Sicurezza e flussi migratori. Usi e abusi di un concetto
- 07 Dicembre 2017

Sicurezza e flussi migratori. Usi e abusi di un concetto

Scritto da Matteo Del Conte

8 minuti di lettura

Negli ultimi anni il tema migratorio occupa una posizione preminente all’interno del dibattito pubblico internazionale, dovuta principalmente alla crescente importanza del fenomeno e all’impatto che esso ha per gli affari internazionali, in particolare sulle preoccupazioni di sicurezza degli stati.

Questo fenomeno demografico (economico e sociale), antico come il mondo, viene spesso dipinto come una minaccia alla sicurezza nazionale e alla tenuta sociale dei paesi di arrivo. Come si è arrivati fino a questo punto? La questione su cui ci si vuole soffermare in questa sede è la seguente: il fenomeno migratorio rappresenta davvero una minaccia per la sicurezza nazionale degli stati? Come mai politici, analisti e opinione pubblica tendono sempre più a sposare una visione securitaria del fenomeno?

Dalla fine della Guerra Fredda, con il crollo della competizione bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la caratterizzazione delle minacce alla sicurezza internazionale ha subito una variazione nei termini e nei contenuti. In particolar modo, eventi che fino a quel momento non erano stati etichettati come minacce alla sicurezza, vennero progressivamente portati in discussione all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Non a caso, l’età dell’oro degli “interventi umanitari” si aprì con l’intervento multinazionale a guida statunitense nell’Iraq di Saddam Hussein alla fine della Guerra del Golfo, dopo che milioni di rifugiati curdi al nord e di sciiti al sud si riversarono nei paesi confinanti (Turchia, Iran e Arabia Saudita). L’esodo fu il risultato di un’aspra repressione ad opera della Guardia Repubblicana del raìs di Baghdad, volta a contrastare le sollevazioni emerse in quelle zone del paese a seguito delle pessime condizioni economiche e sociali derivanti dalla fine della Guerra del Golfo e dalla tendenza centralizzatrice del governo di Baghdad. Inoltre, il crollo dell’URSS portò milioni di persone a spostarsi in Europa occidentale, in proporzioni che non si vedevano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nell’anno in cui si scrive siamo più che mai alle prese con questo fenomeno le cui cause si raggruppano in due assi principali: da un lato guerre civili sanguinose che provocano sia sfollati interni che flussi di rifugiati transfrontalieri; dall’altro condizioni quali instabilità, disastri ambientali e povertà endemica che spingono masse di persone che nei paesi di provenienza si rivelano escluse dal mercato del lavoro perché troppo numerosi ed inoccupabili (i cosiddetti migranti economici). Le classi politiche occidentali definiscono sempre più il fenomeno migratorio come una minaccia alla sicurezza nazionale e alla tenuta sociale dei paesi di destinazione, associandolo a terrorismo e crimine organizzato.

Un termine di nuovo conio all’interno della linguistica inglese definisce questo processo, chiamato securitisation, che consiste nel rendere un fenomeno dato (nel nostro caso le migrazioni) come pertinente alla sfera della sicurezza. Questo tipo di narrativa fa presa soprattutto nel caso dell’immigrazione: illustrando attraverso i modi in cui “la descrizione linguistica della minaccia” serva a dare contenuto e significato alla sicurezza e a partorire risposte d’emergenza. Ciò descrive il modo in cui soprattutto in Occidente i leader politici hanno caratterizzato un particolare problema come una minaccia esistenziale per l’individuo, la società e la sovranità dello stato, intaccando su identità nazionale, coesione, tenuta sociale, identità e welfare.

 

Sicurezza, chi è costei?

Si parla spesso di sicurezza, ma di fatto si tratta di un oggetto sfaccettato e a volte sfuggente dal punto di vista concettuale. Di fatto, il termine “sicurezza” è diventato un concetto ambivalente, e su questa ambivalenza intere comunità di attori (politici, opinione pubblica e osservatori) forniscono un’ermeneutica del concetto. Tutto parte dalla questione di fondo su che accezione dare a questo termine, rivelandone la natura creativa.

