“Storia economica delle migrazioni italiane” di Francesca Fauri

migrazioni

Recensione a: Francesca Fauri, Storia economica delle migrazioni italiane, Il Mulino, Bologna 2015, pp. 240, 22 euro (Scheda libro).


Nei dibattiti accademici e politici viene spesso ricordato che, nel corso degli ultimi duecento anni, l’umanità è stata testimone di due ondate di globalizzazione, una è quella che stiamo vivendo ora, mentre la prima è quella che ha avuto luogo tra il 1870 e il 1914, verificatasi in concomitanza col ciclo egemonico del Regno Unito, comunemente definito Pax Britannica. Nel corso degli anni, capire se queste due globalizzazioni fossero uguali o meno è diventato un vero e proprio argomento di discussione, che tiene tuttora banco. Senza entrare nel dettaglio del dibattito, è sicuramente vero che queste due fasi storiche condividono diverse caratteristiche, fra cui la presenza di importanti flussi di migrazioni. Francesca Fauri sceglie di studiare questo fenomeno, analizzando approfonditamente il caso italiano, che ha visto milioni di persone partire dall’Europa per cercare fortuna all’estero. È opinione di chi scrive che questo libro porti a galla elementi di riflessione che tuttora farebbe bene tenere a mente; in un passato non troppo lontano anche l’Europa è stata terra di emigrazione e, nonostante non si possa certo dire che i flussi di oggi siano uguali a quelli di allora, vi sono lezioni del passato che potrebbero fornire un utile punto di vista.

Il libro è stato suddiviso in quattro parti: nella prima viene analizzato il mercato internazionale del lavoro formatosi tra il 1851 e il 1914, nella seconda viene descritta l’organizzazione delle migrazioni nel periodo 1876-1914, nella terza vengono studiate le mete delle migrazioni e, infine, nella quarta si guarda a ciò che è successo ai flussi migratori italiani dal periodo fascista al secondo dopoguerra.

Un mercato internazionale del lavoro

Le migrazioni hanno sempre fatto parte della cultura italiana. Fauri ricorda infatti la presenza di flussi di migrazioni pre-unitari nell’Italia ottocentesca, con la fascia costiera da Piombino fino alla regione a sud di Roma che attirava ogni anno 100000 lavoratori agricoli per la mietitura del grano. A questo si aggiunge anche il forte dinamismo delle regioni montuose, da sempre terra di emigrazione, a dimostrazione del fatto che “sin dai tempi antichi la popolazione europea non è mai stata statica ma tendenzialmente molto più mobile di quanto si è sempre creduto”.

A partire dalla metà del XIX secolo si stava formando un mercato del lavoro globale. Per comprendere la portata di questo fenomeno basti pensare che nel giro di 63 anni dall’Europa partirono 40 milioni di persone in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo. Di fronte ad un dato simile, l’autrice afferma che ciò che più sorprende non sta “nel fatto che tante persone fossero desiderose di emigrare, quanto nel fatto che fu permesso loro di farlo”. Il mercato internazionale del lavoro, che l’autrice ritiene essere probabilmente un caso unico nella storia, nasce per via di due “caratteristiche imprescindibili”: la prima, nonché la più importante, è la libera circolazione della manodopera mentre la seconda è il progresso tecnologico nei trasporti. Era quindi possibile ricercare una meta lavorativa migliore nello stesso tempo in cui il progresso tecnologico rendeva meno costosa la scelta di intraprendere viaggi che col tempo diventavano sempre più brevi. Per avere un’idea più precisa Fauri ricorda che nel 1867 l’Atlantico veniva attraversato in 44 giorni con il trasporto a vela, mentre nel 1890 lo stesso viaggio durava 7 giorni grazie alle navi a vapore. Molto spesso il lavoro veniva assicurato dalle “catene migratorie” formate da parenti e amici emigrati precedentemente, che richiamavano ed esortavano a partire, arrivando a scrivere nelle loro lettere “quanto più presto vieni, tanto più presto potremo accumulare denaro”. Elemento sorprendente di queste migrazioni era l’accettazione di lavori stagionali su scala di fatto continentale. Come ricorda Fauri “si lavorava il raccolto […] prima in un continente poi nell’altro nel corso dello stesso anno”, mentre in alcuni paesi come gli USA si sfruttavano i climi dei mesi più temperati per svolgere lavori all’aperto come l’edilizia o la costruzione di ferrovie. Molto spesso chi emigrava sceglieva di tornare a casa per poi emigrare nuovamente, elemento che Fauri ascrive a strategie familiari di lungo periodo. Detto ciò, quali erano le ragioni per cui gli individui sceglievano di emigrare? Su questo argomento l’autrice afferma che non sia possibile fornire una spiegazione univoca, ma che si debba fare ricorso a più variabili. Fauri ne riconosce quattro:

