Scritto da Fabrizio Floris
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Una mostra alla House of European History di Bruxelles interroga il modo in cui il continente costruisce la propria memoria. Ma riconoscere il passato coloniale significa anche rivedere l’idea stessa di Europa e le categorie con cui continuiamo a leggere il presente.
Un abito femminile dalla foggia ottocentesca è composto interamente da carte geografiche dell’Impero Britannico. Colonial Dress, l’opera realizzata da Susan Stockwell nel 2008, trasforma la mappa in un corpo: ciò che sembrava una rappresentazione distante del mondo diventa qualcosa che si indossa, avvolge e modella. È una delle immagini attorno alle quali la House of European History di Bruxelles ha costruito Postcolonial?, la mostra temporanea aperta fino al 14 marzo 2027. Il suo titolo pone una domanda che riguarda non soltanto il passato: l’Europa è davvero postcoloniale?
Questo contributo, tuttavia, non intende ricostruire il percorso dell’esposizione. Assume la mostra come un osservatorio sul modo in cui l’Europa produce una rappresentazione di sé e decide quali esperienze possano entrare nella propria memoria comune. La questione non è soltanto che cosa rimanga degli imperi dopo le indipendenze, ma che cosa accada all’idea stessa di Europa quando il colonialismo cessa di essere raccontato come una vicenda esterna, avvenuta altrove.
Il punto interrogativo di Postcolonial? mette così in discussione il confine temporale con cui siamo abituati a separare il colonialismo dal mondo contemporaneo. Gli imperi sono finiti nella loro forma politica diretta, ma le categorie, le connessioni e le asimmetrie costruite durante la loro espansione non sono scomparse simultaneamente alle bandiere. I materiali raccolti dal museo – documenti, opere contemporanee e storie personali – mostrano soprattutto come domini differenti siano stati parte di una medesima costruzione transnazionale: territori e popolazioni vennero collegati entro rapporti diseguali che attribuivano ad alcuni il potere di nominare e utilizzare il mondo, ad altri la condizione di esserne governati.
La House of European History riconosce che la propria esposizione permanente ha finora riservato uno spazio insufficiente a questa storia e presenta Postcolonial? come l’avvio di una revisione più ampia. L’interesse di tale autocritica dipende però dalle sue conseguenze: la posta in gioco non è aggiungere un capitolo coloniale a una storia europea già definita, ma chiedersi se quella storia possa restare la stessa dopo aver riconosciuto quanto gli imperi abbiano contribuito a formarla.
Una storia europea senza imperi
Per molto tempo il racconto pubblico dell’integrazione europea ha avuto come origine privilegiata il 1945. Dopo due guerre mondiali e la Shoah, l’Europa avrebbe trasformato il conflitto in cooperazione, il nazionalismo in istituzioni comuni, il diritto della forza nella forza del diritto. È una genealogia fondata su un passaggio reale e decisivo, ma incompleto. Negli stessi anni in cui proclamavano libertà, democrazia e autodeterminazione, diversi Stati europei combattevano per conservare i propri domini coloniali. La Francia era impegnata in Indocina e in Algeria; i Paesi Bassi tentarono di riprendere il controllo dell’Indonesia; il Portogallo mantenne le proprie colonie africane fino agli anni Settanta. La nascita dell’Europa comunitaria e la decolonizzazione non furono due processi separati, ma storie simultanee e intrecciate. L’esposizione rende visibile questa contraddizione nella sezione intitolata significativamente The End of Empire?.
La sconfitta del nazismo e del fascismo delegittimava apertamente le dottrine razziali, ma non cancellava automaticamente le gerarchie sulle quali gli imperi avevano fondato il proprio potere. Nel solo 1960 diciassette colonie africane ottennero l’indipendenza. La sovranità politica modificò radicalmente la storia del continente, ma non azzerò i rapporti economici, le dipendenze monetarie, le frontiere ereditate, le gerarchie linguistiche e la distribuzione internazionale della conoscenza.