Per fare ordine, le principali accezioni della sicurezza sono due; la prima corrisponde all’assenza di minaccia militare, di conflitto e di violenza. Questa è la più classica delle concezioni, ed è quella su cui si sono costruite le politiche di difesa degli stati nazionali durante la Guerra Fredda.

La seconda è legata a una concezione “umana”, ovvero sicurezza intesa come assenza di minaccia militare, ambientale, politica, economica e sociale. In un contesto più generale possiamo dire che la human security ha a che fare con il mantenimento della comunità politica in generale[1].

In buona sostanza si può affermare che nelle due visioni contrapposte competono due categorie, la prima quella dell’interesse nazionale e nell’altra quella dei valori, delle norme e dell’identità degli elementi della società e della comunità politica.

Rifacendoci alla visione realista della sicurezza, possiamo dire che apparentemente i flussi migratori non rappresentano una minaccia di tipo militare o bellico, e quindi rimangono poco rilevanti dal punto di vista delle relazioni tra stati. Potrebbe essere il caso che tra le persone che giungono attraverso il Mediterraneo si nasconda qualche cellula dormiente di organizzazioni terroristiche, ma non sembra essere il nocciolo della questione. “Per un realista il discorso finirebbe qua”[2].

La questione è molto più spinosa di quello che sembra, dato che se escludiamo la prima concezione di sicurezza/minaccia, rimane la seconda, molto più comprensiva. Ma anche qui le cose non sembrano molto lineari. Infatti se si tratta di sicurezza umana, di quali esseri umani stiamo parlando? Di coloro che arrivano o dei nativi? Sembra che in questo momento la questione centrale stia proprio qui. Infatti a seconda di come si interpreta la sicurezza, si adottano di conseguenza delle linee di azione. Come afferma la corrente costruttivista delle Relazioni Internazionali, la sicurezza non è altro che un costrutto che dipende dal punto di vista dell’attore, il quale a sua volta negozia e contesta il significato di questa sia in sede domestica che in sede internazionale. L’autore, anzi gli autori nel nostro caso sono gli esponenti della classe politica, gli analisti e tutti coloro che hanno un potere di definizione e che si pronunciano sulla questione migrazione-sicurezza. Nel caso italiano infatti non sembra esserci una chiara dottrina sull’approccio migratorio, fissa e immutabile su cui basarsi ma bensì una definizione cangiante a seconda delle narrative politiche adottate. Queste narrative politiche non sono altro che visioni del fenomeno in oggetto. Per essere meno sibillini, le narrative dominanti oggi sono due, quella della “invasione” e quella del “viaggio della speranza”. Qui emerge chiaramente il fatto che una certa percezione della minaccia delinea un certo indirizzo politico.

A questo punto si vede nitidamente come non sono i documenti ufficiali dei Ministeri della Difesa e degli Interni a delineare i contorni del dibattito ma il “travaglio ideologico” dei leader politici (che si manifesta in dichiarazioni e conferenze stampa), il ruolo dei media e della cultura popolare. Di conseguenza una certa idea di sicurezza porta alla luce una certa prassi politica che è quella di interpellare le passioni del pubblico per saggiarne il gradimento/respingimento. Da un’Europa che zoppica data la difficoltà del momento storico corrente e della questione in sé, si tende a spostare l’attenzione sulla protezione dei confini esterni dell’UE, piuttosto che riflettere sulle cause principali del fenomeno. Questo può spiegarsi grazie a determinate caratteristiche che la politica odierna ha assunto da diversi anni. I leader politici comunicano direttamente con l’elettorato, oggi ancora più agevolmente grazie anche a internet, oltre che la televisione.