  1. Il differenziale salariale fra paese di partenza e paese di destinazione. Si può infatti affermare che l’emigrazione dall’Europa al nuovo mondo abbia fortemente influenzato, per circa il 70%, la convergenza salariale fra le due regioni. Questo fece sì che si smise di emigrare solo per sfuggire alla fame, ma che si partisse guidati dall’aspirazione a migliorare le proprie condizioni economiche. A ciò bisogna aggiungere le prospettive offerte dal paese di arrivo. Ad esempio, gli USA offrivano una serie di servizi (scuole, assistenza sanitaria, ma anche istituzioni democratiche stabili ecc…) che rendevano il Nord America una meta molto ambita.
  2. La spinta demografica. L’aumento del tasso di crescita della popolazione rese fondamentale l’emigrazione in quanto permise di “alleggerire la pressione demografica sul vecchio continente, spostando forze di lavoro giovani in settori e aree geografiche dove potevano essere impiegate in maniera più produttiva.”
  3. La catena migratoria.  In quella che può giustamente essere definita path depedence, le migrazioni passate hanno influenzato quelle future. Fauri ricorda infatti che più del reclutamento effettuato dalle agenzie sono state le lettere dei parenti e degli amici che hanno spinto molte persone a partire e che “regolavano la marea dell’emigrazione europea verso l’America”; è importante ricordare che la catena migratoria, grazie a cui fu messo in piedi un sistema di “mutuo aiuto”, ha determinato il 60% delle partenze dall’Italia negli USA ma non era una prerogativa unicamente italiana.
  4. La politica migratoria. Naturalmente, la scelta della destinazione verso cui emigrare è stata fortemente influenzata dalle condizioni politiche dei paesi di destinazione. Nel periodo preso in considerazione da Fauri la politica più comune tendeva ad incentivare la partenza tramite diversi mezzi come “sussidi al costo del biglietto o agevolazioni ai coloni europei che si impegnavano in agricoltura”. Vi erano però altri paesi che optarono per politiche più restrittive, ad esempio il Commonwealth preferì gestire flussi di migrazioni prevalentemente formati da anglo-sassoni, chiudendosi all’emigrazione extra-britannica. Col tempo furono inseriti, anche nei paesi più aperti alla manodopera straniera, test di alfabetizzazione propedeutici per poter entrare e anche leggi sulle quote annuali da accettare. Tendenzialmente, l’era della “porta aperta” finì poco prima della Grande Guerra.

Analizzati le variabili che spingevano i lavoratori ad emigrare, Fauri si sposta sul tema dell’impatto economico di queste migrazioni. Su questo tema vi sono molti dati sugli Stati Uniti, primo paese che istituì commissioni per dedicarsi principalmente allo studio dell’immigrazione e ai suoi effetti. Le conclusioni raggiunte dalla Immigration Commission furono innanzitutto che il fenomeno andasse inquadrato in chiave economica e non razziale. Un primo risultato importante fu che la commissione smentì l’idea per cui l’immigrazione generasse competizione sleale tra gli immigrati e i lavoratori domestici. Le fluttuazioni salariali rinvenute in quegli anni erano invece da attribuire al progresso tecnologico che stava causando un processo di labor saving, per cui gli operai specializzati venivano sostituiti dagli strumenti meccanici mentre, allo stesso tempo, veniva favorita l’assunzione di operai non qualificati. In questo caso la domanda di lavoro a basso costo non qualificato fece fronte l’immigrazione. La commissione però non si fermò qui, arrivando a sostenere che fu l’immigrazione a catalizzare un (ormai inevitabile) progresso tecnologico e non il contrario. L’assunzione di lavoro non qualificato richiedeva un livello di maggior sofisticazione dal lato delle macchine. Fauri ricorda che gli industriali ammisero che senza i lavoratori immigrati “non avrebbero potuto tenere il passo con il progresso industriale”. Altro dato importante è quello per cui l’immigrazione ha fondamentalmente seguito le fluttuazioni del business, con i flussi in partenza dall’Europa che aumentavano durante momenti di espansione del ciclo di affari mentre, durante i momenti di depressione, tendevano a ridursi. Ciò è dimostrato dai dati sui salari, che sono calati nei momenti in cui il paese di destinazione non era in grado di assorbire tutto il flusso delle migrazioni.

La minore specializzazione degli immigrati italiani, spesso analfabeti provenienti dall’agricoltura, si traduceva naturalmente in un salario più basso, cosa che consoliderebbe l’idea per cui l’aumento dell’immigrazione causerebbe un abbassamento nei salari del paese di arrivo. Tuttavia, nel caso statunitense, Fauri cita gli studi di Williamson che mostra come dopo la guerra civile i salari reali sarebbero stati non molto più elevati, circa l’11% in più, senza l’immigrazione. Williamson afferma che sia “un piccolo prezzo da pagare” dato che nel corso di quarant’anni il progresso industriale stimolò un aumento dei salari del 170%.

Tuttavia, gli ultimi studi hanno dimostrato che l’immigrazione ebbe un effetto moderatamente positivo sui salari dei lavoratori autoctoni. I lavoratori domestici verrebbero colpiti negativamente dall’immigrazione qualora avessero competenze simili agli immigrati, ma ne beneficerebbero qualora avessero competenze diverse, poiché ciò renderebbe scarsi i servizi da loro offerti, aumentando quindi la remunerazione.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Un mercato internazionale del lavoro

Pagina 2: L’organizzazione delle migrazioni

Pagina 3: Dallo stallo fascista alla ripresa dei flussi migratori nel secondo dopoguerra


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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