Roma di nessuno: da modello politico a capitale immorale

Roma

Raccontata come una questione morale e locale, la crisi di Roma è piuttosto un esempio su scala urbana del fallimento di una stagione politica nazionale. A quasi un anno dalla vittoria del Movimento 5 Stelle a Roma, la città rimane sotto i riflettori e terreno di scontro politico, con la sindaca Virginia Raggi che attribuisce alle precedenti Amministrazioni la responsabilità della crisi e l’opposizione che invece denuncia l’inadeguatezza della nuova Giunta. Ma il forte degrado di Roma ha radici profonde, e l’intero dibattito politico appare focalizzato più sulla contingenza che non sulle contraddizioni del modello economico romano e italiano. Riproponiamo una versione aggiornata dell’articolo “Roma di nessuno: da modello politico a capitale immorale” di Francesco Saccomanni pubblicato sul numero 3 di Pandora “Città”.


Cronaca locale o paradigma nazionale?

La crisi senza fine della capitale italiana non è un problema che riguarda la sola città di Roma ma anzi ha molto da insegnare sul modello di sviluppo economico dell’intero paese.

Così come lo scrittore Asimov, nel suo ciclo delle Fondazioni, si ispirò alla caduta dell’Impero Romano per immaginare il futuro dell’umanità e individuò nel pianeta capitale Trantor un microcosmo rappresentativo dell’intera galassia abitata, anche nella realtà del nostro presente Roma non cessa di essere lo specchio di un sistema paese problematico.

La crisi di Roma raccontata dai media attraverso la saga di ‘Mafia Capitale’, invece, non soltanto tende a leggere la realtà attraverso il filtro della moralità, ma riduce il declino economico e sociale della Capitale alle dimensioni, quasi folcloristiche, della cronaca locale. Come se una capitale potesse seguire una traiettoria separata dal proprio paese.

Si tratta di una lettura evidentemente scorretta, ma attraente per la sua semplicità e in linea con la cultura politica al momento dominante in Italia. A differenza di altri paesi, la crisi finanziaria e industriale che ha colpito il mondo occidentale a partire dal 2008 è stata rappresentata in Italia, nelle sue manifestazioni nazionali, come una crisi morale. Per l’opinione pubblica italiana la crisi economica è il risultato della corruzione e della ‘cattiva politica’. In questa vulgata, avanzata dal Movimento 5 Stelle e cavalcata nel PD da Renzi nelle vesti del ‘rottamatore’, il problema sono sempre i politici nella loro dimensione individuale, ma raramente le loro politiche economiche. Ed è così che il sentimento di ‘antipolitica’ si è trasformato nel paravento dietro al quale le politiche che hanno condotto al disastro non sono state messe in discussione, ma anzi protette e rafforzate.

Le dimensioni dello sfacelo

Qual è dunque la Roma di Mafia Capitale? È innanzitutto una città sconquassata dal debito. Nonostante un primo decreto ‘salva-Roma’ che nel 2008 aveva scaricato sulla gestione commissariale un passivo di 20 miliardi di euro, nel 2013, secondo la società di revisione Ernst & Young, il Comune presentava nuovamente un indebitamento di €1,2 miliardi, circa un quarto delle entrate tributarie annuali. Ad alimentare il passivo sono in gran parte l’AMA (l’azienda comunale dei rifiuti) e ancor più l’ATAC, l’azienda dei trasporti, i cui ricavi derivano solo per il 24% da biglietti e abbonamenti. Nel 2014 un nuovo ‘salva-Roma’ riduce il debito di 400 milioni, taglia la spesa in servizi, rialza le addizionali sul reddito e alcuni tributi locali: i Romani diventano i cittadini più tassati in Italia, utenti di alcuni dei peggiori servizi pubblici del continente. Sullo sfondo, c’è la città italiana con il più alto numero di auto per abitante (nel paese con il più alto numero di veicoli in Europa) e uno dei più bassi livelli di corsie preferenziali, piste ciclabili e trasporto pubblico su ferro per kmq. La maggiore dotazione di verde per abitante in Europa dopo Stoccolma, ma anche una bassa densità abitativa che si traduce in una strutturale difficoltà di pianificazione dell’intervento pubblico. Le indagini giudiziarie rivelano come un misto di incompetenza e corruzione, unito al benestare di frange deviate dei principali partiti cittadini, abbia permesso a personaggi come Cerroni, Buzzi e Carminati di lucrare per anni sullo smaltimento dei rifiuti, sulla gestione dei flussi migratori, sull’emergenza abitativa e sugli appalti per la manutenzione del verde pubblico. Lo scandalo non scatena però alcuna manifestazione di protesta popolare, l’unico dato di rilievo è il crollo dell’affluenza alle successive consultazioni elettorali. È questa, allora, Roma? Un corpo sociale in decomposizione che dall’interno marcisce nell’indifferenza – se non nella connivenza – dei propri cittadini? Rimanendo sul piano morale, la narrativa dell’onestà con la sua retorica dei capri espiatori non spiega però come sarebbe possibile ‘mandare a casa’ un’intera cittadinanza, tanto pervasivi si rivelano essere la rete criminale e il malcostume che avvolgono la città.

Non basta la questione morale, evidentemente, per spiegare Roma. Come è possibile, altrimenti, che solo dieci anni fa l’Italia intera applaudiva il ‘modello Roma’, l’allegoria del buon governo del centrosinistra? La storia di Roma nella Seconda Repubblica offre una chiave di lettura più convincente.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Cronaca locale o paradigma nazionale?

Pagina 2: Il ‘modello Roma’

Pagina 3: Il Patto di Stabilità Interno

Pagina 4: Un’altra Roma è possibile se un’altra Italia è possibile


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Classe 1984. Romano, laureato in economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies a Ginevra, ha studiato anche a Roma e Barcellona. Oggi lavora a Milano nel settore oil & gas.

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