È qui che la parola “postcoloniale” mostra la sua ambivalenza. Può indicare ciò che viene cronologicamente dopo la colonizzazione, ma anche una prospettiva dalla quale riconoscere la continuità di alcune sue strutture. Il “post” non certifica necessariamente un superamento. Sakiru Adebayo, nel suo recente Continuous Pasts, usa la letteratura africana del dopoguerra per mostrare come il passato non sia semplicemente presente sotto forma di ricordo: sopravvive nei corpi, nelle topografie, nei silenzi e nelle testimonianze trasmesse tra le generazioni. Sono “passati continui”, che non ritornano perché non sono mai del tutto trascorsi. Il concetto nasce dall’analisi delle società segnate da guerre e violenze postcoloniali, ma aiuta a comprendere anche la posta in gioco della mostra di Bruxelles.
Il passato coloniale non continua soltanto quando viene commemorato. Continua nel modo in cui sono organizzati gli scambi, nella diversa libertà di movimento concessa ai passaporti, nella provenienza degli oggetti conservati nei musei, nelle lingue considerate universali, nella capacità di alcuni Paesi di produrre categorie e di altri di esserne soprattutto oggetto. La memoria, in questo senso, non è un deposito di immagini del passato: è una relazione sociale che distribuisce visibilità, autorevolezza e possibilità di parola nel presente.
La linea del colore è globale
Tra gli oggetti e le opere esposti, il ritratto postumo di Toussaint Louverture, protagonista della rivoluzione haitiana, convive con le targhe dei Paesi partecipanti alla Conferenza di Bandung del 1955 e con la fotografia di Luzia Inglês Van-Dúnem, militante del Movimento popolare di liberazione dell’Angola. Botanist Kid (Boy) di Yinka Shonibare richiama invece il rapporto fra classificazione scientifica, appropriazione botanica e trasformazione ambientale. Le opere contemporanee non illustrano i documenti: ne interrompono la presunta neutralità, mostrando che l’archiviare e il classificare furono anche strumenti di governo.
Questa scelta rimanda a una tradizione sociologica rimasta a lungo ai margini del canone. W.E.B. Du Bois definiva il problema del Novecento attraverso la “linea del colore”, ma non la considerava una questione esclusivamente statunitense. La stessa linea che attraversava le città americane collegava, in forme differenti, Africa, Asia, Americhe ed Europa. Come ricostruisce Ali Meghji, anche Franklin Frazier e St. Clair Drake lessero il razzismo degli Stati Uniti come una fase di un processo mondiale, da studiare storicamente e comparativamente insieme all’impero e alla divisione internazionale del lavoro.
Questa prospettiva modifica la scala dell’analisi. Le società europee non incontrano il colonialismo soltanto quando guardano alle ex colonie. Lo incontrano nelle proprie città, nelle istituzioni, nelle disuguaglianze e nei conflitti sul riconoscimento. Anche le migrazioni contemporanee appartengono a questa geografia relazionale. Le rotte seguono spesso legami creati dagli imperi: lingue condivise, reti commerciali, sistemi educativi, rapporti amministrativi e militari. Eppure, nel discorso pubblico, la presenza di persone provenienti dalle ex colonie viene frequentemente rappresentata come un elemento esterno che raggiunge un’Europa già formata e culturalmente autosufficiente. La domanda su chi sia europeo non riguarda quindi soltanto i confini.
Elizabeth Buettner aveva osservato, già nelle discussioni sorte dopo l’apertura della House of European History nel 2017, che una storia incapace di includere l’esperienza delle popolazioni di origine coloniale lasciava incompleta la rappresentazione dell’Europa multiculturale contemporanea. Inserire quelle presenze non significa soltanto riconoscere il contributo di nuovi cittadini; significa ammettere che esse non sono nuove rispetto alla storia che ha prodotto l’Europa.
Oltre una memoria autoassolutoria
Il rischio, tuttavia, è che la categoria di colonialismo diventi tanto estesa da spiegare ogni disuguaglianza e ridurre ogni rapporto a una contrapposizione immobile tra un Occidente dominante e un resto del mondo privo di iniziativa. È un problema discusso anche all’interno degli studi postcoloniali.
Annette Bamberger e Paul Morris, analizzando le critiche postcoloniali all’internazionalizzazione universitaria, riconoscono la persistenza del dominio occidentale e delle ingiustizie epistemiche, ma mettono in guardia dalle narrazioni binarie ed essenzialiste. Queste possono oscurare le differenze tra gli imperi, le responsabilità delle élite locali, il peso della classe, del genere e della religione, oltre alla capacità delle società colonizzate di appropriarsi, trasformare e contestare le istituzioni ricevute.
