Scritto da Romeo Farinella
6 minuti di lettura
La ginestra o Il fiore del deserto di Giacomo Leopardi non è solo una lirica intrisa di filosofia. È una riflessione politica sul posto dell’uomo tra società e natura e sui limiti dell’idea moderna di progresso, come si evince dal dittico che vede associato il riferimento a – Le magnifiche sorti e progressive – (v.51), ripreso da Terenzio Mamiani, con il – Secol superbo e sciocco – (v.53). Le due frasi, richiamandosi a vicenda, formano una critica all’ideologia del progresso dove la prima è la formula entusiastica che Leopardi deride, mentre la seconda si configura come sua sentenza sul secolo – l’Ottocento – che quella formula ha prodotto. A quasi due secoli di distanza, il poema può essere letto anche come un testo che interroga urbanisti, architetti e pianificatori e molte altre figure. Non perché Leopardi anticipi l’ecologia contemporanea o le teorie della sostenibilità urbana, ma perché mette in discussione una convinzione che ha accompagnato gran parte della modernità ed è tuttora ben viva: l’idea che la natura sia uno sfondo passivo destinato a essere dominato e trasformato dall’azione umana.
Leopardi smonta il presupposto ontologico su cui si è costruita la grande espansione urbana otto/novecentesca. Mette in discussione quel modello di razionalità che l’Occidente moderno ha costruito a partire almeno da Cartesio e Bacone, e che pone l’uomo come soggetto dominante della natura, che va conosciuta per essere controllata. Ma il Vesuvio nella Ginestra non è uno sfondo naturale passivo. È un agente di trasformazione dotato di una propria temporalità imprevedibile, che sfugge a ogni controllo e pianificazione. È potente indipendentemente dall’uomo, perché Leopardi lo trasforma nella metafora di una natura che non concede privilegi all’uomo, non si arresta di fronte alla forza della civiltà perché segue tempi e processi propri, ricordandoci continuamente la provvisorietà dell’insediamento umano. Il Vesuvio non riconosce la civiltà che ha costruito le città sui suoi pendii. Pompei, Ercolano e Stabia ne sono il monito. I tempi dell’insediamento umano coprono un arco brevissimo rispetto alla lunga durata della geologia e della natura.
Questa consapevolezza porta a riflettere sulle grandi patologie del moderno e anche dei processi di urbanizzazione. Quindi sul consumo progressivo di suolo, come se il territorio fosse qualcosa di infinito e neutro, sulla costruzione diffusa di insediamenti in aree a rischio idrogeologico o vulcanico, con il sentimento fatalista del “chissà quando accadrà” e, alla base di tutto, la separazione concettuale tra città e natura dove la seconda la si può anche eliminare perché lo richiede il mercato o la si può addomesticare dandole un ruolo puramente estetico, come nei parchi. Il Vesuvio diventa quindi la metafora di una natura che non interrompe i propri processi davanti all’opera dell’uomo, assumendo, nella crisi climatica in corso, un significato ulteriore: molti sistemi naturali, profondamente alterati dall’azione antropica, non solo non si arrestano, ma reagiscono con dinamiche proprie che sfuggono al nostro controllo, producendo effetti spesso più intensi e imprevedibili. La ginestra di Leopardi resiste in un contesto avverso adattandosi, si ricava i suoi spazi e cerca di abitare il suo spazio senza illusioni – E tu, lenta ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco… – (vv. 297-301). La natura non è buona; secondo Leopardi è indifferente e va conosciuta, questo dovrebbe portarci a smontare le retoriche verdi delle città integrate alla natura e rese artificialmente green dalla tecnologia, che definisce per tutti il posto dove stare: che sia materiale o immateriale, sociale o economico, artificiale o naturale. Un paradigma che è l’opposto della complessità di cui tanto ha scritto il compianto Edgar Morin. Anzi, un paradigma fondato sulla semplificazione regolata che non prevede l’imprevedibile che la natura può celare.
