Scritto da Pandora Rivista
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Paola Inverardi è Chair dello Spoke Coordination Board del Centro Nazionale ICSC.
Lei ha ricoperto sia il ruolo di coordinatrice dello Spoke 5 sia quello di coordinatrice dello Spoke Coordination Board. Rispetto a quest’ultimo ruolo, quali sono state le principali sfide che ha dovuto affrontare per costruire un ecosistema attorno ai temi del supercalcolo?
Inverardi: Credo che quest’ultimo incarico mi sia stato affidato anche per l’esperienza maturata nel coordinamento della ricerca e per il fatto di avere una visione piuttosto ampia delle problematiche coinvolte. Un elemento che ha certamente contribuito è stato il mio ruolo di rappresentante italiana nel Governing Board di EuroHPC, il principale organismo europeo di riferimento per il supercalcolo, che ricopro dal 2022. Questa esperienza mi ha consentito di seguire da vicino quanto stava accadendo a livello europeo, portando quella prospettiva anche all’interno del progetto. La sfida principale riguardava la costruzione di un ecosistema che prima del Centro non esisteva.
Erano presenti gruppi molto qualificati che lavoravano su aspetti diversi dell’HPC e alcuni provenivano dal calcolo scientifico, dalla fisica o dalla chimica, altri dal quantum computing, altri ancora operavano in ambiti che utilizzavano il supercalcolo senza identificarsi necessariamente con questa etichetta. Il Centro ha riunito realtà molto differenti. In alcuni Spoke esistevano già reti consolidate di collaborazione, composte da persone che si conoscevano da tempo e condividevano strumenti e linguaggi comuni. In altri casi, come nello Spoke 5, si sono incontrate discipline che avevano avuto poche occasioni di lavorare insieme in modo strutturato. Una parte importante del lavoro è stata quindi quella di costruire relazioni all’interno dei singoli Spoke, ma anche favorire la nascita di una rete più ampia che si riconoscesse nelle grandi sfide tecnologiche legate al supercalcolo, alla gestione dei dati e alle infrastrutture digitali. Quando si mettono insieme persone provenienti da discipline diverse emergono inevitabilmente approcci e sensibilità differenti a cui bisogna dare spazio e allo stesso tempo individuare alcune linee strategiche comuni, costruendo una visione condivisa del Centro Nazionale. Un ulteriore elemento di complessità era dovuto al fatto che il Centro non nasceva attorno a un modello già definito e, in un certo senso, abbiamo dovuto costruire il progetto cercando di definire progressivamente che cosa dovesse essere un Centro Nazionale dedicato al supercalcolo e alla gestione avanzata dei dati. Da questo punto di vista è stato importante poter contare su un riferimento concreto, rappresentato dall’infrastruttura tecnologica comune. Anche quando alcune componenti non erano ancora pienamente disponibili, quell’infrastruttura costituiva comunque un obiettivo condiviso e una prospettiva verso cui convergere.
Guardando oggi a quel percorso, penso si possa dire che il risultato sia stato raggiunto e che si sia formato un contesto capace di interpretare correttamente il significato del Centro e le finalità delle attività che vi venivano svolte. All’inizio ci si interrogava molto sul rapporto tra ricerca di base e ricerca applicata. Ad esempio, si parlava di livelli di maturità tecnologica più elevati e qualcuno si chiedeva quale spazio potesse ancora avere la ricerca fondamentale. In realtà il Centro non nasceva per sostituirla, ma per inserirla in un contesto orientato anche all’impatto e alle applicazioni. Capire come integrare queste dimensioni è stato parte del percorso di crescita dell’intero progetto. Uno dei risultati più significativi del Centro è stato proprio quello di mettere in relazione competenze, discipline e soggetti che in precedenza dialogavano molto meno tra loro.
Come si è sviluppato il rapporto tra ricerca fondamentale e applicazioni industriali all’interno del Centro Nazionale?
Inverardi: L’obiettivo era trovare un equilibrio tra queste dimensioni, mantenendo la qualità scientifica e orientando una parte delle attività verso risultati con un impatto più diretto. Naturalmente la mia visione riguarda soprattutto il livello dei leader e dei co-leader degli Spoke, ma non ho una conoscenza dettagliata di quanto sia avvenuto all’interno di ogni singolo gruppo di ricerca. Tuttavia, osservando i risultati prodotti e il modo in cui le persone hanno partecipato alle iniziative del Centro, mi sembra che questo percorso sia stato effettivamente compiuto.