Ricordare criticamente non significa sostituire una storia celebrativa dell’Europa con una storia nella quale l’Europa possiede ancora tutto il potere, questa volta come origine di ogni male. Anche quest’ultima rappresentazione finirebbe paradossalmente per ricollocare il continente al centro e per ridurre gli altri popoli a vittime senza storia.
La decolonizzazione fu conquistata da movimenti politici, intellettuali, lavoratori, donne e uomini che elaborarono progetti autonomi di società. Bandung non fu soltanto una reazione all’Europa, ma il tentativo di costruire un ordine internazionale diverso. L’indipendenza non può essere descritta unicamente attraverso ciò che non riuscì a cancellare. La forza di Postcolonial? risiede soprattutto nei punti in cui lascia emergere questa pluralità.
Le otto vicende personali inserite nel percorso parlano di famiglie separate, massacri rimossi, razzismo strutturale, ricerca negli archivi, arte come ricomposizione dei legami e musica come forma di resistenza. Spostano lo sguardo dalle grandi scansioni cronologiche alle vite nelle quali le eredità coloniali vengono subite, negoziate e trasformate. Non esiste una sola memoria postcoloniale, perché non è uguale la posizione di chi ha esercitato la violenza, di chi l’ha subita, di chi ne ha beneficiato e di chi ne riceve il racconto a distanza di generazioni.
Anche il museo, allora, non dovrebbe diventare il luogo nel quale l’istituzione europea pronuncia l’ultima parola sul colonialismo. Può piuttosto rendere visibili conflitti interpretativi che non devono essere pacificati artificialmente. Le controversie sulla restituzione dei beni culturali lo mostrano con chiarezza: non riguardano soltanto la proprietà di un oggetto, ma il diritto di stabilirne il significato, di ricostruirne il percorso e di decidere dove possa tornare a produrre memoria. Analogamente, discutere di programmi scolastici, statue, archivi e denominazioni urbane non equivale a cancellare la storia. Significa rendere discutibili le gerarchie che per lungo tempo hanno deciso quale storia meritasse di occupare lo spazio pubblico.
Cambiare il racconto dell’Europa
La mostra non offre una risposta definitiva alla domanda contenuta nel titolo, e probabilmente non potrebbe farlo. L’Europa è postcoloniale perché gli imperi territoriali appartengono al passato e le indipendenze hanno prodotto soggetti politici nuovi. Non lo è, se per “post” intendiamo una cesura capace di rendere irrilevanti le relazioni economiche, le categorie razziali e le gerarchie del sapere costruite nei secoli precedenti. Le due affermazioni non si escludono: descrivono la tensione entro cui si colloca il presente.
Il gesto più importante della House of European History consiste forse nell’aver riconosciuto che una mostra temporanea non basta. Se la riflessione sul colonialismo resterà confinata in alcune sale fino al marzo 2027, mentre la narrazione permanente dell’Europa continuerà sostanzialmente immutata, il punto interrogativo avrà avuto una funzione rassicurante: mostrare la capacità autocritica dell’istituzione senza modificarne davvero il racconto. Se invece l’esposizione diventerà, come annunciato, il catalizzatore di una revisione complessiva, allora il colonialismo cesserà di essere un’appendice e diventerà una delle chiavi per comprendere la modernità europea.
Fare i conti con questa storia non significa negare l’Europa, né ridurre l’integrazione comunitaria alla prosecuzione degli imperi. Significa sottrarre l’identità europea alla necessità di immaginarsi innocente. Una comunità politica matura non è quella che condivide una memoria uniforme, ma quella che rende possibile il confronto tra memorie diseguali senza espellere dal proprio racconto le voci che lo mettono in discussione. La domanda, allora, non è soltanto se l’Europa sia già postcoloniale. È se sia disposta a cambiare dopo aver riconosciuto di non esserlo mai stata del tutto.
Nella foto notabili africani in visita all’Eliseo nel 1931. In prima fila, da sinistra a destra: Blaise Diagne il primo Deputato di origine africana a essere eletto all’Assemblea Nazionale, il Presidente della Repubblica Paul Doumer e Jules Brévié, Governatore Generale dell’Africa Occidentale Francese. © Bibliothèque nationale de France.