Ma questo Globo ove l’uomo è nulla (vv. 171-172): La ginestra mette in discussione quello che oggi la filosofia ambientale definisce “eccezionalismo umano” – human exceptionalism – ovvero la convinzione che l’essere umano occupi una posizione privilegiata rispetto al resto della natura e che, grazie alla ragione e alla tecnica, possa dominarla orientandone i processi verso un progresso illimitato. Non vi è dubbio che questa idea abbia attraversato il razionalismo moderno, il colonialismo, l’industrializzazione e lo sviluppo capitalistico. I moderni processi di urbanizzazione ne rappresentano una traduzione spaziale. La “città” diventa il dispositivo materiale attraverso cui questa convinzione prende forma: uno spazio che si immagina progressivamente autonomo dai processi ecologici, geologici e climatici. Potremmo definire questa specifica declinazione: “eccezionalismo urbano”. La città non è la causa prima della separazione tra uomo e natura, ma è diventato uno dei luoghi in cui questa separazione si manifesta con maggiore evidenza, perché concentra in uno spazio limitato le ambizioni della tecnica, dell’economia e del governo del territorio. È con la rivoluzione industriale, tuttavia, che questo processo conosce una discontinuità decisiva: il rapporto tra società e ambiente viene riorganizzato attorno allo sfruttamento intensivo delle risorse, alla meccanizzazione e alla crescita della produzione. Si apre così quella “fase paleotecnica” descritta da Lewis Mumford in Tecnica e cultura. Storia della macchina e dei suoi effetti sull’uomo, fondata sull’intreccio tra carbone e ferro e destinata a dare forma a una nuova civiltà urbana e industriale.
La lezione della Ginestra non consiste nel contrapporre città e natura, ma nel ricordare che nessun insediamento umano, per quanto complesso o tecnologicamente avanzato, può sottrarsi ai processi ecologici e geologici entro i quali prende forma, consapevoli che, come dimostra Dipesh Chakrabarty in The Climate of History in a Planetary Age, la crisi climatica costringe la storia umana anche a confrontarsi con la storia della Terra. Da qui si dipartono percorsi teorici diversi, che appartengono al nostro tempo ma che sembrano raccogliere, ciascuno a proprio modo, quella stessa inquietudine. Bruno Latour ha mostrato, in Face à Gaïa, come la crisi climatica segni la fine della grande separazione moderna tra natura e società: la Terra non è più lo sfondo passivo delle attività umane, ma un attore che interviene nei processi politici e sociali. Il pensatore indigeno brasiliano Ailton Krenak denuncia, in Ideias para adiar o fim do mundo, la frattura tra umanità e Terra come la radice culturale della devastazione ambientale, invitandoci a riconoscere di appartenere a una comunità di viventi ben più ampia della specie umana. Timothy Morton, in Ecology Without Nature, propone di abbandonare l’idea stessa di una natura esterna all’uomo, sostituendola con una rete di relazioni ecologiche nella quale siamo inevitabilmente immersi. Aldo Leopold traduce questa trasformazione sul piano etico: con la Land Ethic l’uomo non è più il conquistatore della comunità biotica, ma uno dei suoi membri, chiamato ad agire responsabilmente nei confronti dell’intero sistema vivente.
Leopardi non condivide ovviamente nessuna di queste prospettive. La natura della Ginestra resta indifferente ai destini dell’uomo e non offre alcuna promessa di riconciliazione. Proprio qui, tuttavia, risiede la sua straordinaria attualità. Leopardi non anticipa l’ecologia contemporanea; anticipa piuttosto la crisi dell’antropocentrismo. Ci consegna una domanda che oggi risuona con particolare forza: che cosa accade quando comprendiamo che la nostra fragilità non è una debolezza che la tecnica potrà eliminare, ma una condizione costitutiva dell’esistenza? Se Latour, Krenak, Morton e Leopold cercano di costruire nuove forme di relazione tra umanità e mondo vivente, Leopardi ci ricorda anzitutto la necessità di riconoscere il limite di questo rapporto.