Un contributo importante è arrivato anche dai molti giovani ricercatori reclutati nell’ambito del progetto. Per molti di loro il Centro ha rappresentato una delle prime esperienze all’interno di una grande iniziativa nazionale. Gli incontri tra Spoke, gli eventi dedicati ai ricercatori e le attività trasversali sono stati generalmente molto partecipati e hanno contribuito a creare un terreno comune che prima non esisteva. Anche il rapporto con le imprese si è evoluto in modo significativo. Alcune realtà accademiche erano già abituate a collaborare con il mondo industriale, mentre altre avevano una minore familiarità con questo tipo di interazione. Credo però che il Centro abbia avuto il merito di rendere questo aspetto una componente esplicita e strutturale del progetto.
La collaborazione con le imprese non era un elemento accessorio, ma una parte integrante delle attività, e questo ha spinto i gruppi di ricerca a confrontarsi con modalità di lavoro nuove e a sviluppare progettualità condivise. Un aspetto che considero particolarmente interessante riguarda l’evoluzione avvenuta negli ultimi anni: nella prima fase, attraverso strumenti come gli Innovation Grant, la collaborazione tra Spoke e imprese era prevista direttamente dall’impianto dei bandi, mentre successivamente sono state lanciate iniziative in cui questa collaborazione non era obbligatoria, eppure la quasi totalità dei progetti è stata comunque presentata in forma congiunta da Spoke e partner industriali. Questo indica che la collaborazione non è stata vissuta come un vincolo imposto dai finanziamenti, ma come un’opportunità riconosciuta dai soggetti coinvolti. Si è consolidato un modo di lavorare che nel tempo è stato assorbito e fatto proprio sia dal mondo della ricerca sia da quello delle imprese. È probabilmente uno degli indicatori più evidenti del percorso compiuto in questi anni.
Negli ultimi anni il tema dell’intelligenza artificiale ha assunto un peso crescente nel dibattito scientifico e tecnologico. Come si è inserito questo sviluppo nelle attività del Centro Nazionale e quale ruolo ha avuto il supercalcolo in questa evoluzione?
Inverardi: Quando il progetto del Centro Nazionale è stato concepito, l’intelligenza artificiale era certamente presente tra le tematiche considerate, ma si parlava soprattutto degli approcci allora consolidati. L’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa, dei foundation model e delle applicazioni che oggi dominano il dibattito è avvenuta successivamente e, in un certo senso, si è inserita in corsa anche rispetto alle strategie europee. Lo stesso percorso di EuroHPC riflette questa evoluzione. In una prima fase l’attenzione era concentrata soprattutto sul supercalcolo e sulle infrastrutture HPC e solo in un secondo momento sono diventati centrali temi come le AI Factory e le grandi infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale generativa ha cambiato profondamente il contesto, ma la rete di competenze, le infrastrutture e le modalità di collaborazione erano già state costruite attorno al supercalcolo. È su questa base che si sono poi sviluppate anche le iniziative più recenti dedicate all’intelligenza artificiale. Oggi, naturalmente, per molte imprese e per numerosi ambiti applicativi il supercalcolo viene percepito soprattutto come un abilitatore dell’intelligenza artificiale. Un’evoluzione comprensibile, ma non bisogna dimenticare che il lavoro di costruzione dell’infrastruttura e delle competenze era iniziato prima dell’attuale fase di espansione dell’intelligenza artificiale generativa.
Per quanto riguarda lo Spoke Coordination Board, l’attenzione si è concentrata soprattutto sugli aspetti infrastrutturali e sull’accesso alle risorse di calcolo. Uno degli obiettivi principali è stato rendere disponibile tempo macchina su infrastrutture di elevata qualità e definire modalità efficaci per consentire alla comunità scientifica di utilizzarle. Abbiamo lavorato sulle procedure di accesso, contribuito alla definizione dei processi di valutazione delle proposte e partecipato alla costruzione dei panel incaricati di esaminarle. Sono state attività meno visibili rispetto alle applicazioni finali, ma essenziali per il funzionamento dell’intero sistema.
Gli aspetti più direttamente collegati all’intelligenza artificiale sono stati seguiti soprattutto attraverso la partecipazione ai bandi europei, compresi quelli dedicati alle AI Factory. In quel contesto il Centro ha potuto agire come soggetto unitario, mettendo a disposizione una massa critica che singoli gruppi universitari o singoli enti di ricerca difficilmente avrebbero potuto esprimere autonomamente. Questo, come accennavo, era uno degli obiettivi originari del progetto: connettere realtà distribuite in molte sedi diverse e raggiungere una massa critica sufficientemente ampia da permettere al sistema italiano di partecipare in modo competitivo alle grandi iniziative europee. Da questo punto di vista il risultato è stato significativo e anche i ricercatori si sono riconosciuti in questa visione – pur mantenendo le proprie specificità disciplinari – contribuendo a costruire una capacità collettiva che oggi ha una visibilità e una forza di azione maggiori rispetto al passato.
