad affermare che Ritorno al futuro III è il film che desiderava fare da sempre. Qui il citazionismo, che caratterizzava le pellicole precedenti, è stato sostituito da un intero impianto stilistico e narrativo che si ricollega a un certo cinema entrato ormai nella dimensione del mito. Mitici sono gli scenari, così come le pellicole a cui si fa riferimento, da Sentieri selvaggi a Per un pugno di dollari; mitico è anche il gruppo di attori secondari che popolano i tanti piani sequenza del film, e che, trent’anni prima, avevano interpretato gli stessi ruoli in opere capisaldi del panorama cinematografico mondiale. Mitico è quel particolare momento della Storia a cui si fa riferimento, quando spazi sterminati e riserve minerarie illimitate sembravano garantire la possibilità per tutti di essere felici e soprattutto ricchi.
Proprio i McFly, infatti, sono arrivati in quei luoghi dall’Irlanda e il bisnonno di Marty, che nel film conosciamo ancora in fasce, è presentato come il primo della famiglia ad essere nato in America. Eppure, ancora una volta, problemi e sfide da affrontare non mancano. Scopriamo, ben presto, che un “Biff” è destinato a esserci sempre; che in una società come questa, basata sull’individualismo e sul concetto di vita mea mors tua, per sopravvivere sono sempre state necessarie una forte dose di pragmatismo e una certa rapidità d’azione; che tutti i sogni si possono realizzare, ma che basta anche un piccolo passo falso per essere “fatti fuori”, non solo metaforicamente.
Ecco allora che riscoprire la trilogia oggi può rappresentare realmente un’opportunità per guardarla sotto un’altra prospettiva. Quella di un’opera che, nella sua complessità, ha saputo offrire una propria interpretazione della società americana del tempo, anticipandone, anche se con leggerezza e ironia, risvolti e dinamiche che oggi ci appaiono quanto mai, drammaticamente, attuali.
[1] H.G. Wells, La macchina del tempo, RBA Italia, Milano 2021, p. 25.
[2] David Foster Wallace, L’importanza (per così dire) seminale di Terminator 2, in Di carne e di nulla, Einaudi, Torino 2018, p. 25.