Del resto, la crisi climatica non è soltanto una crisi ambientale: è la crisi di una concezione moderna del rapporto tra uomo e natura. Bruno Latour parla di mutazione climatica perché le crisi ci inducono a pensare che prima o poi passeranno, mentre quella che stiamo vivendo non è un’emergenza passeggera ma un cambiamento delle condizioni stesse di abitabilità della Terra. La comunità scientifica insiste da anni sul fatto che adattamento e mitigazione devono procedere insieme: occorre rendere città e territori più resilienti agli effetti del riscaldamento globale, ma, nello stesso tempo, ridurre le emissioni e mettere in discussione i modelli di sviluppo che il capitalismo ha prodotto. Nel dibattito pubblico, invece, l’attenzione si concentra sempre più sull’adattamento, come se fosse sufficiente imparare a convivere con un pianeta più caldo. È uno slittamento culturale che probabilmente Leopardi avrebbe guardato con sospetto, perché continua ad affidare alla tecnica il compito di correggere gli effetti di un rapporto con la natura fondato sul dominio e sullo sfruttamento. Anche l’urbanistica moderna e l’economia si sono spesso fondate sull’idea di neutralizzare i vincoli naturali attraverso la tecnica, mentre la lezione leopardiana suggerisce di ripensare città e territori a partire dalla loro irriducibile vulnerabilità ecologica e geologica.
La ginestra ci ricorda che riconoscere i limiti dell’agire umano non significa rinunciare al progresso, ma liberarsi dell’illusione di poter dominare la natura. Questa, quando manifesta la propria forza, resta indifferente ai destini dell’uomo, lo abbiamo verificato per l’ennesima volta con l’ondata di calore che ha travolto l’Europa e con le conseguenti bufere meteoriche. La tragedia che sempre più si palesa evidenzia un’incapacità di gestire collettivamente la crisi ambientale determinata da una evidente ignoranza sulle sorti del pianeta. Oggi, più che il negazionismo climatico, spaventa l’inattivismo climatico di chi, pur riconoscendo la gravità della crisi climatica, rinvia sistematicamente le decisioni necessarie per affrontarla, in nome di un modello di razionalità economico “estrattivista” che non si vuole mettere in discussione. Per questo la sfida del nostro tempo non può consistere soltanto nell’adattarci agli effetti della crisi climatica, ma nell’affrontarne le cause, ripensando il nostro modo di abitare la Terra e ricollocando l’essere umano non al di sopra della natura, ma al suo interno, come parte di un equilibrio più ampio e più fragile, riconoscendo nella comunità biotica di Leopold, l’orizzonte etico del nostro abitare la Terra. Se Leopardi descrive una condizione esistenziale e Krenak propone un diverso modo di abitare il mondo, Leopold offre una categoria, o un criterio orientativo che la pianificazione, il diritto e il governo del territorio potrebbero assumere.
L’entrata in vigore, in Europa, della Nature Restoration Law offre l’occasione per rileggere la Land Ethic di Aldo Leopold in una prospettiva nuova. Se per Leopold la comunità biotica rappresentava il fondamento di un’etica della Terra, oggi il diritto europeo introduce il ripristino degli ecosistemi come obiettivo giuridicamente vincolante. Rimane tuttavia ancora aperta la questione della sua traduzione in una teoria della pianificazione e del governo del territorio. In questa prospettiva, la comunità biotica potrebbe diventare non solo l’orizzonte etico della tutela ambientale, ma anche il criterio ordinatore dell’azione pubblica e dell’interesse generale. Per continuare ad abitare il mondo non basta confidare nell’innovazione tecnica: occorre accettare che nessuna civiltà, nessuna città e nessun progetto umano possano collocarsi al di sopra dei processi ecologici e geologici che rendono possibile la vita. È questa, forse, la lezione più radicale che La ginestra consegna al nostro tempo.