Nel suo ruolo di rappresentante per l’Italia nel Governing Board di EuroHPC, come ha visto cambiare il posizionamento del nostro Paese in Europa grazie agli investimenti realizzati negli ultimi anni? Quale contributo ha dato il Centro Nazionale a questo percorso?
Inverardi: Quando ho iniziato a partecipare alle attività di EuroHPC, il panorama italiano appariva molto più frammentato. Esistevano certamente eccellenze riconosciute a livello europeo, ma operavano spesso come soggetti distinti. C’erano il CINECA e le sue infrastrutture di calcolo, i grandi enti di ricerca, le università, i gruppi che sviluppavano software scientifico, quelli che lavoravano sulle reti o sulle componenti tecnologiche più avanzate; tutte realtà molto competenti e visibili, ma che tendevano a presentarsi separatamente. Anche prima del Centro Nazionale esistevano investimenti importanti. Penso, ad esempio, al supercomputer Leonardo, il cui finanziamento precede sia il PNRR sia la nascita del Centro: una delle principali infrastrutture europee di supercalcolo e un investimento strategico per il Paese. Il problema non era quindi la mancanza di competenze o di infrastrutture, ma una rappresentazione d’insieme che rendesse evidente come tutte queste componenti facessero parte di un unico ecosistema.
Per chi osservava il sistema dall’esterno non era sempre semplice capire quali fossero gli interlocutori, come fossero collegati tra loro e quale fosse la strategia complessiva. Esisteva una forte visibilità del calcolo scientifico, mentre risultavano meno evidenti tutte le altre componenti che lo rendono possibile: le reti, il software, la gestione dei dati, le tecnologie di base e l’insieme degli attori coinvolti. Il Centro Nazionale ha permesso proprio di mettere a sistema realtà che già esistevano e che spesso erano già molto qualificate, offrendo per la prima volta una rappresentazione unitaria del sistema nazionale del supercalcolo.
Penso che oggi l’Italia si presenti con un’immagine molto più coerente rispetto al passato e con una rappresentazione più completa e più efficace di quello che il Paese è realmente in grado di fare. I singoli attori continuano a mantenere la propria identità, ma oggi si riconoscono in una strategia condivisa che in Europa risulta molto più leggibile.
Quali prospettive vede per il Centro Nazionale e, più in generale, per il sistema italiano del supercalcolo e della ricerca in questo ambito?
Inverardi: Le risorse del PNRR sono state utilizzate in modo efficace e il Centro ha contribuito a rafforzare in modo significativo il posizionamento dell’Italia nel contesto europeo. La questione oggi riguarda però la continuità di questo percorso. Io ho iniziato a partecipare a EuroHPC proprio mentre in Italia si stava costruendo una politica nazionale più strutturata attorno a questi temi, ma attualmente faccio più fatica a individuare una visione di lungo periodo altrettanto chiara. In Francia, in Germania o in Spagna esistono indirizzi più espliciti e una programmazione che accompagna nel tempo gli investimenti. Se mi si chiede quale sarà il futuro dei Centri Nazionali, penso che realtà come questa continueranno ad avere un ruolo importante. Da una parte esiste un interesse industriale crescente, che potrebbe favorire una maggiore partecipazione delle imprese al finanziamento delle attività di ricerca. Dall’altra si è ormai consolidato un ecosistema destinato a sopravvivere alla conclusione del PNRR.
Ogni soggetto coinvolto – università, enti di ricerca, grandi infrastrutture e imprese – ha interesse a valorizzare quanto è stato costruito e a proseguire su questa strada. La vera sfida, a mio avviso, è capire come utilizzare al meglio questo patrimonio. I Centri Nazionali potranno svolgere un ruolo di attuatori delle grandi strategie del Paese, perché hanno dimostrato di saper coordinare soggetti diversi e trasformare risorse distribuite in capacità progettuale concreta per la società e per il sistema produttivo. Penso, ad esempio, ai rischi naturali, che rappresentano il settore che conosco meglio. Se il Paese decidesse di investire in programmi su larga scala per la prevenzione dei disastri, per la modellazione del territorio o per la realizzazione di mappe idrogeologiche avanzate, sarebbe naturale affidarsi a strutture che già riuniscono le migliori competenze disponibili e dispongono delle infrastrutture necessarie.
Lo stesso ragionamento potrebbe valere per molti altri ambiti strategici. L’idea non dovrebbe essere quella di creare ogni volta nuove strutture organizzative, ma di utilizzare ciò che è già stato costruito e che ha dimostrato di funzionare. In questi anni si è costruito un patrimonio di infrastrutture, relazioni e competenze che sarebbe un errore disperdere. La sfida ora è trasformarlo in uno strumento permanente al servizio delle grandi priorità del Paese.