Sicurezza e flussi migratori. Usi e abusi di un concetto

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Negli ultimi anni il tema migratorio occupa una posizione preminente all’interno del dibattito pubblico internazionale, dovuta principalmente alla crescente importanza del fenomeno e all’impatto che esso ha per gli affari internazionali, in particolare sulle preoccupazioni di sicurezza degli stati.

Questo fenomeno demografico (economico e sociale), antico come il mondo, viene spesso dipinto come una minaccia alla sicurezza nazionale e alla tenuta sociale dei paesi di arrivo. Come si è arrivati fino a questo punto? La questione su cui ci si vuole soffermare in questa sede è la seguente: il fenomeno migratorio rappresenta davvero una minaccia per la sicurezza nazionale degli stati? Come mai politici, analisti e opinione pubblica tendono sempre più a sposare una visione securitaria del fenomeno?

Dalla fine della Guerra Fredda, con il crollo della competizione bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la caratterizzazione delle minacce alla sicurezza internazionale ha subito una variazione nei termini e nei contenuti. In particolar modo, eventi che fino a quel momento non erano stati etichettati come minacce alla sicurezza, vennero progressivamente portati in discussione all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Non a caso, l’età dell’oro degli “interventi umanitari” si aprì con l’intervento multinazionale a guida statunitense nell’Iraq di Saddam Hussein alla fine della Guerra del Golfo, dopo che milioni di rifugiati curdi al nord e di sciiti al sud si riversarono nei paesi confinanti (Turchia, Iran e Arabia Saudita). L’esodo fu il risultato di un’aspra repressione ad opera della Guardia Repubblicana del raìs di Baghdad, volta a contrastare le sollevazioni emerse in quelle zone del paese a seguito delle pessime condizioni economiche e sociali derivanti dalla fine della Guerra del Golfo e dalla tendenza centralizzatrice del governo di Baghdad. Inoltre, il crollo dell’URSS portò milioni di persone a spostarsi in Europa occidentale, in proporzioni che non si vedevano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nell’anno in cui si scrive siamo più che mai alle prese con questo fenomeno le cui cause si raggruppano in due assi principali: da un lato guerre civili sanguinose che provocano sia sfollati interni che flussi di rifugiati transfrontalieri; dall’altro condizioni quali instabilità, disastri ambientali e povertà endemica che spingono masse di persone che nei paesi di provenienza si rivelano escluse dal mercato del lavoro perché troppo numerosi ed inoccupabili (i cosiddetti migranti economici). Le classi politiche occidentali definiscono sempre più il fenomeno migratorio come una minaccia alla sicurezza nazionale e alla tenuta sociale dei paesi di destinazione, associandolo a terrorismo e crimine organizzato.

Un termine di nuovo conio all’interno della linguistica inglese definisce questo processo, chiamato securitisation, che consiste nel rendere un fenomeno dato (nel nostro caso le migrazioni) come pertinente alla sfera della sicurezza. Questo tipo di narrativa fa presa soprattutto nel caso dell’immigrazione: illustrando attraverso i modi in cui “la descrizione linguistica della minaccia” serva a dare contenuto e significato alla sicurezza e a partorire risposte d’emergenza. Ciò descrive il modo in cui soprattutto in Occidente i leader politici hanno caratterizzato un particolare problema come una minaccia esistenziale per l’individuo, la società e la sovranità dello stato, intaccando su identità nazionale, coesione, tenuta sociale, identità e welfare.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: Conclusione


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Nato ad Ancona nel 1992. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di Politica e Sicurezza Internazionale, con un taglio multidisciplinare che spazia dalla filosofia alla sociologia agli Studi Strategici, con particolare riferimento ai problemi dell’uso della forza, della sicurezza e dei diritti umani.

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