Quello che sta accadendo oggi nel contesto nazionale potrebbe considerarsi un processo di “securitizzazione”. La “securitizzazione” è una costruzione discorsiva della minaccia, ovvero quel processo in cui un attore dichiara una certa questione, dinamica o attore come una “minaccia esistenziale”[3]. In questo senso la sicurezza diventa un luogo di negoziazione tra i leader e il loro pubblico. Ora il processo di securitizzazione ha luogo solo quando la “potenziale minaccia” viene veramente percepita o acquisita come una minaccia reale. Questo dipende da alcuni fattori facilitanti come possono essere la posizione che l’attore denunciante ricopre, il contesto storico e la forma di discorso che si utilizza per descrivere il tipo di minaccia. Tuttavia quello che oggi sta succedendo in Italia con i flussi migratori non è proprio un processo di strutturazione della minaccia, quanto un processo di “ideologizzazione” della sicurezza.

Questo illustra in che modo l’immigrazione – tradizionalmente considerata irrilevante negli studi sulla sicurezza- possa essere posta politicamente nel reame delle tradizionali minacce alla sicurezza[4].

La “securitizzazione” fu particolarmente posta in essere, in Europa e in Australia, dopo gli attacchi dell’11 Settembre quando la chiusura di frontiere e il dispiegamento di truppe fu la risposta ad immigrati e richiedenti asilo. In Italia, questo tipo di “atti di guerra”, si sono soffermati solo all’ambito delle dichiarazioni verbali di alcuni leader politici[5]. Il travaglio ideologico dei leader sorretto da continue apparizioni televisive, cronaca giornalistica e social media[6] rischia di fare breccia e portare a una nevrotica messa in scena. Nel trattare il tema dei migranti, il continuo utilizzo di categorie del “noi” vs “loro” è propedeutico allo sfruttamento dell’incertezza e dei timori dell’elettorato andando a giocare con il senso di insicurezza dei cittadini. Se si fa caso a tutto questo si può notare come si sia riiniziato a parlare di identità nazionale e sovranità statale solo dopo che i flussi migratori sono aumentati esponenzialmente. Detto in altre parole, ci volevano gli immigrati per riesumare l’ottocentesco dibattito sull’identità nazionale italiana.

Quello dell’insicurezza generatrice di mostri è un altro assunto che mantiene la sua attualità dopo 2446 anni; ne tratta già Tucidide nel cronache della Guerra del Peloponneso, vicenda cui egli stesso partecipò[7]. L’insicurezza genera paura e la paura genera reazioni irrazionali, xenofobe, razziste e potenzialmente violente. L’attuale governo, a fronte di ciò, ha deciso di adottare una linea securitaria di stampo realista. La modalità di gestione dei flussi di migranti è quello della delega[8]. Attraverso la fornitura di strumentazione e sostegno militare, strategico e tecnologico, oltre a fondi teoricamente destinati allo sviluppo, l’Italia chiede alla Libia di occuparsi del respingimento dei migranti. In primis attraverso l’addestramento della Guardia Costiera Libica e la fornitura di mezzi natanti e in un secondo momento, sostenendo la creazione di una Guardia di Frontiera che si occuperebbe del pattugliamento dei 5000 km del confine orientale della Libia. Queste “pratiche di sicurezza” sono rivelatrici dell’etica realista adottata dal Ministero degli Interni, mostrando di far fronte a una “minaccia” percepita come reale, militarizzando la risposta e ponendo l’immigrazione sullo stesso piano di terrorismo e crimine organizzato, con l’obbiettivo implicito di chiudere la rotta[9].

La conseguenza logica è che nell’ambito delle migrazioni la risposta securitaria rimane la soluzione più vantaggiosa, almeno nel breve periodo. Perché avviene questo? Ci sono una serie di fattori, tra i quali spicca l’incapacità di gestione di un fenomeno complesso che mette nero su bianco le differenze nella distribuzione “globale” della ricchezza, della debolezza degli stati nazionali e altri sbilanciamenti. Come si gestisce? Come detto la questione è particolarmente complessa e richiederebbe politiche di lungo periodo che però mal si sposano con la richiesta di risposte immediate da parte dell’elettorato. Politicamente, dunque, paga di più adottare posizioni di chiusura, di separazione, di esternalizzazione dei compiti avendo un ritorno elettorale maggiore e al contempo offrendo un senso di sicurezza immediato. Ciò è propedeutico a mostrare che lo Stato ha ancora il controllo delle sue prerogative sovrane, tra cui il controllo delle frontiere nazionali.

Queste soluzioni scaturiscono non tanto da una visione della sicurezza, quanto dal modo di tratteggiarla; da un’informazione che non ci illumina su ciò che è (o non è) sicurezza ma su come accade, su come viene manipolata attraverso un linguaggio di sicurezza che costruisce la minaccia (e non la risposta ad essa). In sostanza si assiste ad un nuovo paradigma securitario che in un mondo postmoderno rende ogni agente esterno pericoloso per la sopravvivenza nazionale, suscitando confusione e allarmismo nella società civile e nell’opinione pubblica, la quale tende a rievocare discorsi nazionalistici e tribali come ultimo rifugio del disagio della postmodernità.

Una soluzione plausibile potrebbe essere quella di superare la dicotomia tra sicurezza degli individui e sicurezza degli stati, giungendo ad un nuovo paradigma. Ciò significa giungere da migrazioni insicure per gli individui e per gli stati a migrazioni ragionevolmente sicure per entrambi, per chi arriva e per chi accoglie. Per fare ciò, il primo passo è evitare di costruire un contesto securitario a guisa di un perenne stato di emergenza, il quale porta a irrazionalità deleteria invece che a una gestione equilibrata del fenomeno.


[1] Il concetto di dignità umana è problematico ma per esigenze di semplicità possiamo dire che esso ha a che fare con la protezione dell’uomo in quanto tale e non perché portatore di determinati attributi.

[2] Intervento di Marco Cesa nella conferenza “L’ambiente marittimo come centro di gravità geopolitica per la sicurezza dell’Italia”, 29/04/2015, Forlì, Scuola di Scienze Politiche.

[3] Williams P., Security Studies:an introduction, 2008, Routledge, London-New York pp. 69-70.

[4] Rimanendo comunque una minaccia “non tradizionale”.

[5] C’è chi auspica un blocco navale a largo delle coste italiane per bloccare i flussi di rifugiati irregolari, ma per ora non sembra una soluzione plausibile e praticabile.

[6] In riferimento alla continua etnicizzazione dei reati promossa da stampa e televisione; la comunicazione dei leader sui social media (es. Twitter, Facebook in particolare) in cui si viene a instaurare un rapporto diretto tra figura politica ed elettore un processo controverso che porta all’elaborazione di una certa pratica di governo, indirizzando toni, modi e contenuti delle dichiarazioni in base al grado di gradimento/respingimento raccolto nei sondaggi e nelle statistiche.

[7] Guerra del Peloponneso di Tucidide in cui parla degli effetti devastanti del sentimento di percepita insicurezza dei cittadini delle polis.

[8] Si segnalano il Memorandum d’Intesa, firmato a Roma dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal Presidente del Governo di Riconciliazione Nazionale Fayez Mustafa Seraj il 2 febbraio 2017 per la gestione del confine marittimo libico e l’incontro al Viminale del 31 marzo 2017 tra il Ministro dell’Interno Minniti e i capi tribù del Fezzan libico per discutere del controllo della frontiera sud della Libia.

[9] Tuttavia, non possiamo non guardare alla posizione dell’Italia nel framework europeo e non motivare, anche solo in parte, la decisione dell’accordo un’inevitabile conseguenza del mancato burden-sharing europeo.

Scritto da
Matteo Del Conte

Nato ad Ancona nel 1992. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di Politica e Sicurezza Internazionale, con un taglio multidisciplinare che spazia dalla filosofia alla sociologia agli Studi Strategici, con particolare riferimento ai problemi dell’uso della forza, della sicurezza e dei diritti umani.

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